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«C’è puzza qui dentro. Di chi è la colpa?» esclamò Islam, entrando nella stanza.

Soraya guardò Sonya che correva incontro al jihadista. Lui la prese tra le braccia e la sollevò, facendola ridere.

«Che ne dici di una doccia?» propose a Soraya, reggendo la bambina in braccio.

«Ci piacerebbe molto, a tutte e due.»

Le accompagnò fuori dalla stanza, lungo il corridoio piantonato dalle guardie di El Ghadan con il volto coperto e gli occhi inespressivi. Quei ragazzi, con il loro distacco e le armi che imbracciavano, le davano i brividi. Erano poco più che bambini.

Islam le fece entrare nella seconda porta sulla destra; era una stanza più ampia e più luminosa del bagno che avevano usato fino a quel momento. C’era una fila di docce piastrellate. Sembravano pulite, per fortuna. Una pila di asciugamani e alcuni abiti erano appoggiati su due sgabelli di legno.

«Ho cercato di indovinare la vostra taglia» spiegò Islam appoggiando Sonya a terra.

«Grazie. Possiamo avere un po’ di intimità?»

«Mi dispiace, ma devo rimanere» replicò Islam. Poi, inaspettatamente, la pelle intorno ai suoi occhi si increspò. Stava sorridendo. «Ma mi girerò dall’altra parte, se prometti di non colpirmi di nuovo.»

Soraya aspettò un attimo prima di rispondere. «Promesso. Né io né Sonya ti colpiremo.»

«Troverete il sapone, lo shampoo e parecchia acqua calda.» Il suo sorriso si fece più ampio e lui si voltò verso la porta.

Soraya, dapprima esitante, poi sempre più rapidamente, spogliò sua figlia e si denudò a sua volta. Prese Sonya per mano e la accompagnò a una delle docce, abbastanza grande da ospitare tre adulti. L’acqua calda era una sensazione meravigliosa e Soraya se la godette per un po’, poi iniziò a insaponare Sonya e a lavarle i capelli. Poi, su richiesta della figlia, si inginocchiò, e Sonya poté aiutarla con lo shampoo.

«Non dovresti rimanere qui dentro con noi» disse Soraya a Islam, mentre si strofinava.

«Ci sono un sacco di cose che non dovrei fare, ma la mia vita non è così regolare. Non sono sposato e non ho figli. Il mio lavoro è portare la guerra, e l’ingiustizia è tutto quello che conosco.»

«Ora ti stai autocommiserando.»

Islam si irrigidì. «Non è autocommiserazione: è rabbia.»

Soraya prese una bolla di sapone e la posò sul naso di Sonya, che si mise a ridere. «Sei stato allevato a rabbia.»

«La rabbia è alimentata dall’ingiustizia. L’assalto alla nostra patria, l’occupazione da parte degli infedeli, la contaminazione del consumismo occidentale, mentre noi siamo costretti a rifugiarci in mezzo alle montagne o nel deserto. Come reagirebbe Sonya, di fronte a tutte queste violazioni? E all’oppressione? Non rispondere. Non puoi saperlo, non puoi neanche immaginarlo.»

Soraya finì di fare la doccia in silenzio: sapeva che lui aveva ragione.

Bourne, Ivan Borz, Aashir e i cinque ceceni superstiti scesero dalle montagne senza altri incidenti. Borz aveva spedito due uomini in avanscoperta, ma non avevano notato niente di pericoloso, né alcun segno della presenza talebana. Le caverne sembravano carie in una dentatura perfetta. Vi aleggiava un’aria di abbandono: erano case temporanee, aborrite dai loro stessi disperati abitanti, ed erano occupate soltanto dai fantasmi irrequieti di morti di cui nessuno ricordava l’esistenza.

Camminarono per più di mezza giornata, con brevi pause per riposarsi. Persino i ceceni sembravano sfiniti: la morte dei compagni li aveva traumatizzati e scoraggiati. Tutti tranne Borz, che era fresco come una rosa e pieno di vitalità. A ogni pausa, apriva la carta geografica della zona e la osservava con attenzione.

«Lo sai dove ci troviamo» protestò Bourne.

«Certo! Una volta superato il confine e trovate le caverne, eravamo al sicuro. I waziri sapevano dove portarci.»

«Non ci hanno traditi.»

«Lo so. È un peccato che Faraj li abbia uccisi.» Dal tono della sua voce non traspariva alcun rimpianto per la fine dei due guerrieri di Khan Abdali.

«Dove siamo diretti?» gli chiese Bourne.

«Qui.» Indicò un punto sulla carta. «Non è molto lontano.» Guardò il cielo, che stava diventando scuro. Il sole non amava quella parte dell’Afghanistan, e lasciava che le nubi la avvolgessero in una luce irreale da eterno crepuscolo.

«Non ha senso arrivare a destinazione di notte.» Borz ripiegò la carta e la mise via. «Ci accamperemo qui e ripartiremo all’alba.»

Si sistemarono con la schiena appoggiata alle rocce. I ceceni si alternarono a fare la guardia, aiutati dai visori notturni a infrarossi. Borz non aveva mentito quando aveva dichiarato di essersi arricchito con la guerra degli Stati Uniti: i visori erano di fabbricazione americana.

Mangiarono la scarsa razione di cibo, troppo stanchi per apprezzarne il sapore. Non era importante; il suo unico scopo era quello di dar loro energie sufficienti. Poi si misero a dormire. Bourne rimase sveglio, incapace di prendere sonno, mentre le ore scorrevano lente. I suoi pensieri erano simili a comete nel buio. Non voleva dormire e non voleva fermarsi: non aveva tempo da perdere.

Procedevano troppo lentamente. Mancava soltanto un giorno all’inizio del summit, e lui era infiltrato in un manipolo di terroristi che aveva come obiettivo proprio il vertice. O almeno, era quello che credeva fin da quando aveva visto le piantine sulla scrivania di Borz. Ma il ceceno non svelava informazioni utili, e lui non poteva insistere. Avrebbe solo attirato i suoi sospetti, ed era l’ultima cosa di cui aveva bisogno.

Il tempo era stato il suo peggior nemico fin dall’inizio della missione, e stava per diventare il boia di Soraya e di Sonya. Per la prima volta da quando El Ghadan lo aveva costretto a entrare in quella storia, dubitò di essere in grado di salvarle e di avere preso la strada giusta per riuscirci. E tuttavia sapeva di non avere alternative. Gli rimaneva soltanto la fede, e sperava che Borz lo avrebbe condotto a Singapore entro poche ore.

«Yusuf, toglimi una curiosità» disse il ceceno sedendosi accanto a lui. «Quando hai commesso il primo omicidio?»

Bourne guardò le stelle, come se il loro splendore potesse allontanare ogni preoccupazione, ogni cattivo pensiero. «Cerco di non pensarci.»

«Però te lo ricordi» insistette Borz.

«Mi ricordo tutto» mentì Bourne. «Per questo cerco di non pensarci.»

«La morte mi si addice. Quando muore qualcuno, lascia un silenzio speciale che apprezzo molto» replicò Borz, dopo una breve pausa.

«Perché?»

«Perché soltanto in quel silenzio, io mi sento vivo.»

Giunsero a destinazione appena prima di mezzogiorno. Il cielo era terso e faceva caldo. Gli uomini mandati in avanguardia non avevano incontrato anima viva. Si erano fatti strada in un paesaggio senza vita, come se camminassero sulla faccia nascosta della luna.

Erano coperti di polvere. Si infilava ovunque, nei vestiti, nel naso e nella bocca, e aveva un sapore sgradevole. I ceceni erano nervosi e avevano iniziato a litigare nonostante la ferrea disciplina alla quale erano abituati. Aashir all’inizio aveva cercato di placare gli animi, ma Borz lasciò che lo scontro verbale tra due soldati arrivasse alle mani, perché sperava che la violenza fisica li calmasse. Si sbagliava: il risentimento continuava a crescere. Bourne non perse d’occhio Aashir, ma il ragazzo sembrava essersi ripreso dalla botta alla testa. Cercava di distrarre i ceceni raccontando loro storie di spiriti, diavoli della polvere e serpenti parlanti. Bourne era affascinato dal suo spirito d’iniziativa e dalla sua capacità di farsi ascoltare dai soldati: non era nemmeno uno di loro, eppure si era conquistato il loro affetto.

Superarono una cresta e si trovarono su un altopiano brullo e scoperto che attraversarono in fretta per timore di essere attaccati. Oltre l’altopiano il terreno digradava in una depressione, al centro della quale si trovava un grosso oggetto, coperto da una rete mimetica.

«Ci siamo!» urlò Borz per incoraggiare i suoi uomini.

Mentre due ceceni montavano di guardia, altri tre tagliarono la rete, sotto la quale si trovava un Antonov AN-140 bimotore turboelica. Aveva una capacità di carico di cinquantadue passeggeri e un’autonomia di circa tremila chilometri. Borz doveva ritenerlo sacrificabile, pensò Bourne. Costava circa nove milioni di dollari, quindi era relativamente a buon mercato per quel genere di cose. Un Alenia e un ATR potevano costare anche il triplo, ma l’Antonov era abbastanza solido. Restava un mistero come avesse fatto Borz a farlo arrivare tra le montagne dell’Afghanistan.

Finalmente!, pensò Bourne impaziente, mentre il sangue prendeva a pulsargli rapidamente nelle tempie.

Borz aprì il portellone e salì, seguito dai suoi uomini. Bourne fu l’ultimo ad accedere. Mentre toglieva i tacchi per liberare le ruote, fu assalito da una strana premonizione. Entrò nella cabina di pilotaggio e si sedette vicino a Borz, che stava per completare i controlli predecollo.

«Ho un brutto presentimento» rivelò al ceceno.

«Tu non hai mai buoni presentimenti» grugnì Borz e continuò a maneggiare gli interruttori, controllando le spie rosse sul pannello e assicurandosi che tutto fosse pronto. Avviò i motori e l’aereo iniziò a vibrare. «Luce verde, si parte.»

Bourne toccò un quadrante. «L’altimetro è disattivato.»

«È un Antonov, un aereo russo del cazzo! Cosa ti aspetti?»

«Mi aspetto che sia tutto in ordine, ogni volta che devo volare.»

Borz si voltò verso di lui. «Yusuf, per essere un arabo sei davvero un tipo divertente, lo sai?»

Un attimo dopo iniziarono il rullaggio. Alla fine della depressione nella quale si trovavano c’era una fila di alberi malandati e polverosi. L’aereo si alzò in cielo, senza nemmeno sfiorarne le cime con il carrello.

«Tempo di volo: quarantacinque minuti» gridò Borz, per farsi sentire al di sopra del frastuono.

Bourne prese il fucile, lo smontò, lo controllò pezzo per pezzo e lo rimontò. Borz rimase a guardarlo in silenzio.

Cinquanta minuti dopo, il ceceno iniziò la discesa. Bourne guardò fuori e vide avvicinarsi un’altra depressione del terreno, più grande della precedente, al centro della quale era stata ricavata una pista d’atterraggio. Un jet per voli a lungo raggio, lucente sotto i raggi del sole, era pronto a partire. Bourne notò sei uomini armati, uno di essi scrutava il cielo con un binocolo. Alzò e abbassò il fucile tre volte.

«Tutto a posto!» urlò Borz. Accese e spense le luci d’atterraggio per tre volte, in risposta al segnale.

Bourne si rese conto che la pista era piuttosto larga e poteva ospitare l’Antonov e il jet nello stesso tempo. Borz si preparò all’atterraggio. Erano già entrati nella fase critica quando l’altimetro scese di colpo.

Se ne accorsero entrambi.

«Yusuf, non è niente.»

Ma Bourne ricordò all’improvviso la premonizione che aveva avuto prima del decollo. Sapeva che non era così.

Senza dire una parola, si slacciò la cintura di sicurezza e corse nel retro della cabina, dove aprì la botola nel pavimento e vide un groviglio di cavi e sistemi elettronici.

«Prendi quota!» urlò. «Prendi quota, Borz, ora!»