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C’erano due motivi per cui non si erano mossi dalla valle in mattinata. I feriti non si erano ancora ristabiliti e Borz era venuto a sapere, per vie misteriose, che un drone spia era stato spedito nella zona per verificare le conseguenze dell’attacco. Il ceceno riteneva più opportuno viaggiare di notte, almeno finché non avessero oltrepassato il confine afghano.
Come promesso, Khan Abdali aveva inviato due tra i suoi migliori soldati. Erano estremamente alti ed estremamente magri, eleganti come guerrieri masai. Oltre alle armi automatiche e alle cartucciere, portavano grandi spade simili a scimitarre. Bourne sapeva che i waziri le usavano ancora, soprattutto per risolvere le questioni personali.
Erano silenziosi e avevano la pelle cotta dal sole. Non comunicavano molto con gli altri. Ogni tanto bevevano un po’ d’acqua, ma rifiutavano il cibo. Avevano portato i propri rifornimenti: pane azzimo e un po’ di formaggio bianco, ancora più duro del pane. Mettevano a disagio tutti tranne Bourne, e Faraj era convinto che fossero spie.
«Non mi piace essere osservato. Quei due ci porteranno soltanto guai» aveva confidato a Jason.
«A nessuno piace essere rinchiuso, tantomeno a loro» aveva replicato Bourne.
Nessuno poteva uscire all’aria aperta, per evitare il drone americano e le sue telecamere. Era necessario dare l’impressione che tutti fossero morti o scappati. Persino le jeep erano state nascoste.
A Faraj non importava nulla dei sentimenti dei waziri. «Tienili d’occhio» ordinò prima di allontanarsi.
Aashir aveva insistito, e Bourne passò buona parte della giornata a insegnargli a sparare con l’AWM L115A3. Uscirono in pieno giorno e Bourne gli fece vedere come nascondersi nella rada vegetazione della vallata.
«Un cecchino è morto se si fa vedere» sussurrò. «Moriresti prima ancora di avere iniziato.»
Si accovacciarono in mezzo a un gruppo di massi; Bourne teneva d’occhio il cielo, scrutando i punti d’accesso alla vallata. Non doveva più truccarsi: il sole gli aveva abbronzato la pelle del viso e la barba era cresciuta ancora: era diventato Yusuf Al Khatib.
Quando fu sicuro che nessun drone fosse in arrivo, tirò fuori l’AWM per il suo allievo. «Stai attento. Questa è l’arma migliore della sua categoria.»
Sparò a una poiana e mostrò ad Aashir come fare, poi gli passò l’AWM. Il ragazzo fallì i primi due tentativi e Bourne gli consigliò di avere pazienza. Di colpo, strappò l’arma dalle mani di Aashir e lo spinse giù, tra le rocce. Un attimo dopo un’ombra volò sopra la loro testa, come un gigantesco uccello. Non emise alcun suono, lasciando la valle immersa in un silenzio mortale. L’ombra passò di nuovo, più lenta. L’immobilità era quasi insostenibile.
Bourne obbligò il ragazzo a rimanere fermo e nascosto per una ventina di minuti dopo il secondo passaggio. In cielo, ora, non si vedevano più poiane. Bourne sistemò alcuni sassi, a una distanza variabile tra i duecento e i cinquecento metri, in modo che Aashir potesse continuare a fare pratica.
Più tardi, Bourne era rientrato in uno dei container e stava mettendo via il fucile quando Faraj gli si avvicinò. Aveva il braccio sinistro al collo. Alcune gocce di sangue avevano sporcato la fasciatura.
«Non avresti dovuto uscire» esordì.
«Ho portato Aashir a sparare.»
«Volevi abbattere il drone? Hai violato il protocollo. E se ti avessero visto e fotografato? Avresti messo in pericolo tutta la squadra.»
«I cecchini sono invisibili. È il motivo per cui sono così pericolosi» replicò seccamente Bourne.
Faraj lo ignorò. «Non avresti dovuto portarlo con te.»
«Voleva provare.»
Faraj lo guardò dritto negli occhi. «Credimi, quel ragazzo non sa quello che vuole.»
«Faraj, è stata una bella giornata per lui. Lascia perdere.»
Gli occhi di Faraj erano ridotti a due fessure. «Avete molte cose in comune.»
Bourne sapeva che Faraj era geloso del suo rapporto con Borz. «Non lo so. Mi sembra un po’ smarrito. Gli insegno a sparare, tutto qui.»
«È smarrito, ma imparare a maneggiare un fucile di precisione non lo aiuterà a risolvere il problema fondamentale.»
Bourne si pulì le mani con uno straccio. «E quale sarebbe?»
«Allora non siete intimi come avevo pensato» si limitò a replicare Faraj, prima di allontanarsi.
A cena l’atmosfera era tesa: tutti erano nervosi per la partenza imminente. Era la notte perfetta per il trasferimento, la luna e le stelle erano coperte da nuvole cupe e pesanti, foriere di oscuri presagi. Il rumore del vento che soffiava dalle montagne ricordava i gemiti di una creatura sofferente. Gli uomini di Khan Abdali e i ceceni lo ignoravano, mentre Faraj e i suoi sembravano a disagio.
Aashir andò a sedersi vicino a Bourne e mangiò assieme a lui, come se si conoscessero da anni.
«Come sono andato?»
«Tutti possono imparare a sparare con precisione, ma diventare un cecchino richiede abilità particolari.»
«E io non le ho.»
«Non ho detto questo, né intendevo dirlo. Non possiamo sapere se sei portato finché non proverai a colpire bersagli vivi, in movimento.»
«Ho sparato alle poiane.»
«Le poiane non sono uomini.» Bourne spostò il piatto di metallo: non aveva più fame. «Devi conoscere il tuo obiettivo, anticiparne i movimenti: su, giù, a sinistra, a destra, lento o veloce. Senza un po’ di lavoro sul campo non posso dirti nulla.»
«Allora stiamo andando nel posto giusto.» La forchetta di Aashir batté sul piatto. Nemmeno lui aveva molta fame.
«L’Afghanistan non è mai il posto giusto. È il posto sbagliato per qualsiasi cosa, a parte la morte.»
Bourne si alzò, seguito da Aashir. Uscirono. Il vento non soffiava più, e l’aria era fredda e umida.
«La pioggia ci costringerà a rallentare» affermò il ragazzo.
«I waziri non si lasceranno spaventare. Quindi non potremo farlo neanche noi.»
Aashir aprì la bocca come per dire qualcosa, ma rinunciò e si voltò, come se non avesse trovato le parole. Doveva essere un argomento molto difficile per lui. Bourne sapeva che al momento giusto le avrebbe trovate.
«Yusuf, sei sposato? Hai figli?»
«Non ho nessuno a parte me stesso.»
Iniziarono a camminare, facendo attenzione a dove mettevano i piedi, vicino a ciò che restava del C-17 e alla fossa comune delle reclute americane: la carne da cannone del piano di El Ghadan. La malinconia per quelle morti si aggiungeva alla frenesia per la partenza.
Aashir frugò nella tasca dei pantaloni. «Ho provato a immaginare cosa significa non ricordare nulla della propria famiglia e del proprio passato.»
«Non dovevi farlo. Dovresti ritenerti fortunato.»
«Tu non capisci.»
«Nessuno è in grado di capire gli altri.»
Aashir lo guardò di traverso. «Lo credi davvero?»
La notte era buia e il campo era immerso nell’oscurità per volere dei capi. Agli uomini era stato vietato anche solo di fumare all’aperto. I due non riuscivano a vedersi, ma entrambi percepivano la vicinanza dell’altro.
Aashir continuò a parlare, senza aspettare la risposta di Bourne. Probabilmente perché la conosceva già. «Ho tre sorelle. Dovrei dire avevo tre sorelle. Sono morte. Missili, droni, chi può dirlo? Sono l’unico maschio, l’unico erede, e sono un fallimento completo.»
«Per tuo padre o per te stesso?»
«A chi importa? Per mio padre, io non sono nemmeno un essere umano» rispose Aashir, senza riuscire a nascondere il suo dolore.
Bourne sentì di dover intervenire. «Credo che importi a tua madre, e a te stesso.»
«Mia madre non capisce niente a meno che non si tratti di cucinare, pulire e allevare bambini. È lo scopo della sua vita, come lo era per sua madre, prima di lei. Adesso che non ha più figli da allevare la sua vita non ha più senso.»
«Potresti tornare da lei.»
«Non sono un bambino!» sbottò Aashir, offeso.
«Ma sei l’unico che la capisce, e che può alleviare il suo dolore.»
«E chi allevierà il mio?»
Era un grido che saliva dal cuore, e nella sua voce non c’era traccia di autocommiserazione. Bourne non aveva risposte per lui. In realtà, non ne aveva nemmeno per se stesso.
Anche Vincent Terrier partecipava all’incontro di quel mattino tra Anselm e Finnerman. Si trovavano al Pentagono, nell’ufficio di Marty.
«Abbiamo le fotografie ad alta risoluzione» esordì Finnerman non appena Howard si fu seduto sulla scomoda sedia di metallo. Il Pentagono non badava particolarmente al comfort.
Finnerman fece un cenno del capo in direzione di Terrier, che distribuì sulla scrivania una decina di ingrandimenti 29×36.
«Il drone ha sorvolato l’accampamento tre volte. Abbiamo visto il C-17» spiegò Terrier.
«Si è spezzato in due, a quanto vedo» commentò Anselm.
Vincent annuì con deferenza, come un cagnolino. «Confermo. Anche il quartier generale di Faraj è saltato in aria. Speriamo che l’uomo si trovasse all’interno.»
«Mmh. Nessuna attività» osservò Anselm.
«Il campo è stato abbandonato. Gli altri sono tutti morti» precisò Finnerman.
«Inclusi gli americani» puntualizzò Anselm, alzando lo sguardo dalle foto.
«I traditori americani» lo corresse Terrier.
«Vincent, levati quel sorriso dalla faccia» replicò Anselm.
«Howard, Vinnie ha ragione. È stato un successo» intervenne Finnerman.
«Non vedo cadaveri» insistette Anselm.
«Bruciati. All’interno del quartier generale di Faraj e del centro di comando.»
«Cos’è quel piccolo cumulo di terra? Sembra scavato di recente. Forse c’erano dei sopravvissuti. Potrebbero aver scattato fotografie compromettenti e seppellito i morti. Mi piacerebbe che qualcuno andasse a controllare di persona.» Anselm si appoggiò allo schienale. «Marty, perché non chiami i nostri amici del Mossad? Mi hai detto che hanno una squadra da quelle parti.»
«Ce l’avevano» si intromise Terrier, senza farsi scrupoli a interrompere la conversazione. «Per ragioni che non conosciamo, se ne sono andati dal Waziristan.»
Anselm lo guardò, perplesso. «Non mi piace. Cosa sanno che voi non sapete?»
Finnerman rise, ma nel suo sguardo non c’era alcuna ilarità. La domanda non gli era piaciuta, e Anselm capì il motivo dopo pochi istanti.
«Stamattina ho parlato con Eli Yadin» spiegò Finnerman. «Gli ho posto la stessa domanda. Volevo sapere perché eravamo stati tenuti all’oscuro.» Appoggiò le mani sulla scrivania e si sporse in avanti. «Sai cosa mi ha risposto? Che in Waziristan non c’è niente di interessante per loro e che al momento la situazione è tranquilla.»
«In altre parole, ti ha mentito» commentò Anselm.
«Non sarebbe la prima volta, e di sicuro non sarà l’ultima» aggiunse Finnerman, infastidito.
«Ma è un momento cruciale per noi» puntualizzò Terrier, tornando all’argomento principale.
«E il direttore del Mossad non dovrebbe nascondere nulla a un presunto alleato.»
«Presunto?» chiese Terrier, sorpreso.
Finnerman scosse la testa. «Non adesso, Howard.»
«E perché no?» Guardò Terrier. «La Knesset ha segretamente approvato l’espansione degli insediamenti oltre la “linea verde”, il confine del 1967. L’ultimo si trova nella valle del Giordano, che i falchi sono ben decisi a tenere sotto il controllo militare israeliano, perché garantisce la sicurezza del confine orientale. Il primo ministro ha assicurato al nostro presidente che non promulgherà la legge, ma nel frattempo l’espansione è iniziata… uno dei motivi per cui il cosiddetto vertice di pace non è altro che una messinscena. Da tempo la fazione ortodossa appoggia i conservatori, tenendo la Knesset per le palle.» Si appoggiò allo schienale e guardò il soffitto. «Lo sai, in un mondo perfetto…»
«Gli esseri umani non vivono in un mondo perfetto… e francamente non credo che potrebbero farlo» lo interruppe Finnerman. «E tu conosci le sue imperfezioni meglio di chiunque altro.»
«Imperfezioni che aumentano giorno dopo giorno» mormorò Terrier.
«Cos’hai detto?» chiese Finnerman.
Terrier scosse la testa. «Niente.»
«Abbiamo finito di parlare del nulla?» Anselm si tolse un filo immaginario dai pantaloni. «A ogni modo, la posizione del presidente non è mai stata così chiara; lo dice anche il primo ministro israeliano.»
Terrier guardò gli altri due. «E adesso che cosa facciamo? Com’è possibile che il vertice non venga annullato?»
«Il summit si farà perché si deve fare» replicò Anselm.
«Volete dire che…» replicò Terrier.
«Sì, è una grande mossa pubblicitaria. Perché lo status quo rimanga inalterato e nessuno ci rimetta la faccia.»
«E per evitare che le aziende del “processo di pace” implodano, lasciando migliaia di persone senza lavoro e le imprese senza utili.»
I vostri utili, pensò Terrier con amarezza. Anselm e Finnerman erano azionisti di numerose società legate a Gravenhurst che guadagnavano soldi grazie alla debolezza del processo di pace. Li disprezzava dal più profondo del cuore.
«Il punto fondamentale è che il summit avvantaggerà tutti i partecipanti. Quando sarà evidente che non ci saranno effetti sostanziali, diremo che “il presidente ci ha provato e anche solo per questo ha fatto più di chiunque altro negli ultimi dieci anni. Complimenti al nostro eroe”.»
Finnerman scoppiò a ridere. «E poi tutti potranno riprendere a odiarsi come prima.»