21
Bourne lasciò Eisa in un locale aperto fino a tardi. Chiamò Zizzy e gli ordinò di raggiungerlo in fretta, portando alcuni oggetti che gli servivano.
Zizzy arrivò in taxi dopo una ventina di minuti. «Hafiz è morto» annunciò in tono triste, poi allungò al tassista una manciata di monete e gli chiese di aspettarlo.
«Anche il suo assassino» commentò Bourne. Infilò gli oggetti che Zizzy gli aveva portato nelle capienti tasche dei pantaloni che indossava sotto la veste. «Voglio che tu faccia il check out per entrambi, chiami il pilota e rientri a Doha.»
«Senza di te? Sei impazzito?» chiese Zizzy, sconcertato.
«Possibile. Chi può dirlo?»
Zizzy lo fissò a lungo, poi sembrò convincersi. «E tu dove andrai?» domandò. Sembrava sinceramente preoccupato.
«È meglio che tu non lo sappia. Procedi come ti ho detto.»
«Ma davvero…»
«Fa’ come ti ho detto. Mi hai già aiutato abbastanza.»
Bourne guidava sulle strade battute dalla pioggia e dal vento. Eisa era con lui. Sotto la sua protezione.
Il parco Nairabein era piuttosto piccolo. Lungo i bordi erano parcheggiate molte auto, ed era circondato da palazzi su tre lati. Ma presentava alcuni vantaggi. Prima di tutto, a quell’ora del mattino era deserto. Inoltre si trovava nella zona occidentale della città, lontano dalla linea del fuoco, almeno fino a quel momento.
Secondo le informazioni che Furuque aveva fornito a Eisa, era il luogo di reclutamento della Milizia del Domani. I capi avevano scelto bene: il parco era davvero brutto, anche per il più basso degli standard urbani. I pochi alberi erano intervallati da muretti di cemento sormontati da sbarre di ferro a forma di mezzaluna. La guerra aveva interrotto le attività edilizie e gli investimenti immobiliari, ed era stato utilizzato come ricovero per escavatori.
Quando Bourne parcheggiò la moto rubata nei pressi della piazza della battaglia di Dhi Qar, il diluvio si era trasformato in una pioggerellina sottile. Lui ed Eisa attraversarono la strada apparentemente deserta, e si avvicinarono a un gruppo di giovani radunati attorno a un podio improvvisato su cui erano saliti tre uomini vestiti di bianco, con il viso e la testa avvolti da un fazzoletto che lasciava scoperti soltanto gli occhi e la bocca. Il tizio al centro sembrava il capo e stava tenendo un discorso. Gli altri due imbracciavano fucili d’assalto, così come un’altra decina di terroristi che presidiavano il perimetro del parco.
Bourne si rivolse a uno dei jihadisti che emerse dall’ombra per avvicinarsi a loro. Si presentò a nome di Furuque, appoggiò una mano sulla spalla di Eisa e lo indicò come l’ultima risorsa reclutata dal cecchino, prima dell’attacco al locale sotterraneo. Il terrorista annuì e li fece passare. Si avvicinarono alla piccola folla intenta ad ascoltare il leader che parlava a voce così alta da non avere bisogno di microfono.
«Dobbiamo capire a fondo il ruolo dei Fratelli Musulmani in Occidente» stava dicendo ai giovani radunati intorno al palco. «L’insediamento e l’adattamento è un processo jihadista. Voi ikhwan dovete comprendere che il vostro lavoro è un grande jihad, che ha l’obiettivo di eliminare e abbattere la civiltà occidentale e di sabotare la sua squallida struttura dall’interno. Le vostre mani, e quelle degli altri credenti, favoriranno la vittoria della religione di Dio sopra tutte le altre.» Ikhwan era la parola araba per «fratelli». Fratelli d’armi, soprattutto.
L’uomo aveva gli occhi scintillanti e la faccia sembrava illuminata dal suo fuoco interiore. Era alto e concentrato in volto. Come tutti i demagoghi impiegava la voce come un’arma. A volte melliflua e suadente, altre tagliente come un bisturi.
«Se non ne siamo consapevoli, allora non siamo all’altezza della sfida e non siamo ancora pronti per il jihad. Il destino di tutti i musulmani è combattere per il jihad e impegnarsi fino all’ultima ora, ovunque si trovino: nessuno può sfuggire alla propria sorte.»
Bourne guardò i volti che ascoltavano rapiti e fu assalito da un terribile sospetto. Le parole del leader confermarono i suoi pensieri dopo pochi istanti.
«Ikhwan, il nostro piano per voi in Nordamerica è un buon piano, ed è solido. Prevede cinque fasi. La prima è il radicamento dei capi scelti, che avverrà in maniera discreta. La seconda prevede l’apparizione graduale sulla scena pubblica… un vero e proprio governo ombra. Nella terza fase le attività si intensificano, per arrivare al conflitto e al confronto con i governanti. La quarta include l’addestramento all’uso delle armi, in patria e all’estero, in vista dell’ora zero. Quinta fase: scontro diretto e pubblico con il governo attraverso una forte pressione politica. Per prendere il potere e fondare una nazione islamica.»
Il leader fece una pausa e si guardò attorno, come se volesse incontrare lo sguardo di tutte le reclute. «Voi siete qui per dare inizio alla quarta fase.»
Nelle prime ore del mattino, il lungomare di Doha era completamente deserto. La città, con la sua baia a forma di mezzaluna e i grattacieli illuminati come a capodanno, offriva una vista mozzafiato. Sembrava l’immagine di un futuro lontano. Ma come diceva il governo: «In Qatar, il futuro è già arrivato».
Sara avrebbe voluto dormire per dodici ore filate, ma continuò a camminare lungo la riva, osservando un peschereccio che preparava le grandi reti per la pesca in mare aperto. Quando lo vide allontanarsi, ricordò con un brivido il suo incontro ravvicinato con lo squalo. Il fianco bruciava e le faceva molto male.
Quando erano arrivati al lungomare, aveva ordinato a Blum di parcheggiare e si era incamminata, tenendo stretto in mano il cellulare di Khalifa. Sentiva l’uomo trotterellare dietro di lei.
Blum la raggiunse. «Sembra che tu sia stata in battaglia. Vuoi dirmi cosa diavolo ti è successo?»
Sara schiacciò il tasto di richiamata. Un attimo dopo, il telefonino di Blum iniziò a vibrare. Lui lo prese e rispose senza guardare lo schermo.
«Pronto?»
Sara si voltò verso di lui e gli mostrò il cellulare del colonnello. «Khalifa è morto, Levi. Ecco che cosa mi è successo.»
Blum guardò il proprio cellulare e poi quello che Sara teneva in mano. «Ben zona.» Figlio di puttana!
«Proprio così. Cosa gli avevi detto di me?»
«Niente, te lo giuro. Sapeva già tutto.»
Hassim, pensò Sara. «Siete stati tu e Hassim.»
Il peschereccio si era allontanato. Tra le numerose petroliere all’orizzonte, sembrava una minuscola formichina.
«Fa parte del lavoro» replicò Blum, passandosi la lingua sulle labbra. «Lascia che ti spieghi.»
«Quale lavoro? Levi, di quale cazzo di lavoro stai parlando?» sbottò Sara, facendolo trasalire.
«Kusemec!» Cazzo!
«Se hai intenzione di darmi una spiegazione, fallo subito.»
«No, finché non ti sarai calmata. Sembra tu voglia staccarmi la testa dal collo.»
Sara lo afferrò per un braccio e lo costrinse a guardarla in faccia. «Non è l’unica cosa che ti staccherò. Parla.»
Il volto pallido di Blum sembrò ingrossarsi, poi l’immagine iniziò a ondeggiare mentre il campo visivo di Sara veniva attraversato da bianchi lampi accecanti, come se qualcosa la stesse trascinando via alla velocità della luce.
Un pozzo scuro si aprì di fronte a lei e la inghiottì. Cadde, e continuò a precipitare.
«No. Stasera monterai Dixon» ordinò Hunter, allontanando Camilla dal box di Starfall.
La scuderia era illuminata, come se l’edificio stesso fosse in attesa del loro arrivo. Si fermarono di fronte a uno degli ultimi box. Uno stallone nero sollevò la testa e dilatò le froge, per annusarla. Aveva gli occhi scintillanti e scoprì i denti.
«È bellissimo» esclamò Camilla.
Hunter sorrise. «Portalo fuori e sellalo.»
Non appena Camilla aprì lo sportello, il cavallo arretrò e sbuffò in modo poco amichevole.
«Qualcuno lo ha mai cavalcato?»
«Io. Vuoi che lo selli per te?» replicò Hunter.
Camilla alzò la mano. «E a cosa servirebbe?»
«Coraggio, ragazza!» la incitò Hunter, poi si spostò e si appoggiò alla parete più lontana.
Camilla entrò nel box e allungò la mano per afferrare le briglie. Dixon cercò di morderla e per poco non le mozzò le dita.
«Cazzo!»
Hunter rimase impassibile e incrociò le braccia sul petto. «Cam, sai cosa devi fare per avvicinarti a lui.»
Camilla annuì e si spostò di lato, in modo che lo stallone potesse vederla meglio. Gli sorrise e iniziò a parlargli con dolcezza, come aveva fatto con Starfall. L’occhio di Dixon la fissava con un’intensità quasi diabolica, e alla fine l’intero corpo dell’animale si mosse improvvisamente e la schiacciò contro la parete del box.
«Hunter!» chiamò Camilla, senza alzare la voce. Il cuore le martellava. Allungò il collo e vide che Hunter non c’era più: era sola.
Cercò di controllare il respiro e tornò a parlare con il cavallo. Una specie di cantilena, come se stesse cercando di placare un bambino con il mal di pancia. «Ehi, piccolino, io e te andremo d’accordo, lo so, lo sento, c’è qualcosa tra noi. Lo sai anche tu, vero?» Senza smettere di parlare avvicinò la mano al muso e gli accarezzò la mascella, per calmarlo. «Lo vedi, siamo solo noi due, solo io e te, adesso andiamo a fare un bel giretto, vero? Ci divertiremo, solo io e te, ti piacerà, vero piccolino? Sono sicura che ti piacerà…»
L’occhio continuava a fissarla, e lei non interruppe la litania. Alla fine Dixon, come stregato, fece un passo indietro. Camilla non si mosse ma riprese a respirare in maniera più regolare e fece scorrere la mano sul muso dell’animale. Lui sbuffò e chinò la testa verso di lei.
A quel punto, Camilla afferrò la criniera e gli montò in groppa senza sellarlo. Lo guidò fuori dalle scuderie, sotto il cielo punteggiato di stelle, dove Hunter la stava aspettando, pronta per la cavalcata.
Il reclutamento stava per finire e i jihadisti armati avevano preso i giovani americani sotto la propria ala protettiva, guidandoli verso un paio di grossi furgoni telonati con panche di legno per i passeggeri. Senza staccarsi da Eisa, Bourne si avvicinò al mezzo sul quale i ragazzi stavano salendo. Trattati come bestie, pensò.
Quando il primo autocarro fu pieno, i jihadisti iniziarono a far salire le reclute sul secondo. Arrivò il turno di Eisa. Bourne cercò di seguirlo, ma uno dei terroristi lo fermò prendendolo per un braccio.
«Da questa parte» gli ordinò, guidandolo lungo la fiancata del mezzo. Raggiunsero il leader, protetto da due guardie del corpo.
«La ilaha illa Allah» esclamò il capo. Non c’è altro Dio all’infuori di Allah. «Uno dei miei uomini mi ha detto che sei amico di Furuque.»
«Furuque è morto. Eisa è una delle due reclute alle quali stava parlando quando il locale è stato attaccato dall’esercito.»
«E come mai il locale è stato attaccato?»
«Non saprei dirlo.»
«Allora dimmi come ti chiami, per favore» lo incalzò l’uomo.
Bourne obbedì.
«Yusuf Al Khatib, non ho mai sentito il tuo nome e Furuque non mi ha mai parlato di te.» Si strofinò la barba sotto le labbra vermiglie. «A dire il vero, non ero al corrente che Furuque avesse amici.»
«Prima di tutto, ora che ti ho detto il mio nome, posso conoscere il tuo?»
Il capo lo fissò a lungo. «Mi chiamo Abu Faraj Khalid.»
«Abu Faraj Khalid, io non ho mai detto di essere amico di Furuque. Sei stato tu a dirlo. I cecchini come Furuque non hanno amici, lo sanno tutti. Sono esseri solitari.»
«E come fai a saperlo, Yusuf Al Khatib?»
«Anch’io sono un cecchino. È per questo che ho conosciuto Furuque.» Sorrise. «Siamo una fratellanza. Una fratellanza di eletti.»
Faraj continuava a lisciarsi la barba senza smettere di fissare Bourne negli occhi. «Amico mio, è una bella storia. Ammesso che sia vera.»
«Perché non dovrebbe esserlo?»
«Già. Perché?» Faraj schioccò le dita e una delle guardie del corpo porse il suo fucile, perché Bourne lo prendesse.
«Questo è un AK-47» disse Bourne. «Cosa ti aspetti che faccia? Vuoi che dia una potatina agli alberi?»
«Hai portato il tuo fucile? Dov’è?»
«L’ho lasciato al locale. Sono stato fortunato a scappare con Eisa. Una recluta è più importante di un fucile.»
«Mashalla.» Sia fatta la volontà di Allah.
«Allahu Akbar» replicò Bourne. Dio è grande.
«Dimmi, Yusuf: qual è l’arma che hai lasciato al locale?»
«Un AWM modello L115A3.»
«Americano, vero?»
«Britannico.» Bourne sapeva perfettamente che il capo non poteva ignorare l’origine di quel fucile.
Un sorriso sghembo si fece strada sulla faccia di Faraj. Schioccò di nuovo le dita e dopo un attimo qualcuno gli porse un’arma. La trattenne per un momento, poi la passò a Bourne.
Jason afferrò l’AWM senza esitare, aprì l’otturatore, verificò che la cartuccia Winchester Magnum .300 fosse nella camera di scoppio e che non fosse a salve, e poi richiuse l’otturatore.
Faraj si voltò e indicò un lampione stradale. La luce della lampadina sfarfallava e sembrava sul punto di spegnersi definitivamente. Bourne valutò una distanza di trecento metri, alla portata dell’AWM. Ma doveva tenere conto della nebbia che fluttuava sul parco. La luce andava e veniva, ogni tanto era avvolta dalla foschia, per poi riapparire. Sembrava una luna triste, in fase calante.
Si appoggiò alla fiancata dell’autocarro e prese la mira. Ignorò la foschia e si concentrò sulla luce, aspettò che le bave di nebbia che la avvolgevano si diradassero. Aspettò e poi tirò il grilletto con lentezza. Sentì la detonazione, e un istante dopo la lampadina esplose.
Faraj si voltò a guardarlo. Sorrideva.
«Eccellente. Davvero eccellente.»
Riprese il fucile e lo passò a uno dei suoi uomini. «Potresti esserci utile. Ti interessa?»
«Se non mi interessasse, non avrei fatto da pastore a Eisa.»
«L’agnello! Sì, l’agnello!» Faraj allargò le mani e poi abbracciò Bourne.
«As-salam alaykum wa rahmatu, akhoya, Allahi wa barakatuhu» gridò. La pace sia con te, fratello, e Allah abbia pietà di te e ti benedica.