capitolo 51
Insch passeggiava avanti e indietro sotto la pioggia fuori dalla stazione di polizia, borbottando qualcosa al telefono, con un ombrello a coprirgli la scintillante testa calva. Logan si tirò su il bavero della giacca e si affrettò fuori dalle porte automatiche della reception, zigzagando in mezzo alle pozzanghere. Si fermò a pochi passi da Insch. «Tu lo sapevi, vero?». E non era una domanda, in realtà.
Insch arricciò il labbro superiore, con la pelle floscia del collo che si tendeva come quella di una tartaruga. «Ti richiamo». Si ficcò il telefono in tasca. «Finalmente ti degni di parlarmi».
«Perché non hai detto nulla?»
«Sarai felice di sapere che ho parlato con Mamma Stewart. Sarà lei la rivenditrice ufficiale del merchandise autentico di Witchfire. È roba di alta qualità, prodotta localmente, e aiuta anche la comunità degli anziani di Aberdeen».
«Morgan Mitchell».
«Ho… parlato con la persona che sembrerebbe aver aggredito. A quanto pare, è stato tutto un malinteso. In realtà lui è scivolato ed è caduto, sbattendo la testa. E quando lei lo ha aiutato a rialzarsi, ha confuso l’ordine degli eventi. Si è scusato e ha ritirato le accuse».
Logan lo fissò. «E cosa mi dici di Roy Forman?».
Insch tirò fuori una busta di bastoncini di carote dalla tasca e se ne ficcò uno in bocca, masticando e aggrottando la fronte allo stesso tempo. «Il senzatetto bruciato? E cosa dovrei dirti di lui?»
«È stata lei a ucciderlo. L’ha attirato lontano dalla mensa con una bottiglia di alcol, poi l’ha portato nel bel mezzo del nulla e l’ha bruciato. E tutto per il tuo maledettissimo film!».
«Non dire sciocchezze. L’uomo che sembrava aver aggredito ha ritirato la denuncia. Falla tornare al lavoro, adesso».
Tornare al lavoro…?
Logan gli piantò un indice contro il petto. «Tu lo sapevi!».
«Non ho la minima idea di quello che…».
«Non farlo, okay?». Si allontanò di una mezza dozzina di passi e poi tornò indietro. «Roy Forman è morto, urlando di dolore».
L’unico rumore era quello della pioggia, che picchiettava contro l’ombrello di Insch. «Morgan Mitchell… non ha… ucciso… nessuno».
«Era lì, la notte che Forman è stato rapito. Dice di essere stata con Nichole Fyfe per tutto il tempo, ma quanto ci scommetti che Nichole Fyfe era così fatta che non si sarebbe accorta neanche di una parata del fottuto circo, se le fosse passata davanti due volte?».
Il volto di Insch si stava incupendo sempre di più, i muscoli intorno alla sua mascella fremevano. «E io ti dico che…».
«Tutte quelle stronzate… “non si possono solo recitare le battute, bisogna calarsi nel personaggio e viverlo”: ha ucciso Roy Forman in modo da scoprire cosa si prova a fare una cosa del genere».
Insch serrò le palpebre, portando due dita tremanti alle pieghe di pelle floscia sul collo, contando i battiti. Una grossa vena gli pulsava sulla fronte. «Morgan non avrebbe mai…».
«L’hai detto tu stesso». Logan tornò a puntargli l’indice contro il petto. «È una pazza fissata con la connessione psicologica con il personaggio. Pensa che questa parte la lancerà nell’olimpo delle star…».
«no!». Spruzzi di saliva eruttarono dalla bocca di Insch, accompagnati da frammenti di carota masticata. «morgan mitchell non ha ucciso nessuno!».
Logan fece un passo indietro. «Invece sì, e pensa che non possiamo farle nulla».
«Lei…». Il naso dell’ex ispettore sibilava come un mantice rotto, a ritmo con il suo respiro accelerato. «Ho investito tutti i miei risparmi in questo maledetto film. Non possiamo permetterci di tornare indietro e girare di nuovo ogni singola scena di Mrs Shepherd…».
«Che diavolo ti è successo?». Logan gli voltò le spalle e tornò verso la stazione di polizia. «Una volta eri un poliziotto».
«Senta, ispettore, se ha deciso di starsene seduto lì a guardare male il mio assistito, non vedo che senso abbia continuare questo interrogatorio». L’avvocato di Anthony Chung raccolse le sue carte.
«Forse, se il suo assistito dicesse qualcosa, a parte “no comment”, Mr Blake, riusciremmo a concludere qualcosa».
Dall’altra parte del tavolo, Anthony Chung si limitò a sorridergli.
Molto bene.
«Agente Buchan, faccia lei gli onori».
«Interrogatorio sospeso alle dieci e cinquantadue del mattino». La poliziotta si allungò a spegnere audio e video.
Blake si alzò, ma il suo cliente rimase dov’era.
L’accento americano di Anthony cominciava a perdere forza, mentre iniziava a sentirsi quello scozzese. «Vada pure. Io voglio fare due chiacchiere con lui. Fuori onda».
«Devo avvisarla di non dire nulla all’ispettore…».
«Va tutto bene». Il sorriso divenne un ghigno. «Sanno che non ho ucciso nessuno».
«Non gli dica niente». L’avvocato puntò un indice smangiucchiato contro Logan. «Se soltanto sospetto che ha tentato di costringere il mio assistito a dire qualcosa, la farò sospendere prima che riesca a pronunciare “condotta impropria”».
«Agente Buchan, accompagni Mr Blake alla mensa. E si assicuri che non rubi qualche cucchiaio».
Non appena la porta si richiuse, Anthony si piegò in avanti sul bordo della sedia.
«Sta bene? Rowan?»
«È un po’ tardi per preoccuparsene, ora, non trovi? Dopo quello che l’hai indotta a fare…».
«Era così… felice, capisce? Per tutti questi anni sua madre l’ha trattata come una bambina piccola o una ritardata: le diceva dove poteva andare, con chi poteva parlare, chi poteva amare». Anthony scosse la testa. «Sa che si è tagliata le vene quando quella vecchia stronza le ha detto che non poteva più frequentarmi? Le sue pillole non funzionavano ed era sempre depressa. Quindi, sì: l’ho resa felice».
«C’è effettivamente un punto a cui vuoi arrivare, Anthony? O ti stai vantando, come al solito?»
«Era come uno zombie, con quei farmaci, e li odiava. Si trascinava attraverso le giornate come se neanche fosse lì». Scivolò in avanti sulla sedia. «Non ha mai amato qualcuno al punto di fare qualunque cosa per quella persona? E non sto parlando di una scatola di cioccolatini o di un mazzo di fiori, né di una cena o di una serata al cinema. Parlo di cambiare il mondo intero così da renderla splendente».
«L’hai indotta a uccidere della gente».
«Sì, certo, voi siete tutti sconvolti, ma io non l’avevo mai vista così viva, prima di quel momento. Lo sa? Sta vivendo il suo sogno». Il ragazzo sorrise. «E non potete condannarla per omicidio. Era incapace di intendere e di volere. Non è colpa sua».
«No, non lo è». Logan si alzò in piedi. «È colpa tua. E sai cosa? Visto che non stiamo registrando: tu finirai dentro per almeno otto anni, e quella gente a cui hai rubato la cannabis avrà sicuramente qualcuno ad attenderti, dietro le sbarre». Sollevò le mani. «Non sto cercando di minacciarti, né di farti pressioni o spingerti a un accordo, ti sto soltanto facendo capire che sei assolutamente fottuto. Sei responsabile di ognuno di quegli omicidi, e anche dei poveracci che sono finiti azzoppati. Non durerai un mese».
Anthony grattò con l’unghia una scheggia del tavolo. «Io…». Si leccò le labbra. Alzò gli occhi verso la telecamera e si raddrizzò sulla sedia. «Ho fatto tutto questo per lei».
«Dillo ai ragazzi che ti aspetteranno nelle docce, allora. Quelli con i coltelli fatti a mano».
Un frammento di formica si staccò sotto le sue unghie. «Lei deve proteggere mia madre e mio padre».
Logan si appoggiò al muro e incrociò le braccia sul petto.
«Voglio dire, quando i McLeod sapranno che sono stato io a rubare la loro marijuana, tenteranno una ritorsione contro di lui, no?». Anthony ridacchiò. «Ma certo che lo faranno. Penseranno che sia stato lui a dirmi dov’erano le altre piantagioni, ma non è così. L’ho semplicemente seguito al lavoro, un giorno, e ho visto con chi parlava. E poi ho seguito loro. Ci sono volute un paio di settimane, ma ho scoperto come funzionava tutta l’operazione».
«Tuo padre lavora per i McLeod?».
Ovviamente. Simon McLeod aveva detto che aveva pagato una fortuna per ingaggiare i migliori nel campo della produzione di cannabis, e secondo il dipartimento di Giustizia americano, Raymond Chung doveva aver prodotto marijuana anche a San Francisco.
Logan mugolò. «È per questo che tuo padre ci ha detto che il cadavere che avevamo ritrovato era il tuo? Voleva che i suoi datori di lavoro pensassero che fossi morto, così non ti avrebbero più cercato?».
Anthony smise di grattare via schegge di formica. «Non ho mai rubato dalla piantagione di mio padre. Simon e Colin il Viscido McLeod… lei non sa fino a che punto possano massacrarti se pensano che non fai abbastanza attenzione alla loro merce. È per questo che non ho mai toccato l’erba di mio padre».
«Fammi indovinare: da tutti gli altri invece hai rubato?»
«Lui non ha niente a che fare con questi furti, sono stato io e basta».
«Che figlio amorevole che sei. Così premuroso».
«Non merita di essere dato in pasto ai maiali». Anthony si tirò su e raddrizzò le spalle. «Se fa mettere lui e mia madre nel programma di protezione testimoni, io le dirò dove si trovano tutte le altre piantagioni dei McLeod. Potrà fermare l’intera organizzazione. Una cosa del genere ha un certo valore, no?».
Rennie fischiò tra i denti. «E vuole rivelare tutto? Ai McLeod prenderà un colpo».
Logan continuò a salire le scale. «Ogni volta che prendeva di mira una piantagione, identificava uno di quelli che ci lavoravano e faceva in modo che Agnes li prendesse. Le diceva che erano streghe, così lei li torturava e otteneva i dettagli necessari. Poi entravano, evitavano le trappole e rubavano tutta la cannabis che potevano mettere nel loro furgone».
«Lo faranno a pezzi non appena metterà piede a Craiginches, vero?»
«Ovviamente sì. È per questo che lo farò proteggere come detenuto vulnerabile». Logan prese un foglio da una tasca e lo tese al sergente. «Stai sempre a lamentarti che non ti danno mai il merito di nulla, quindi eccoti il meraviglioso compito di andare a dire ai signori Chung che il loro bambino non è affatto morto. Dopodiché dovrai prenderli in custodia. È…». Il cellulare squillò. Logan lo prese e rispose. «McRae».
«Questo è abbastanza veloce per lei?». Era il tizio del laboratorio forense con cui si era lamentato poco prima.
Logan si premette il telefono contro il petto e fece cenno a Rennie di andare. «Non startene lì impalato, vai».
Aspettò che il sergente si allontanasse di corsa prima di tornare al telefono. «Senta, mi deve scusare per prima, ma…».
«Abbiamo un riscontro del dna per la vittima incravattata. E prima che faccia ancora del sarcasmo, so che i campioni sono arrivati domenica scorsa, ma il campione con cui abbiamo fatto il riscontro ci è arrivato soltanto ieri sera».
Logan si sentì improvvisamente la bocca secca. «Ieri sera?».
Ti prego…
«Una certa Morgan Mitchell».
Un ghigno gli sollevò gli angoli delle labbra. Forse esisteva un Dio, dopotutto.
La donna scalciò e urlò, con i denti scoperti, cercando di mordere un braccio dell’agente che la trascinava via dal set. Capelli rosso fuoco che lanciavano lampi sanguigni sotto i riflettori.
Zander Clark si afflosciò sulla sua sedia da regista, con le mani sulla testa.
Gli altri del cast e della troupe si limitarono a fissare la scena in silenzio.
Insch andava avanti e indietro, agitando le braccia e urlando.
E Logan era lì, in mezzo allo Studio Tre. «Morgan Mitchell, sei in arresto secondo la Sezione Quattordici del Codice di Procedura Penale della Scozia, Atto 1995, in quanto sospettata di aver commesso un crimine punibile con la detenzione, ovvero l’omicidio di Roy Forman…».
La Chalmers era seduta sul letto, con una barricata di ruvidi cuscini del Servizio Sanitario Nazionale dietro la schiena. I lividi sul lato sinistro del suo volto erano di un viola melanzana, con qualche traccia di verde e giallo lungo i bordi. Il tubicino di una flebo spariva in una derivazione sul dorso di una mano, e dei piccoli quadrati di garza e cotone idrofilo sporgevano dallo scollo del camice ospedaliero. Una vaga ombra scura le copriva il cranio rasato, in mezzo a una serie di lividi e croste.
Gli altri tre letti nella stanza erano occupati: una donna sdraiata sulla schiena e intenta a russare; un’altra che leggeva un giallo spesso quanto un mattone; e infine un’altra ancora sdraiata su un fianco, con le spalle scosse dai singhiozzi.
«No, sto bene. Mai stata meglio». La Chalmers giocherellò con il pulsante per chiamare gli infermieri, rigirandoselo tra le dita. Senza mai premerlo.
«Davvero?».
Lei sbatté le palpebre e forzò un sorriso che non raggiunse affatto i suoi occhi arrossati e lucidi. «È meglio di quello che sembra…».
«Sei stata ferita venti volte con un coltellino appuntito, e poi hai rischiato di morire annegata».
La Chalmers fissò il pulsante di chiamata. «Sto bene».
Il brusio di sottofondo dell’ospedale continuava imperterrito a farsi sentire, spezzato soltanto dal respiro pesante e dai singhiozzi soffocati che venivano dagli altri letti.
Logan intrecciò insieme le dita. «Ti congederanno per invalidità».
Lei scosse la testa. «Io…». Poi si passò una mano sugli occhi per asciugare le lacrime. «Lei ce l’ha fatta. È stato lei a dirmelo. Devo soltanto fare la stessa cosa: andare da uno psicologo. Provare con la sua stessa terapia. Posso farcela».
La porta della stanza si aprì di colpo, e lei sobbalzò.
Una signora anziana con una maglietta nera e un camicione rosso entrò all’indietro, tirandosi dietro il carrello del tè.
«Ce la farò».
«Non sarai tu a scegliere. O accetti la pensione anticipata, o apriranno un procedimento disciplinare. Un po’ di ambizione è una buona cosa, ma le schegge impazzite funzionano soltanto alla tv e nei libri. Alcuni tuoi colleghi hanno rischiato di morire, per il tuo desiderio di fare carriera».
La Chalmers raddrizzò la schiena. «Ma io posso…».
«No. Tu hai chiuso».
«Pfff…». Logan si appoggiò allo schienale della sedia. «Questa schiena mi sta uccidendo». Ondeggiò da un lato all’altro, premendo contro i lividi fino a sentire un dolore quasi insopportabile.
Qualcuno aveva rimesso in ordine il comodino di Samantha, allineando le bottigliette di Lucozade come soldatini in parata, mentre la pila di riviste mai lette era appoggiata perfettamente al centro della superficie di formica, con la copia di Witchfire che vi pesava sopra come un mattone.
«E così mi ha implorato per un po’, poi è scoppiata a piangere e infine ha chiamato un’infermiera». Si tolse le scarpe e le lasciò cadere con un tonfo sul pavimento. Agitò le dita dei piedi. Una sbucava dal buco nel suo calzino destro. Appoggiò entrambi i piedi sul letto e soffocò uno sbadiglio. «Come è andata la tua giornata?».
Non ci fu risposta, a parte il sibilo del condizionatore.
«Sì, anch’io. Ti ho raccontato che Morgan Mitchell ancora si ostina a negare tutto? Non che abbia importanza: abbiamo sequestrato la macchina che ha guidato venerdì notte. Sicuramente ci saranno tracce di Roy Forman al suo interno. E di accelerante».
Qualcuno bussò alla porta, e l’infermiera Claire fece capolino, con le sopracciglia inarcate come se si fosse appena seduta su qualcosa di appuntito. Scivolò dentro la stanza, con una mano dietro la schiena e l’altra sollevata, l’indice appoggiato alle labbra.
Logan sorrise. «Prima che me lo dica: devo comprarmi dei calzini nuovi. Lo so».
Lei chiuse la porta con un colpetto del didietro. «Se qualcuno lo scopre, mi licenzieranno, quindi che resti fra noi, okay?».
Oh… se stava per fargli una proposta indecente, sarebbe stata molto delusa dalla risposta. «A dire il vero, io…».
«Ta-daaa!». Claire tolse la mano da dietro la schiena, mostrando quello che aveva portato. Era una scatola da scarpe con dei piccoli fori sui lati. «Non si potrebbe assolutamente far entrare in un ospedale».
La posò sul letto e tolse il coperchio. «Ha solo dieci settimane».
Un meraviglioso paio di occhi azzurri lo fissarono da una minuscola palla di pelo tigrato con due enormi orecchie triangolari in cima. Aprì la bocca ed emise un tenue miagolio.
«Si chiama Misty, ma se vuole può chiamarla anche Cthulhu».
Un gattino e un sex toy in un solo giorno. «Ma…».
Claire gli posò una mano sul braccio. «Prego, non c’è di che. E ho anche una confezione con tutto il necessario per cominciare a prendersi cura di lei, da parte del veterinario. La troverà nella sala degli infermieri. Si assicuri soltanto di portarla a casa prima che qualcuno si accorga di lei». Claire controllò l’orologio. «Sarà meglio che torni al lavoro».
E uscì di fretta dalla camera.
Okay. E ora aveva anche un gatto a cui badare.
Non poteva negare che fosse decisamente carina, però…
Allungò una mano e tirò su Misty/Cthulhu dalla scatola, tornando a sedersi. Era come una piccola palla di pelo leggermente rigida, con le unghiette aguzze come aghi che cercavano un appiglio sulla sua camicia. Non era tipa da coccole, dunque.
La sistemò sul letto e prese una delle bottiglie di Lucozade, aprendone il tappo e inghiottendone un sorso. Era calda, ma bevibile.
«So cosa stai pensando, Cthulhu: come faceva Morgan a sapere dove andare a bruciare il povero Roy Forman? A quanto pare, quando sono state insieme in ritiro con quella setta in Wyoming, Nichole le ha raccontato tutto della sua tormentata adolescenza ad Aberdeen, tra cui il posto in cui lei e il suo ragazzo canicida andavano a bruciare le macchine che rubavano».
Cthulhu prese a muoversi su e giù sulle lenzuola, annusando in giro.
Logan la guardò, aggrottando la fronte. «Senza offesa, ma mi sento un po’ un idiota a parlare con un gatto. Checché ne dica Goulding».
Samantha sospirò. «Be’, non è colpa sua se non può rispondere, giusto?»
«Immagino di no». Un altro sorso di Lucozade. «Ho chiamato gli architetti, a proposito. Stanno organizzando una squadra di operai. I lavori dovrebbero ricominciare tra un paio di settimane al massimo».
«Alleluia, cazzo». La ragazza si sedette sul letto e prese in braccio Cthulhu, con una mano che sosteneva il suo pancino bianco e peloso. «Non stare a sentire quel brutto papà puzzolente: è delizioso parlare con te».
Un rutto fece vibrare il diaframma di Logan. «Oops, scusate».
Si afflosciò nuovamente sulla sedia.
«È stata una giornata strana… Dopo tutto il casino, e i raid alle piantagioni, e l’arresto dell’assassina di Roy Forman, il commissario capo ha detto che il posto da ispettore a Peterhead è mio, se lo voglio».
Samantha lo fissò, e mormorò con voce rotta dalla commozione: «Congratulazioni».
«Sì, e secondo te dovrei passare metà della mia esistenza bloccato sulla A90, o senza mai vederti? Gli ho detto che aspetterò che si liberi un posto qui ad Aberdeen».
Cthulhu emise nuovamente quei miagolii sottili come spilli.
Samantha sembrava voler nascondere un sorriso strofinando il naso in mezzo alle orecchie della gattina. «E l’assegno di Wee Hamish?»
«Penso che lo darò ai ragazzi che gestiscono la mensa dei poveri sulla Green. A Roy Forman sarebbe piaciuto, no?»
«Non ne ho idea. Non ho mai avuto il piacere di conoscerlo». Cthulhu si agitò e miagolò finché non fu lasciata di nuovo sulle lenzuola. Poi Samantha prese la copia di Witchfire posata sul comodino. «Su, da bravo: leggi un po’ per me».
Logan si allentò la cravatta e si sistemò più comodamente sulla sedia. Aprì il libro. Sorrise. Ragazza, gattino e pacca sulla spalla. Forse le cose si sarebbero sistemate, dopotutto. «D’accordo, andiamo avanti.
“Sopra la torre, nuvole del colore dell’ardesia crepitavano di fulmini, seguiti un attimo più tardi dal rombo assordante dei tuoni…”».
E poi, per coronare quel giorno perfetto, Cthulhu fece pipì sulle lenzuola.