20
William Magnus, presidente degli Stati Uniti d’America, era di cattivo umore. Quel genere di cattivo umore per cui neppure Howard Anselm avrebbe osato affrontarlo, per paura di essere fulminato.
Il presidente guardava fuori dalla finestra dello Studio Ovale. Il buio era sceso su Washington e le luci illuminavano i muri di cemento rinforzato che proteggevano la Casa Bianca dai terroristi. Quella vista lo deprimeva ancora di più. Si sentiva prigioniero.
Era immobile come una delle sentinelle che montavano la guardia nel giardino della residenza, all’interno dell’alta palizzata dipinta di nero. Era stata una lunga giornata, piena di riunioni, telefonate, discussioni e incontri. Se ne stava in piedi vicino alla bandiera degli Stati Uniti, quella in cui aveva sognato di avvolgere Camilla alcuni giorni prima.
Non aveva approfittato di quell’occasione per scoparsela, con le buone o con le cattive, e il ricordo lo tormentava. Lei aveva detto di no, e allora? Le donne dicono sempre di no, fa parte della loro natura. La sua ampia esperienza gli aveva insegnato che no significava quasi sempre sì, almeno quando si trattava di sesso. Alle donne piaceva sembrare pudiche, o addirittura caste, ma dietro l’apparenza erano arrapate come un uomo. Forse anche di più.
Magnus rimase immobile, a testa alta e mento in fuori, le mani intrecciate dietro la schiena. La figa, pensò, è come un uragano: quando arriva, è umida e calda.
Sghignazzò, e per un attimo tornò di buonumore. Poi pensò di nuovo a Camilla e al suo rifiuto di continuare la relazione. Perché? Il sesso era fantastico, non aveva mai provato niente di simile prima di lei. Sapeva che anche lei sentiva la stessa cosa, e allora perché voleva interrompere tutto? Non voleva diventare un’altra Lewinsky? Non se la beveva. Aveva adottato raffinate misure di sicurezza per impedire che si ripetesse un disastro come quello. Era l’uomo più potente del mondo libero. Anzi, del mondo intero. Le donne erano attratte dal potere, così come gli uomini erano attratti dalla bellezza. Che cazzo di problema aveva quella donna?
Sospirò. Che cosa doveva fare? Sapeva la risposta, anche se una parte di lui non voleva abbassarsi a un comportamento del genere. Era una cosa da adolescenti. Eppure sapeva che lo avrebbe fatto: nessun ripensamento e nessuna reazione avrebbero potuto fermarlo.
Sospirò ancora, poi si avvicinò alla scrivania e si sedette. Aprì un cassetto e ne estrasse un computer portatile. Aspettò che si avviasse, poi cliccò l’icona a forma di occhio e davanti a lui comparve la ripresa di una telecamera a circuito chiuso che mostrava le immagini della stanza di Camilla al Caseificio.
E lei era lì, nuda, in tutto il suo splendore. Stava uscendo dal bagno, in una nuvola di vapore che lui immaginò profumato, e si tamponava i capelli con un morbido telo bianco. Ah, quanto vorrei essere quell’asciugamano!, pensò il presidente. Si appoggiò allo schienale con un sospiro.
Non voleva soltanto scoparsi Camilla: voleva stare con lei. Era innamorato di lei! Lui, il presidente degli Stati Uniti d’America, sposato, due figli e un cane, amato da tutti i cittadini!
Si prese la testa tra le mani e chiuse gli occhi, sofferente. Il cuore gli batteva forte. All’improvviso sollevò il braccio destro e con una manata spazzò via il computer dalla scrivania. Il laptop andò a sbattere contro la parete e finì in pezzi, portando con sé quelle immagini disdicevoli, colpevoli, maledette.
In un attimo, la stanza si riempì di agenti dei servizi segreti.
«Fuori! Fuori di qui!» urlò Magnus.
Dieci minuti dopo, Howard Anselm fu messo al corrente dell’accaduto e iniziò a preoccuparsi sul serio.
«As-salam alaykum! Sono Yusuf Al Khatib» esordì Bourne.
Il ragazzo lo fissò, poi gli sorrise. «Mi chiamo Eisa. Grazie per avermi salvato la vita.»
Bourne salì la scaletta. Quando arrivò al pianterreno, Eisa gli porse la pistola.
«Devi procurarti un’arma migliore, Yusuf. Questa è troppo vecchia.»
Bourne mise via la Stechkin. «Andiamocene da qui, prima che l’esercito torni a dare un’occhiata.»
Attraversarono gli squallidi terreni che circondavano la fabbrica, coperti di immondizia. A parte le carcasse delle automobili le strade erano vuote. Damasco era di nuovo avvolta da un’inquietante cappa di silenzio. Alcuni quartieri erano illuminati, come in qualsiasi città del mondo, ma altri erano immersi nel buio. Forse c’era stato un blackout, o forse gli abitanti non volevano attirare l’attenzione. Poi i bombardamenti ripresero nei quartieri periferici, rischiarando la notte.
Eisa camminava a testa bassa. «Perché Furuque ti ha aggredito in quel modo?»
«Una faida famigliare. Problemi tra zii» mentì Bourne.
Eisa annuì. «Anche la mia famiglia è spaccata.» Parlava uno strano arabo. Né troppo ampolloso né troppo elementare, ma con un’insolita mancanza d’accento. «Da dove vieni?»
«Da Pittsburgh. È negli Stati Uniti.»
A Bourne si gelò il sangue nelle vene. «Anche l’altro ragazzo che era con te viene dall’America?»
«Questa sera eravamo tutti americani. La nostra fede è salda: siamo venuti per combattere il jihad.»
Bourne rifletté un momento prima di proseguire. «E quanti eravate?»
«Non ne ho idea. Lo vedrò stasera.»
Bourne era sconvolto. Aveva sentito parlare di cittadini americani che aderivano alla causa jihadista, ma non pensava che si trattasse di grandi numeri. Era uno sviluppo imprevisto e terrificante. «Furuque ti stava reclutando?»
«Indottrinando, per la verità. Mi sono reclutato da solo. Cioè, non proprio: ho trovato un amico in internet.»
«Su Facebook?»
«No, Facebook è troppo popolare: l’ho conosciuto attraverso una chat room fantasy. Eravamo appassionati dello stesso gioco e siamo finiti a parlare di altre cose. Lui è solo, non ha amici.»
«Come mai?»
«Dice di essere un fuggitivo. Suo padre cerca di rintracciarlo da anni, ma lui è riuscito a sfuggirgli. Usa un nome falso e tutto il resto.»
«Come si chiama?»
«Non dovrei dirtelo. Potresti essere uno degli uomini di suo padre. Dice che è molto potente.»
Bourne scoppiò a ridere. «Io non lavoro per nessuno.»
Erano arrivati a un incrocio. Un semaforo lampeggiava. Sembrava seriamente danneggiato, come il resto della città.
Eisa fissò Bourne. «Ho un appuntamento con lui.»
«Fa parte del Fronte al-Nusra?»
«No. Milizia del Domani.»
L’esercito di El Ghadan. «Era lì che doveva portarti Furuque? Al reclutamento?»
Eisa annuì. «C’è un’area di addestramento nella parte occidentale della città, al parco Nairabein, di fronte alla piazza della battaglia di Dhi Qar. Sarei dovuto andarci con lui, stasera.»
«Sai come arrivarci?»
«Sono arrivato ieri» rispose Eisa, scuotendo la testa.
Il cellulare di El Ghadan vibrò nella tasca di Bourne, ricordandogli che era mezzanotte. Era un altro messaggio mandato per dimostrare che Soraya e Sonya erano ancora vive. Se non altro, pensò Bourne, El Ghadan non sapeva più dove si trovava in quel momento.
«Posso accompagnarti» si offrì con il cuore che accelerava. Non poteva lasciarsi scappare quel ragazzo. «Questi incontri per il reclutamento sono molto movimentati. Dimmi come si chiama il tuo amico, ti aiuterò a trovarlo.»
«Si chiama Aashir» rispose il ragazzo.
La pioggia aveva inondato la barca di Hassim, ma Sara era quasi arrivata al molo. Ormai era al sicuro. Ringraziò per l’ennesima volta la sua buona stella per essere cresciuta a bordo dell’imbarcazione di suo padre. Stare al timone era diventato, per lei, un gesto quasi istintivo.
Dopo avere assicurato la barca all’ormeggio, ripulì il ponte da quel che rimaneva del sangue e gettò le catene in mare, poi si sporse oltre la falchetta e lavò accuratamente la stella di David nelle acque agitate. Rialzandosi notò un oggetto sul ponte, visibile soltanto da quell’angolazione. Lo raccolse: era il cellulare di Khalifa.
Scese dalla barca sotto una pioggia torrenziale. Era già bagnata, ma nel giro di pochi istanti fu completamente fradicia. Il capitano di porto sbucò da un edificio e aprì un grande ombrello, poi l’accompagnò nel suo ufficio. Era calvo e tracagnotto, con la schiena curva e le mani arrossate dalle intemperie.
La invitò a sedersi e prese due asciugamani, che forse teneva per occasioni come quella, e li aprì per aiutarla a coprirsi. Si voltò per preparare un tè caldo, glielo portò e si sedette davanti a lei. «Signora, cosa è successo?»
Sara sapeva che le avrebbero rivolto parecchie domande, ma il suo alleato più prezioso era la situazione meteorologica.
«La tempesta è arrivata all’improvviso. Per qualche ragione che non conosco, Hassim aveva dimenticato di accendere il radar. Forse era rotto.» Bevve un sorso di tè e poi batté le ciglia in direzione del capitano e aggiunse: «Grazie».
L’uomo sembrava ancora molto preoccupato e respinse i ringraziamenti con un gesto della mano. Tirò fuori da un cassetto il kit del pronto soccorso. Prese alcol, tintura di iodio e garze, poi le passò uno specchio e la invitò a medicarsi la ferita sulla guancia. Non provò nemmeno a toccarla: sarebbe stato un gesto di grande maleducazione. Sara pensò alla differenza tra quell’uomo e Khalifa, che non si era fatto problemi a metterle le mani addosso, a ferirla, a cercare di ucciderla.
Iniziò a ripulire la ferita. La pelle era gonfia. Il capitano non aveva visto le scorticature sul fianco e lei non gliele avrebbe mostrate. Bruciavano, ma Sara decise che l’acqua salata che le aveva bagnate sarebbe stata sufficiente a disinfettarle.
«E Hassim?» chiese il capitano, con delicatezza.
Sara sospirò, poi richiamò alla mente le immagini del suo incontro ravvicinato con gli squali, e le lacrime sgorgarono spontaneamente. Le avevano insegnato che era meglio non fingere il pianto.
«Signora, non si sforzi.» Il capitano dondolava avanti e indietro, come se stesse pregando. «Non c’è fretta.»
Lei annuì, finì di ripulire la ferita e bevve ancora un po’ di tè. «C’era un altro uomo a bordo. A dire il vero, ero sua ospite. Abbiamo cenato al Red Pearl, era tardi, ma lui mi ha invitata a una crociera notturna. Io… io non volevo, ma lui ha insistito.» Avrebbe preferito non parlare di Khalifa, ma erano stati visti salire sulla barca di Hassim. «Lei sa che gli uomini possono essere molto…»
«Sì, signora. Lo so.» Annuì e si passò la lingua sulle labbra. «Signora, come si chiamava l’uomo che ha accompagnato lei e Hassim?»
«Si chiamava Khalifa. Khalifa Al Mohannadi.»
«Il colonnello Al Mohannadi?» chiese il capitano, sorpreso.
Sara scosse la testa. «Non ha mai detto di essere un colonnello, e nemmeno di far parte dell’esercito.»
«Non proprio dell’esercito» mormorò il capitano.
Sara drizzò la testa. «Come ha detto?»
«Niente, signora. Continui, la prego.»
Sara raccontò la storia che aveva inventato rientrando in porto: la tempesta era arrivata all’improvviso e aveva colto i due uomini di sorpresa. Un’onda aveva travolto Hassim e lo aveva scagliato in mare prima che lei e Khalifa potessero reagire. Poi Khalifa aveva eroicamente tentato di salvare l’amico ed era finito in acqua.
«È una storia triste. Una vera tragedia.» L’uomo si alzò in piedi e le riempì di nuovo la tazza. «È a Doha da sola? Vuole che le chiami qualcuno?»
Tirò fuori il cellulare di Khalifa. «Ci penso io.»
Il capitano annuì. «Come vuole.» Indicò la porta. «Ho molte cose da fare, ma sarò di là, se ha bisogno di me.»
«Grazie. Lei è davvero molto gentile.»
Una volta rimasta sola chiamò Levi Blum. L’uomo non rispose e lei gli lasciò un messaggio in segreteria chiedendogli di venire a prenderla al porto.
Poi, per ingannare l’attesa, si mise a controllare l’elenco delle chiamate e degli SMS di Khalifa. Quello che vide la fece rabbrividire.
Quando squillò il telefono, Levi Blum era ancora a letto e non rispose. Non era solo, ma con Darlene. A essere precisi, era sopra di lei. Si erano conosciuti otto mesi prima al Nite Jewel, un locale in cui era possibile fare incontri di ogni genere, frequentato da stranieri e uomini in viaggio d’affari.
La prima volta che l’aveva adocchiata lei era con un altro. Un indiano dalla carnagione scura che Blum aveva odiato fin da subito. Era magro e aveva un aspetto ambiguo, il tipo di uomo che Blum disprezzava. Ma era molto ricco, e Darlene sembrava attratta in modo irresistibile da quell’aspetto della personalità maschile.
Era raro vederla da sola. Da quando era a Doha, Levi aveva incontrato molte donne come lei. E purtroppo per lui, che non aveva molti soldi, erano tutte strepitosamente belle. Il genere di donna che spesso sognava mentre stava a letto da solo.
E non importava quanto riuscisse ad apparire affascinante e simpatico: senza la dovuta ricchezza era condannato ad andare in bianco. Preso dallo sconforto era arrivato a pensare di sfruttare la sua rete di contatti per scoprire qualche schifezza sul conto dell’indiano. Ma era un uomo del Mossad, e sapeva che non era una buona idea usare le risorse aziendali per fini personali.
Aveva dovuto trovare un modo per arricchirsi. Era pronto per essere corrotto. Alcuni dovevano essersene accorti e avevano iniziato a tenerlo d’occhio, in maniera discreta ma continua. Ricordava con esattezza il momento in cui li aveva scoperti: un volto familiare, riflesso in una vetrina del centro commerciale. Era entrato nel negozio e si era messo a cercare una camicia. Prima di arrivare alla cassa era certo di essere sorvegliato.
Da allora, non aveva più sognato Darlene e le altre bellezze che splendevano nella notte del Nite Jewel, ma gli uomini che lo seguivano a ogni ora del giorno. Erano cinque, e si alternavano in ordine casuale. Una mossa astuta, perché se avessero seguito turni precisi, di quattro o sei ore, sarebbero stati più facilmente individuabili.
Avevano aspettato il momento opportuno, e alla fine lo avevano agganciato. In maniera estremamente informale, come se fossero vecchi amici. Gli avevano offerto una cifra troppo generosa per rifiutare. Certe occasioni capitano soltanto una volta nella vita. Sarebbe stato costretto a fare il doppio gioco, ma avrebbe giocato a modo suo. Era pericoloso, certo, ma era l’unica possibilità che aveva.
I soldi avevano attirato Darlene. Una magra consolazione, ma per un uomo come Blum, che non aveva mai avuto fortuna con le donne, poteva bastare. Aveva finalmente ottenuto il suo trofeo. Solitamente non avrebbe sprecato un attimo del tempo che trascorreva con lei. Ma quel giorno il cellulare squillò di nuovo. Era una suoneria particolare, associata a un particolare contatto nella sua rubrica.
Si staccò dalla donna e afferrò il telefono appoggiato sul comodino. Darlene scivolò verso il basso e si mise a baciargli l’uccello dandogli dei colpetti con la lingua, su e giù. Blum non aveva mai capito come ci riuscisse, ma non importava. La ragazza iniziò a emettere un suono gorgogliante, di gola, e come sempre quel verso lo eccitò ancora di più.
Chiuse gli occhi per un attimo, dimenticando i pensieri e il senso del dovere. Inarcò il corpo e venne dentro la gola di Darlene, prima di quanto avrebbe voluto, mentre lei emetteva un lungo sospiro.
Senza lasciar passare il tempo necessario perché lei non si offendesse, scattò verso il cellulare, lo prese e verificò la chiamata. Non aveva lasciato messaggi, ma non lo faceva mai. Controllò la telefonata precedente: era Rebeka, che gli chiedeva di andare a prenderla al porto immediatamente. Sentì un tuffo al cuore. Perché diavolo aveva chiamato dal cellulare di Khalifa?
Scese dal letto, con le gambe pesanti e le labbra gonfie. Andò in bagno e si infilò sotto la doccia. Dopo qualche minuto arrivò anche Darlene, che iniziò a strusciarsi contro di lui.
Ma Blum non poteva ignorare le questioni che avevano rovinato quel momento di piacere, e si allontanò da lei. Uscì dalla doccia e iniziò ad asciugarsi.
«Dove vai a quest’ora della notte?» gli chiese lei con un broncio sexy. «Da un’altra donna?»