5

Svegliarsi fu terribile. Era a Doha, solo e disperato.

«Anche se proverai a cercarle, non le troverai» gli aveva detto El Ghadan, prima di calargli un cappuccio sulla testa e portarlo via.

Era a Doha, solo e completamente impotente.

«Se proverai a cercarle, le spellerò io stesso, un centimetro alla volta» aveva aggiunto il terrorista, prima di scaricarlo al margine del deserto.

Faceva caldo, e il sole era accecante. Probabilmente aveva le allucinazioni. Gli sembrava di vedere un’orice d’Arabia: il corpo candido, le zampe nere come la notte e una chiazza scura al centro del muso. L’animale lo fissava con uno sguardo intelligente e un’espressione di disprezzo. Se avesse potuto parlare gli avrebbe dato del cretino. Poi scrollò la testa, facendo oscillare le corna lunghissime, che sembravano toccare il cielo.

Bourne strizzò gli occhi: l’orice era scomparsa. Si tirò su e lentamente iniziò a camminare verso la città, finché, parecchie ore dopo, un furgone si fermò al suo fianco. Jason salì e, madido di sudore, si sedette accanto all’autista.

«Che cosa ci fai qui, in mezzo al nulla?» gli chiese il conducente in arabo, ingranando la marcia.

«Stavo chiacchierando con un’orice» replicò Bourne, guardando davanti a sé: le torri della città scintillavano nel caldo soffocante.

Il Museo delle armi di Doha, nel quartiere di Al Luqta, non era aperto al pubblico: per accedervi era necessario ottenere un permesso scritto dall’autorità competente. Ma Abdul Aziz, detto Zizzy, non ne aveva bisogno.

Aziz viveva come un pascià. Non un pascià moderno, sempre ammesso che esistessero ancora, ma come un pascià dell’impero ottomano. Per quanto lo riguardava, quell’epoca non era mai finita. Le sue attività si estendevano sul territorio che i turchi avevano occupato nel momento della loro massima espansione. Ed erano quasi altrettanto redditizie, anche se ovviamente nessuno poteva competere in ricchezza con gli ottomani. A parte il Vaticano, certo.

Zizzy era stato in grado di scendere a patti con la modernità senza tradire i cinque pilastri dell’Islam. Un compromesso metafisico che richiedeva doti quasi soprannaturali. Nessuno capiva come ci fosse riuscito, nemmeno la sua famiglia, ma tutti avevano apprezzato la sua capacità di sfidare l’impossibile.

Anche Bourne stimava questo suo talento. Si erano incontrati alcuni anni prima, mentre entrambi si trovavano nel Sinai per lavoro. Zizzy stava ispezionando un sito che aveva intenzione di comprare, e Bourne stava dando la caccia a un gruppo di terroristi che avevano fatto saltare in aria una chiesa, uccidendo un centinaio di copti tra uomini, donne e bambini.

Zizzy aveva dimostrato le proprie abilità di tiratore freddando l’ultimo terrorista, nascosto in attesa dell’arrivo di Bourne. Aveva usato un fucile di precisione, un AWM L115A3, forse il miglior modello in commercio. Un colpo solo. La prima regola di ogni cecchino, una regola cui Zizzy aderiva con scrupolo religioso.

Era un uomo leale, aveva ottimi agganci e un senso dell’umorismo piuttosto tagliente. Era convinto che non tutti gli occidentali fossero nemici dell’Islam. Odiava estremisti e terroristi: gente che travisava il messaggio religioso per raggiungere i propri obiettivi. «L’Islam è una religione di pace» ripeteva, con un ghigno feroce che avrebbe spaventato un branco di sciacalli.

Ma vivere a cavallo tra presente e passato aveva un prezzo, e Zizzy, proprio come Bourne, aveva finito con l’essere un lupo solitario. I due erano subito entrati in sintonia.

Una volta sceso dal furgone, Jason tornò nella stanza d’albergo del ministro Qabbani; si fece una doccia, prima calda e poi fredda, si rasò e si vestì. Il dolore lo assalì non appena ebbe finito di asciugarsi. L’acqua calda lo aveva illuso di aver superato il trauma della tortura, ma si sbagliava. Una fitta gli dilaniò il petto, ricordando al suo corpo la lezione di umiltà subita con la batteria.

Aprì la cassaforte della camera e ne estrasse uno zainetto. Lo guardò per un istante. La sua ultima, fallimentare identità. Soraya e Sonya, Aaron, la sua morte violenta… Dovette sforzarsi per allontanare dalla sua mente quelle immagini. Poi fece la telefonata.

Incontrò Zizzy all’ingresso del Museo delle armi. Furono invitati a entrare da un uomo anziano, gobbo e coperto di rughe, con gli occhi da folle. Probabilmente era l’effetto della continua vicinanza a quelle armi meravigliose, pensò Bourne. Armi che risalivano anche al quindicesimo secolo. La collezione comprendeva le spade delle grandi dinastie mediorientali, inclusa quella appartenuta al re saudita Faysal. Il pezzo preferito di Zizzy era il pugnale di Lawrence d’Arabia. Lo riteneva il vero gioiello del museo, e non si stancava mai di ammirarlo.

«Lawrence era davvero un grand’uomo» proclamò, davanti all’astuccio che conteneva l’arma. «Comprendeva la nostra religione e condivideva i cinque pilastri della saggezza dell’Islam. Ovviamente, gli inglesi pensavano fosse pazzo. Troppo simile agli indigeni. Poveri idioti. Non hanno mai capito niente.» Indicò il pugnale infilato nel fodero, curvo come le calzature delle huri. «Non sembra un granché, vero? Se lo vedessi in un bazar, non lo degneresti di uno sguardo. Non crederesti mai che da esso dipendeva, in quel deserto, il futuro dell’Islam. Eppure era proprio così… ed è così anche oggi» continuò, serio. Si voltò verso Bourne, rivolgendogli uno sguardo fermo e vagamente preoccupato. «Amico mio, vuoi dirmi cosa ti è successo?»

«Quel che è mio è tuo. Chiedi quello che vuoi.»

Bourne annuì. Erano seduti in un locale all’interno di un centro commerciale di proprietà di Zizzy. «Lo apprezzo molto, come sempre.»

A differenza dei negozi ultramoderni che occupavano buona parte del centro commerciale, il caffè era arredato secondo tradizione, in stile arabo. Sembrava il palazzo di un sultano dei secoli passati, uscito direttamente dalle pagine delle Mille e una notte. Era affollato di occidentali e arabi, che conoscevano e apprezzavano la qualità del cibo. Il rumore di fondo era perfetto per coprire le conversazioni riservate.

Bourne vestiva all’occidentale, mentre Zizzy indossava abiti tradizionali: un thobe azzurro sopra un ampio paio di pantaloni di cotone bianchi. La testa era coperta da un ghutra a scacchi bianchi e neri, tenuto fermo da una doppia banda nera, detta agal. Quasi a sottolineare le origini beduine di Zizzy, dal suo agal pendevano due nappe, usate dal suo popolo per legare le zampe dei cammelli e impedire che di notte vagassero nel deserto.

Il cameriere versò il tè alla menta e posò sul tavolo una serie di piattini.

Una volta rimasti nuovamente soli, Zizzy invitò Bourne a parlare. «E adesso dimmi che cosa ti ha portato nella mia grande città.»

«Lavoro» replicò Jason.

«Lavoro… certo.» Zizzy annuì. «Amico mio, tu pensi soltanto al lavoro.» Usò una fetta di pita ben tostata per raccogliere un po’ di hummus, e masticò con aria pensierosa. «Coraggio, mangia! Non vorrai morire di fame? È terribile, morire di fame!»

Zizzy sembrava una creatura mitologica: il volto arrossato dalle intemperie era dominato da un grosso naso adunco e da occhi sporgenti. La fronte ampia e pronunciata ricordava la prua di una nave. Sorrideva spesso, scoprendo denti bianchi e lucidi come la glassa di zucchero sopra una torta.

Bourne si servì un po’ di cibo. «Jason, sono preoccupato per te» continuò Zizzy. «Ogni tanto temo che un giorno troverò il tuo cadavere mezzo sepolto in una duna di sabbia.» Scoppiò a ridere. «Ma poi mi consolo, perché so che sei troppo in gamba per permettere che accada una cosa del genere.» Si infilò in bocca un enorme dattero, poi si appoggiò allo schienale. «E adesso raccontami cosa ti è capitato.»

Bourne gli riferì quello che era successo all’albergo, prima e dopo il massacro. Quando ebbe finito, appoggiò un cellulare sul tavolo. «El Ghadan mi ha dato questo. Ogni giorno, a mezzanotte, mi spedirà un video che riprende Soraya, Sonya e la prima pagina di un quotidiano.»

«Per dimostrarti che sono ancora vive.»

Bourne annuì. «Il cellulare contiene un GPS. Impossibile da disattivare.»

«Così può controllare i tuoi movimenti.» Zizzy scosse la testa. «Ti ha messo in una trappola dalla quale non puoi fuggire, Jason. Situazione tremenda. Un vero disastro.» Allargò le mani, dimenticandosi per un attimo del cibo e delle bevande. «Amico mio, come posso esserti d’aiuto?»

«Il mio primo istinto è stato quello di andare a cercarle, nonostante l’avvertimento di El Ghadan. Ma sono riuscito a restare lucido e ho valutato la situazione in maniera più obiettiva.»

«Hai fatto bene. Mancano sette giorni al vertice di Singapore: sette giorni prima che El Ghadan inizi a torturare la tua amica e sua figlia, sette giorni prima che faccia a pezzi la tua vita.»

Bourne sentì il cuore stringersi nel petto. Era così. Tutte le persone a cui aveva voluto bene erano state minacciate di morte o uccise. Si sforzò di concentrarsi sul problema imminente. «Zizzy, devo sapere tutto di lui.»

«Amico mio, non è un’impresa facile. Il passato di El Ghadan e la sua vera identità sono un segreto molto ben custodito.» Zizzy si morse il labbro inferiore, come faceva quando era concentrato. «Ma forse c’è qualcuno che può aiutarci.» Guardò l’orologio. «Sei un uomo fortunato. È il momento giusto per andare da lui.»

«Secondo alcuni è originario della Giordania o dell’Oman, ma io non sono d’accordo» disse il vecchio. Era un uomo minuto, un metro e sessanta scarso, con la testa grossa, il naso adunco, le orecchie quasi elefantesche e una zazzera spettinata di capelli bianchi. Si faceva chiamare Nabucodonosor, per gli amici Nabby. Era impossibile attribuirgli un’età precisa: poteva avere settant’anni come centocinquanta. Ma aveva occhi limpidi e uno sguardo vivace che denotava una prontezza mentale rara anche in uomini molto più giovani di lui.

Bourne e Abdul Aziz erano seduti su un tappeto rotondo, al centro del suo soggiorno. Il minuscolo appartamento si trovava all’estrema periferia della città. Secondo Nabucodonosor si trattava della posizione perfetta per studiare il deserto, anche se non aveva specificato cosa ci fosse da studiare in una distesa di sabbia e vento. Zizzy aveva detto che il vecchio commerciava informazioni. E gli doveva molti favori, per cui Bourne non avrebbe dovuto pagarlo.

Una ragazza con i capelli scuri servì il tè. Gli scaffali che correvano lungo le pareti della stanza erano stipati dei manufatti che Nabby aveva raccolto durante la sua lunga e avventurosa vita. Conchiglie di Zanzibar, bassorilievi lignei della Namibia e dell’Etiopia, strane bambole vudù provenienti dall’Uganda, simili a feti mummificati, ceramiche e piastrelle marocchine, il lucido bastone di legno di un capotribù masai, strani pesci abissali, essiccati e conservati alla perfezione. Era una collezione di vertiginosa vastità, e dava la sensazione di poter continuare all’infinito. L’aria vibrava dell’energia sprigionata da quei frammenti del passato.

Nabby sorseggiava il tè con la raffinatezza di un lord inglese. Appoggiò il bicchiere e riprese a parlare. «No, non sono d’accordo. Credo che El Ghadan sia iraniano, e vi spiego perché. A differenza di altri estremisti che odiano in egual misura i sauditi e gli americani, la sua furia è rivolta soltanto contro gli Stati Uniti e Israele. A mio parere, questo è sufficiente per affermare che è iraniano.»

Seguì un silenzio che si prolungò finché Bourne non decise di intervenire. «Cos’altro può dirci?»

«Non è abbastanza?» Nabby sollevò la testa, come un rapace che punta la preda. «No, per un uomo come lei non è abbastanza.» Alzò un dito, come se stesse saggiando la direzione del vento. «Ho sentito raccontare una storia, ma deciderete voi se crederci o no. Riguarda il figlio di El Ghadan. Ciò che rende interessante questa storia è che, per quanto sia sposato, il nostro uomo è un gran donnaiolo. È una cosa piuttosto risaputa in certi ambienti. Non c’è dubbio che le sue scappatelle abbiano prodotto qualche effetto collaterale, sia maschile che femminile. Tuttavia, la versione ufficiale afferma che lui ha un solo figlio legittimo. Il ragazzo, che dovrebbe avere una ventina d’anni, è scappato di casa quando ne aveva sedici, più o meno. Da allora, il padre lo cerca disperatamente, ma senza successo.» Sghignazzò. «Ve lo immaginate? Un ragazzo scappa di casa e il grande El Ghadan non è in grado di ritrovarlo.»

«Cosa sa del figlio?» chiese Bourne.

«Praticamente nulla» ammise Nabby. «Ma possiamo azzardare alcune ipotesi: io credo che si nasconda sotto il naso del padre, in modo da non essere localizzato. Gli uomini di El Ghadan lo cercano nei posti sbagliati.»

«Che cosa intende dire?»

Nabby finì di bere il tè. «Be’, se fossi al suo posto, entrerei a far parte di una cellula terroristica. Sotto falso nome, ovviamente. Una cellula molto vicina a quella di mio padre.»

«Per esempio?»

Il vecchio si strinse nelle spalle. «Si dice che talvolta El Ghadan si allei con persone che possono essergli particolarmente utili. In questo momento, si tratta di Ivan Borz.»

«Il mercante d’armi?»

Nabby annuì.

«Sa dove si trova?»

«Alcune voci sostengono che sia in Waziristan e che collabori con uno dei gruppi di El Ghadan.»

«Ho fame. Tu?» chiese Zizzy.

Accompagnò Bourne in un lussuoso ristorante di cui conosceva il proprietario. Anche se il locale era pieno, quest’ultimo li scortò al tavolo migliore, fece portare una teiera che conteneva un raro tè bianco cinese e si intrattenne con loro per alcuni minuti, prima di allontanarsi con un sorriso e un cenno deferente.

«Jason, mi spiace. Non sono certo che la visita a Nabby ti sia stata utile» esordì Aziz.

«Ogni dettaglio su El Ghadan è importante» replicò Bourne. «Soprattutto ciò che riguarda il figlio.»

«Questo ti dà un vantaggio su di lui, vero?»

«Solo se il ragazzo esiste davvero. E se riesco a trovarlo.»

Fecero una pausa e ordinarono da mangiare.

«La cosa più importante, ora, è scoprire in che modo El Ghadan è venuto a sapere che mi ero sostituito al ministro Qabbani» riprese Bourne.

«Pensi che Qabbani sia un informatore di El Ghadan?»

«Forse: in fondo è stato lui a chiedere che si organizzasse quell’incontro.»

«Però non ha partecipato.»

«Questo non significa niente. L’ho tenuto sotto sorveglianza, prima di accettare l’incarico.»

«Se non è stato Qabbani, allora chi è il traditore?»

«È quello che devo scoprire, e per farlo ho bisogno di un aggancio al ministero dell’Interno siriano.»

«Sai, ho una certa voglia di tornare a Damasco.»

«Zizzy, in questo momento la città è nel bel mezzo di una guerra.»

«Appunto.» Prese il cellulare. «Dirò al pilota di preparare il piano di volo e scaldare i motori.»

I piatti erano appena stati serviti quando Bourne notò che un giovane era entrato nel ristorante. L’uomo scandagliò attentamente il locale con un’occhiata da professionista e si sedette a un tavolino nell’angolo, evitando con cura di spostare lo sguardo in direzione di Bourne.

«Abbiamo compagnia» comunicò lui a Zizzy, che non ne fu particolarmente turbato. «A ore quattro, il tavolo nell’angolo.»

«È solo?» chiese l’arabo, senza voltarsi.

«Sì, almeno qui dentro.»

«El Ghadan mette in pratica le sue minacce» commentò Zizzy. «È una buona notizia: vuol dire che è prevedibile, a differenza di altri terroristi. Se è così, abbiamo un po’ di vantaggio su di lui.»

Bourne scosse la testa. «Con il cellulare che mi ha dato, non ha bisogno di farmi pedinare.»

«E allora per chi lavora il nostro amico?»

«Lo scopriremo prima di uscire da qui, ma adesso desidero sapere perché vuoi correre il rischio di venire a Damasco.»

«Jason, sei stato tu a cercarmi, ricordi?»

«Ti ho chiesto di aiutarmi, non di seguirmi ovunque andassi.»

«Be’, cosa posso dirti? Mi mancano i vecchi tempi. Ascolta, Jason, l’aereo è mio.»

«Va bene. Andremo a Damasco insieme, e mi aiuterai a entrare nel ministero, ma il tuo lavoro finirà lì» disse Bourne, in tono cortese ma fermo.

«Ma così mi perderò tutto il divertimento!»

«Non voglio mettere in pericolo la tua vita.»

«Non credi che la decisione spetti a me?»

Bourne non replicò.

«Bene, allora ti aggiorno sulla mia situazione. Tu sei sorvegliato, e questo vuol dire che sono già stato collegato a te. È meglio anche per me lasciare Doha il prima possibile.»

«Mi dispiace.»

«A cosa servono gli amici, se non a prendersi una pallottola al tuo posto?» Vide l’espressione di Bourne e scoppiò a ridere. «Avanti! Ti giuro che vivrò fino a cent’anni. Il tempo di far salire i miei bisnipotini sulle mie vecchie e nodose ginocchia artritiche.»