15
Khalifa Al Mohannadi portò Sara al Red Pearl, un elegante locale su un’isola privata, all’interno di un esclusivo villaggio turistico. La traversata in lancia durò pochi minuti, ma non appena attraccarono sul piccolo molo illuminato, Sara si rese conto di essere sbarcata in un mondo completamente diverso.
Si addentrarono nel cuore del resort, risalendo un canale artificiale illuminato da luci rosse e arancioni. Sopra la loro testa svettava un arco, simile al bordo di un’enorme conchiglia di madreperla. Due ragazze in divisa, eleganti come modelle, li accolsero con grandi sorrisi, li aiutarono a scendere dall’imbarcazione e li accompagnarono al tavolo, accanto a un laghetto nel quale nuotavano pesci tropicali dai colori brillanti.
«Allora, cosa ne pensa?» chiese Khalifa.
«Ad Amsterdam non c’è niente del genere» replicò Sara guardandosi attorno.
«E da nessun’altra parte. Nemmeno a Dubai» precisò Khalifa, orgoglioso.
Arrivarono le insalate, a base di prelibati frutti di mare, e poi le aragoste. Venivano importate da Zanzibar, spiegò Khalifa, ed erano le migliori del mondo. Sara non poté che dargli ragione.
Era un’ottima conversatrice, ed era altrettanto brava a flirtare. Andò avanti per oltre un’ora prima di rendersi conto, con una certa preoccupazione, che non aveva ancora scoperto nulla di interessante sul conto del suo ospite. Anche lui era ben addestrato a non lasciarsi sfuggire informazioni rilevanti.
Lui le aveva promesso degli «aneddoti» e lei rimase in attesa, paziente come un ragno che tesse la sua tela. Il colonnello era diffidente come un animale selvatico, e lei sapeva che sarebbe bastato un passo falso perché si trincerasse dietro un silenzio impenetrabile.
«Come si chiamava il suo contatto in Kenya?» le chiese.
«Botswana» replicò lei. Sapeva che quell’errore non era casuale. Così come sapeva che Khalifa non poteva aver dimenticato che lei non aveva detto il nome del fornitore. «Certo, in Botswana.»
Sul tavolo erano rimaste le carcasse rosse delle aragoste; la polpa era stata divorata con gusto dai due commensali.
«Ci sono tre tipi di persone che uno può incontrare» continuò Khalifa. «Quelli di cui si può fidare, quelli di cui non si può fidare e quelli che deve ammazzare.»
«È una visione piuttosto cinica della vita» commentò Sara. L’approccio di un soldato, pensò. Stava per dirglielo, ma si trattenne. Non doveva fargli sapere che conosceva la sua vera identità.
«La nostra visione della vita è plasmata dalle nostre esperienze, non crede?»
«Non del tutto.»
«Sbaglia.» Khalifa tagliò l’aria con un gesto della mano. «È così. Punto e basta.»
Il cameriere arrivò per sparecchiare e portò loro la carta dei dolci.
Khalifa aveva servito a Sara un assist che lei non poteva farsi sfuggire. «Lei mi ha incuriosito. A quali esperienze si riferisce?»
«Perché è così curiosa?»
«Non capita tutti i giorni di incontrare un uomo che parla di ammazzare in modo così disinvolto.»
«Amsterdam è un’oasi di serenità in un mondo devastato dalla guerra. In Medio Oriente e anche qui, a Doha, la serenità è un lusso che non possiamo permetterci.»
«Mi sta prendendo in giro?»
«Niente affatto. È la verità. Bisogna sempre cercare la verità, non trova?»
È quello che sto cercando di fare anch’io, ma tu sei un osso duro, pensò Sara. «Questo significa che lei ha ucciso qualcuno?»
«Se l’ho fatto, avevo le mie buone ragioni.»
«Khalifa, non mi ha ancora detto cosa fa nella vita.»
Lui sorrise. «Sono un uomo d’affari.»
«Come tutti quelli che incontro. Che tipo di affari?»
«Quelli che hanno successo.» Si concentrò sul menu. «Qualcosa di dolce per finire la serata?»
Hunter riempì di nuovo la tazza. Le piaceva il caffè forte, senza zucchero. «Quando arriverai a destinazione, voglio che incontri una persona.»
Camilla la guardò dall’altra parte del tavolo e si fermò con la forchetta a mezz’aria. «Quale destinazione?»
Hunter diede un bel morso a una fetta di pane tostato che aveva ricoperto di uova strapazzate. «La destinazione a cui sei stata assegnata.» Masticò e deglutì con rapidità. «Singapore.»
Camilla riprese a mangiare. Le facevano male le cosce e la schiena, e aveva la sensazione che quel dolore non sarebbe mai passato, nonostante le rassicurazioni di Hunter. Era ancora buio, ma il sole stava per sorgere.
«Una persona? Perché?»
«Jimmie Ohrent si prenderà cura di te.»
Camilla aggrottò la fronte. «Grazie, ma sono in grado di cavarmela da sola.»
Hunter bevve un sorso di caffè e la fissò, gli occhi stretti come due fessure. Uno sguardo da predatore. Decise che avrebbe preso ancora un po’ di bacon. «Da quel che ho capito, tu sei una creatura di Howard Anselm.»
«Come ti è venuta in mente un’idea del genere?»
«È stato Howard a dirmelo.»
Camilla la guardò, sorpresa. «Howard Anselm è il capo di gabinetto, non il direttore dell’Agenzia. E comunque io lavoro per i servizi segreti.»
«Ma adesso ti trovi in una struttura dell’Agenzia.» Hunter si alzò in piedi e andò a prendere altre fette di bacon, poi tornò a sedersi e le divorò in pochi bocconi. «So per chi lavori e di cosa ti occupi.»
Camilla si irrigidì. «Davvero?»
Hunter rimase impassibile. «Dimmi una cosa su Howard Anselm: quanto lo conosci?»
«Abbastanza bene, credo.»
Hunter serrò le labbra. «Povera ragazza.»
«Che cosa diavolo vorresti dire?»
Hunter si pulì la bocca e si alzò in piedi. «Andiamo alle scuderie.»
Camilla rimase seduta, troppo sorpresa per muoversi.
«Avanti!» la incalzò Hunter. «Il broncio non ti si addice.»
Mentre si avvicinavano alle scuderie iniziò a piovere: una pioggerellina sottile ma sufficiente a far scendere sul Caseificio un clima di malinconia che sembrò impadronirsi anche di Camilla. Aveva la sensazione di essere scivolata in una trappola della cui presenza si era accorta troppo tardi. Si sentiva impotente e a disagio.
Hunter rimase a guardarla mente sellava Starfall. «Conosco Howard Anselm da molto tempo. Lui mi usa come una gomma, per cancellare gli errori degli altri… e anche i suoi.»
Camilla strinse lo straccale. «E io cosa c’entro?»
«Vedo che sei ancora di cattivo umore.» Aprì un altro box e prese a sellare un cavallo di nome Dagger. «C’entri eccome. Tu, e il presidente.»
Camilla sentì un tuffo al cuore e per un attimo rimase come pietrificata. «Cosa… cosa stai dicendo?»
«Anselm si è inventato un bel giochino, con l’aiuto di Marty Finnerman.»
«Howard mi ha detto che è stata un’idea dello Stato maggiore congiunto…»
Hunter sbuffò. «Sì, certo.»
Camilla si sentì vacillare e si appoggiò al cavallo. «Hunter, vuoi spiegarti meglio?»
«Camilla, tesoro, il tuo capo, l’uomo che ti manovra a suo piacimento, ha deciso che rappresenti un pericolo troppo grande per il suo principale. Ed è per questo motivo che sta per spedirti dall’altra parte del mondo.»
«Non ha senso. Mi invieranno là dove si troverà anche Bill. Perché non lasciarmi qui?»
«Perché tu sei il capo dei servizi segreti, e il tuo lavoro è trovarti al fianco del presidente. Sarai a Singapore con lui, ma faranno in modo che non vi incontriate. Ti hanno assegnato il compito di scovare ed eliminare Jason Bourne. Non avrai tempo per stare con il presidente e ti troverai ad affrontare un pericolo mortale.» Hunter le si avvicinò. «Stammi a sentire: anche se troverai Bourne, e ti assicuro che non sarà facile, sarà lui a uccidere te.»
Camilla aprì la bocca per replicare, ma dalle labbra non uscì alcun suono. «Quante persone ne sono al corrente?» chiese infine con un sussurro.
«Oltre a te e al presidente? Soltanto tre: io, Howard e Finnerman.»
Camilla appoggiò la fronte al collo possente di Starfall, in cerca di consolazione. «Cristo!»
«Questo significa che il danno è limitato.»
«Perché non mi hanno licenziata?»
«Avrebbero messo a rischio la reputazione del presidente, e avrebbero dovuto affrontare le sue ire. Solo lui può licenziarti. Per non parlare del fatto che saresti rimasta a Washington, in una posizione più defilata, e quindi ancora più disponibile per lui.»
Camilla si rese conto che Hunter aveva ragione. «Invece così mi hanno impacchettata e spedita lontano, dove nessuno verrà a cercarmi.»
Hunter la guardò con tenerezza e compassione. Uno sguardo insolito, e Camilla ne fu turbata. Nessuno l’aveva mai guardata in quel modo.
Proprio allora Starfall batté la zampa destra per terra, sollevò la testa e sbuffò. Camilla gli appoggiò la mano sul muso, per calmarlo, poi guardò i suoi grandi occhi scuri e per un attimo vide il riflesso del proprio volto.
Di colpo considerò la conversazione da un altro punto di vista. Un’idea le si affacciò alla mente, come la classica lampadina che si accende nei fumetti.
Si voltò verso Hunter. «Anselm non ti piace molto, vero?»
Hunter sorrise. «Uno stronzo che mi obbliga a fare il lavoro sporco e ti tratta come una bella statuina? Di’ pure che odio quel bastardo con tutte le mie forze.»
Sara si scusò e si alzò per andare in bagno. Aveva la vescica piena, forse a causa del succo di frutta che aveva bevuto da Hassim, anche se le sembrava che fosse passato un secolo. O forse era Khalifa a innervosirla. Non lavorava sul campo da più di un anno, era lenta e arrugginita. Raddrizzò le spalle: conosceva le tecniche per rimediare a quella fastidiosa sensazione e le avrebbe applicate.
Un’inserviente l’accompagnò alla toilette. Quel gesto le sembrò eccessivo e un po’ ridicolo, prima di rendersi conto che il percorso per raggiungere i bagni era tremendamente complicato e che da sola non li avrebbe mai trovati.
Non si sorprese di scoprire che i servizi erano grandi più o meno come un ristorante di medie dimensioni. E anche lì dentro non sarebbe stato difficile perdersi: le pareti erano coperte di specchi e splendevano di marmi così lucidi da confondere la vista.
Fece la pipì in uno dei numerosi gabinetti e si avvicinò al lavandino per sciacquarsi le mani. Anziché il liquido erogato da un banale dispenser, trovò una ciotola piena di saponette rosa confezionate singolarmente. Ne prese una e la scartò. Mentre stava per portare le mani sotto il getto dell’acqua si accorse che la saponetta aveva la forma di una conchiglia, ed era rosa come l’interno di un orecchio. La capovolse e vide che sul fondo era impressa una minuscola conchiglia dorata, identica a quella che aveva visto a casa di Hassim.
La pioggia era diventata una specie di foschia. La luce era debole e smorta come un vecchio abito da sposa ingiallito. I prati erano umidi e bagnati, e il rumore degli zoccoli era attutito dalla nebbia che scendeva dalle colline.
Hunter e Camilla si erano lasciate il recinto alle spalle e si erano addentrate nella pianura che circondava il Caseificio. Procedevano al piccolo galoppo, fianco a fianco, accompagnate dal canto degli uccelli e dal frinire di grilli invisibili.
«Prima di tutto, devi sapere che Howard Anselm è l’uomo più potente di tutta Washington.»
«Più del presidente?» replicò Camilla, poco convinta.
«La seconda cosa che devi sapere è che il presidente ha un vizio pericoloso, che deve essere nascosto all’opinione pubblica a tutti i costi. Gli piace trasgredire, non può farne a meno.» Hunter si voltò verso Camilla. I suoi occhi scintillavano nella luce fioca del mattino. «Camilla, non sei stata la prima e non sarai nemmeno l’ultima. Ma a causa della posizione che occupi sei la più pericolosa di tutte.»
«Non farei mai nulla per danneggiare la reputazione di Bill.»
«È proprio questo il problema. Lo hai chiamato Bill. Lui è il presidente degli Stati Uniti, nessuno lo chiama Bill, tranne…»
«Ho capito» esclamò Camilla. Il cuore le galoppava fastidiosamente. «Ma adesso è finita. Io e Bill… io e il presidente abbiamo chiuso. Prima della mia partenza.»
«Sei stata tu a dire che è finita?»
«Sì, è così.»
«Camilla, lui è il presidente degli Stati Uniti d’America. È finita soltanto quando lo dice lui.»
Camilla fissò le colline velate di nebbia. «È un pensiero sconfortante.»
«Allora forse è una fortuna che tu sia diretta all’estero.»
«No, se quello che dici di Anselm è vero.»
«Lo è. Ma ti proteggerò io da lui.»
«Parlami di Anselm.»
Hunter le rivolse uno sguardo dubbioso. «Ne sei sicura?»
«Se non lo fossi non te lo avrei chiesto.»
Erano arrivate al confine meridionale della tenuta. Più in là c’erano solo fortificazioni ben mimetizzate e misure di sicurezza che era meglio non sfidare. Si diressero a ovest. Nessuna delle due aveva voglia di tornare alla base.
«Howard è a Washington da sempre. Il padre era senatore, e la madre giudice della Corte suprema dello Stato. Entrambi si trovavano al centro delle rete di potere della capitale. Howard ha studiato a Yale e poi ha iniziato a lavorare per Gravenhurst, il think tank conservatore più potente della città. Politici, economisti, industriali, giudici e creatori d’immagine.»
«Questo lo so. Una specie di massoneria dai piani imperscrutabili.»
«Sì, ed è proprio lì che Howard ha conosciuto Magnus. Ha organizzato un incontro e i due si sono subito piaciuti molto. Howard ha guidato la politica di Magnus, passo dopo passo, e lo ha protetto dai suoi istinti peggiori. Non c’è dubbio che sia un politico molto capace, ma è sempre arrapato come un ragazzino. All’inizio Howard ha cercato di correggere le sue inclinazioni, ma lui ha combinato un gran pasticcio. Un casino difficile da coprire. Da allora ha cambiato tattica.»
«E ha iniziato a ripulire gli errori di Magnus anziché prevenirli.»
Hunter annuì. «Non ha avuto altra scelta.»
«Ed è qui che entri in scena tu.»
«Conosci Anselm abbastanza bene da sapere che non è tipo da sporcarsi le mani. Lui assume altre persone perché ripuliscano la merda.»
«E tu eri la scelta più logica?»
«Sì. Ho commesso alcuni sbagli, quando ero pilota. Potremmo definirli errori di gioventù» ammise Hunter, con un sorriso amaro.
«Ti sta ricattando?»
Hunter scoppiò a ridere. «Credimi, per Anselm il ricatto rientra tra i metodi più gentili.»
Erano arrivate al margine di un fitto bosco, dove la luce del giorno non era ancora riuscita a penetrare. I cavalli non sembravano interessati a proseguire in quella densa penombra, così le due donne, senza aggiungere una parola, presero la strada del ritorno.
Camilla si piegò sulla schiena del cavallo e gli piantò i talloni nei fianchi. La potenza dell’animale lanciato al galoppo le procurò un fuggevole momento di gioia.