capitolo 38

Una parete del locale era completamente coperta da una serie di schermi televisivi. Per la maggior parte erano spenti, soltanto qualcuno mostrava partite o corse da tutto il mondo, in modo che un paio di vecchietti appollaiati su sgabelli rivestiti di vinile rosso potessero guardarle attraverso i fondi di bottiglia dei loro occhiali. E nel mentre sorseggiare lattine di birra alle nove meno venti di mercoledì mattina.

Mamma Stewart era seduta dietro al bancone dell’agenzia di scommesse, il viso deformato dalla mano che sosteneva una guancia paffuta, mentre sfogliava una rivista patinata piena di scatti di celebrità in bikini. Grandi cerchi rossi erano disegnati intorno a cosce e pance, in modo che i lettori potessero gongolare sulla loro cellulite. Non che quella donna avesse di che rallegrarsi, visto che somigliava a un divano troppo imbottito, nella sua camicetta di seta di un violento arancio e oro, sbottonata a mostrare una vasta scollatura pallida e grassa, ornata di catenine d’oro e ciondoli scintillanti. Aveva raccolto i crespi capelli grigi in uno chignon che le ondeggiava sulla testa ogni volta che sospirava e girava pagina.

Dildo andò dritto verso di lei, con la sacca sportiva su una spalla, e bussò sul bancone. «Buongiorno».

Mamma Stewart alzò lo sguardo da la cellulite delle celebrità! e un ampio sorriso si allargò sul suo volto grassoccio. «Mr Mair, che piacere rivederla. Vuole…». Il suo sguardo si posò su Logan, poi le sue labbra scarlatte si schiusero in una tonda e umida O, come un foro di proiettile. «Sergente McRae, non la vedo da una vita! Oh, che è successo alla sua povera faccia?». Chiuse la rivista e si sporse sul bancone per pizzicargli una guancia. «È ridotto pelle e ossa! Non va bene per niente».

Sulla copertina della rivista, Nichole Fyfe posava nel suo costume da cacciatrice di streghe. Il travagliato passato di Nichole: «Il cinema mi ha salvato dal crimine» era il titolo scritto in uno sgargiante Helvetica.

Dildo posò la borsa sul bancone. «Dobbiamo parlare».

Ma la donna non lo stava guardando. Si girò verso il retro della sala scommesse e inspirò profondamente. «Janice! Janice, metti su il bollitore: c’è la polizia. E vedi se abbiamo ancora qualche biscotto, il povero sergente McRae sta morendo di fame».

La riproduzione della spada scintillò sotto ai faretti incassati nel soffitto. «La riconosci?». Dildo la appoggiò accanto alla sacca e tirò fuori il libro delle accuse. «E questo?».

Un ometto uscì dalla porta dietro al bancone, con le mani infilate nelle tasche di un cardigan informe. Aveva un berretto con il logo di Witchfire calcato in testa, al punto da far spuntare le orecchie ad angolo retto ai lati del cranio. Si soffiò il naso con un cencioso fazzoletto grigio. «Dougie dice che siamo a corto di pezzi».

Ma gli batté una pacca sulla spalla cadente. «Ci penso io. Per il resto, tutto bene?»

«Ci sarà la torta di compleanno di Peggy, tra pochi minuti: sua figlia la verrà a prendere alle nove e un quarto per accompagnarla a fare shopping a Dundee. Staranno lì tutto il giorno». Appallottolò il fazzoletto e lo fece sparire in tasca. «Vuoi venire a cantare?».

La donna gli sorrise ampiamente. «Non mi perderei questo compleanno per niente al mondo. Lascia che parli con questi gentili poliziotti e sarò tutta per voi». Poi ripeté in labiale verso di lui: “Polizia!”.

L’uomo si limitò a fissarla.

Dildo lasciò cadere sul bancone di fronte a Mamma Stewart il pugnale, il distintivo da cacciatore di streghe, le magliette e i berretti. «Puoi spiegarmi tutto questo?».

Le dita grassocce della donna tamburellarono sul bancone, facendo scintillare una fila di anelli d’oro e diamanti. «Questo…? Mi scusi, ma non ho davvero idea di cosa stia parlando. Che ne dice di una buona tazza di tè?»

«Quante volte dobbiamo ripetere sempre le stesse cose, Ma? Non puoi riprodurre merchandise ufficiale di cui non hai i diritti».

«E una fetta di torta? È di pan di Spagna, Janice lo fa benissimo…».

«Ho un mandato».

Il viso di Ma si afflosciò intorno a un broncio scarlatto. «Ma non ho fatto niente di sbagliato…».

Le ultime note stonate di Tanti auguri a te si dispersero nell’aria, poi Peggy si piegò in avanti e spense le candeline in tre ansimanti tentativi. Un applauso si levò dalla decina di vecchietti radunati intorno, e la festeggiata si appoggiò indietro, mostrando loro una scintillante dentiera e sfregandosi le mani nodose, mentre Mamma Stewart tagliava la torta.

Radio 2 borbottava nell’ampia stanza. Il soffitto era un mosaico di pannelli grigi pieni di macchie, le pareti di mattoni erano intonacate di bianco e coperte di poster di gattini e scritte del tipo non è necessario essere pazzi per lavorare qui, e sul pavimento c’era una moquette beige scrostata e tenuta insieme da pezzi di nastro adesivo…

Degli scaffali modulari di metallo correvano lungo le pareti, in mezzo ai poster, con delle piante rampicanti che facevano scendere i loro pallidi tentacoli verdi tra le scatole di cartone piene di libri delle accuse e berretti con la visiera. Panche e tavoli erano allineati al centro della stanza: alcuni ospitavano macchine per cucine, altri colla e glitter, altri ancora diversi strumenti, tessuti, cuoio, taglierini… Una vera e propria fabbrica in miniatura di merchandise contraffatto.

L’ometto con il cardigan informe cominciò a distribuire dei piattini di porcellana con le fette di torta. Una donna con i capelli tinti di blu, e la schiena curva in avanti, lo seguiva con delle tazze di tè.

Logan si servì e si appoggiò contro un bancone da lavoro coperto di taccuini vuoti. Accanto a essi c’era una pila di copertine di cuoio rosso, ciascuna con i tipici segni e simboli dei libri delle accuse. Prese un boccone di torta e un sorso di tè. La torta era ottima. Delicata e soffice.

Ma sollevò le mani fino a somigliare a una T troppo gonfiata. «Visto? Perché tutto questo dovrebbe essere sbagliato?».

Dildo prese un distintivo da cacciatore di streghe non ancora terminato. «Perché è illegale».

«Sto offrendo un servizio alla comunità. Questi poveretti hanno bisogno di tenersi occupati. Non è così, Dougie?».

Un uomo in canottiera, camicia e cravatta annuì, facendo ondeggiare su e giù il riporto come una tendina. «Sempre meglio che ascoltare un idiota che ci canta le vecchie canzoni dell’anteguerra. Ho settantacinque anni, non novanta… Ho visto almeno una dozzina di concerti dei Rolling Stones. E anche dei Sex Pistols. Knees Up Mother Brown può andare a farsi fottere».

Peggy portò una mano rattrappita dall’artrite al petto e alzò gli occhi al soffitto. «Oh, Mr Galloway, che linguaggio scurrile!».

Lui sogghignò. «Ah, lo so che ti piace quando parlo così».

Il petto di Ma si gonfiò, come se stesse per esplodere. «Visto? Possono uscire e tenersi occupati, organizziamo dei bei pranzi, prendiamo insieme il tè con i biscotti, fanno conoscenza, chiacchierano, ci sono persino dei teneri idilli…».

Le guance incavate di Peggy si colorirono, a quelle parole. «Una sveltina dopo la chiusura del pub e non te lo fanno dimenticare mai più».

«E lo sapete come sono le pensioni minime, al giorno d’oggi, vero? Non bastano neanche ad arrivare a fine mese. Io offro a queste signore e a questi signori un piccolo guadagno extra e un bel posto in cui lavorare».

Dildo sospirò. «Non è questo il punto. È comunque…».

«E a chi facciamo male? Quelli del film non hanno ancora fatto nulla, giusto? Quindi non può essere illegale. Insomma, è un fatto di logica: non si può contraffare qualcosa che ancora non esiste».

«Ma, devi smetterla e basta».

«A loro piace riunirsi e confezionare oggetti. E fanno anche un ottimo lavoro, l’ha notata la qualità?»

«Non… ha… importanza!».

Logan raccolse un pugnale da cacciatore di streghe da una cassa. Avevano già sistemato la guardia al suo posto, ma mancava il pomo e l’elsa non era ancora coperta di cuoio, e le parole made in aberdeenshire si leggevano stampate sul metallo. Da una parte c’era una lama lunga circa venti centimetri, dall’altra quella minuscola e triangolare da mezzo centimetro. «Quanti ne avete prodotti, di questi?».

Ma sorrise. «Sono meravigliosi, vero? C’è una piccola fabbrica che conosco che produce oggetti di metallo spettacolari. Che resti tra me e lei: il proprietario si mette le dita nel naso, ma in fondo bisogna passare sopra a certi particolari, quando si tratta di un artista».

«Quanti?»

«Oh, ne abbiamo circa trecento in magazzino, vero Charles?».

L’uomo con il cardigan informe si strinse nelle spalle. «Non possiamo farne altri, finché non ci arriveranno i nuovi pezzi».

Trecento. E addio speranze di rintracciare l’arma del delitto.

Dildo sollevò il mandato. «Bene, confischerò questo lotto. Sai già quello che devi fare: ferma subito la produzione. E se qualcuno vuole darci una mano a caricare tutto nel furgone…».

«È così ingiusto…». Mamma Stewart si appoggiò al bancone dell’agenzia di scommesse, sventolandosi con la sua rivista di gossip mentre Dildo si dirigeva barcollando verso il furgone, sotto il peso di mezza dozzina di scatoloni di cartone. «Stiamo soltanto cercando di offrire agli anziani l’opportunità di fare qualcosa di produttivo».

Logan svitò il pomo di un pugnale da cacciatore di streghe contraffatto e sfiorò con il pollice la minuscola lama triangolare. Era appuntita. «Da dove avete preso i modelli per le riproduzioni?»

«Non vorrete certo che ammuffiscano in un ospizio, giusto? Hanno bisogno di qualcosa da fare».

«Pugnali, costumi, spade, distintivi, libri… Sono identici agli oggetti usati nel film, quindi qualcuno deve avervi passato i progetti e i modelli per farli».

Ma imbronciò le labbra scarlatte. «Ho le mie fonti».

«Qualcuno del magazzino di scena?»

«Possiamo trovare sicuramente un accordo, vero? Se non posso vendere la merce, non potrò neanche pagare i miei dipendenti. Non è quello che volete, vero? Che quei poveri vecchietti tornino a casa a mani vuote dopo tutto il lavoro che hanno fatto».

«Chi-ti-ha-dato-i-modelli?».

Un profondo sospiro le gonfiò nuovamente il petto. «D’accordo, d’accordo. Solo perché è lei: avevo un contatto interno alla produzione. Una dolcissima ragazza che voleva aiutare i miei pensionati. Così carina e gentile! Che peccato per il suo ragazzo…».

«Era Agnes Garfield, vero? È per te che ha rubato gli oggetti dal set».

«Non ha “rubato” niente. Li ha solo presi in prestito». Ma sollevò il mento, facendo tremolare la pappagorgia. «Agnes adora quei libri, vorrebbe soltanto che la gente possa tenere quegli oggetti tra le mani. È stata una sua idea quella di usare i miei pensionati, così avrebbero avuto qualcosa da fare, e un po’ di soldi in più per rallegrare la loro vecchiaia». Una lacrima le scintillò all’angolo di un occhio. «Non ha neanche voluto una percentuale dei profitti. Ma ho insistito! Le ho detto: “È giusto che tu abbia la tua parte. Non avremmo potuto fare nulla di tutto questo senza di te”. Il suo denaro è ancora qui. Sinceramente, non mi sorprenderebbe se lo donasse tutto in beneficenza».

Dildo tornò dentro e sparì nuovamente sul retro.

«Perché non ci sono più persone come quella ragazza, sergente McRae? Così generose e altruiste?».

E psicotiche, e maniache, e pericolose…

«Come vi tenete in contatto?».

La donna sorrise.

«Ovviamente per telefono. Tutti hanno un cellulare, di questi tempi. Il mio Norman mi chiama tutto il tempo sul mio, da quando si è diviso da Marcus. Che peccato. Erano una coppia così bella, ma mi dispiace ancora di più per Bobbit e Rascal…».

Un cellulare. Valeva la pena di tentare. «E puoi darmi il suo numero?»

«Nessuno pensa mai ai poveri cani, eh?». Ma inforcò un paio di occhialetti da lettura e controllò in una voluminosa rubrica, passando un dito lungo la pagina. «Ecco qui…».

Logan copiò il numero sul suo taccuino. Non era quello che gli avevano dato i genitori di Agnes, quindi probabilmente la Chalmers aveva ragione: la ragazza aveva gettato via il suo telefono e ne aveva comprato uno ricaricabile. «Chiamala».

La donna si accigliò. «Per dirle cosa? Che la polizia è venuta qui e vuole parlarle? Non credo che ne sarebbe felice».

«No… Chiamala e dille che hai qualcosa per lei dalla produzione del film. Dille che qualcuno l’ha lasciato proprio per lei».

«Chi?»

«Non lo so: qualcuno che vuole rimanere anonimo?»

«Bah…». Ma scosse la testa, facendo tremare il gigantesco seno come un budino. «Per essere un uomo, lei è un pessimo bugiardo».

Prese il cellulare e compose il numero, lasciandolo squillare. E squillare. E squillare… «Pronto? Rowan, sono Mamma Stewart, come stai?… Oh, sì, tutto bene. Non posso lamentarmi… Sì…». Posò una mano sul ricevitore e ammiccò a Logan. «È lei». Poi tornò al telefono: «Non credo, tesoro, ma darò un’occhiata… Certo… Senti, ho ancora qui i tuoi soldi, e Peggy ha confezionato un bellissimo cardigan a maglia, solo per te. Sai, come quello che Rowan indossa nella scena della torre?… Sì, esatto. È fantastico. E sapevi che oggi è il suo compleanno?… Sì, lo so!». Una lunga pausa, in cui continuò ad annuire di tanto in tanto. «Sì, no, tra venti minuti è perfetto. Ti lascio da parte un po’ di torta».

Poi Ma attaccò e gli sorrise. «Ecco fatto. Tutto sistemato».

Venti minuti. «Grazie». Logan uscì velocemente nel parcheggio, mentre già componeva sul cellulare il numero della Steel. «Abbiamo bisogno di rinforzi armati: Agnes Garfield sta arrivando».

«Laz, non sono in vena di scherzi. Già è stato insopportabile che Bell e Leith si prendessero a pugni come due ubriachi…».

«Sarà qui da Mamma Stewart tra venti minuti».

«Stai parlando sul serio?»

«Sì».

Una pausa. «Ora sì che le cose iniziano ad andare per il verso giusto! La arresteremo, diremo a quei bastardi di ficcarsi in culo la loro revisione del caso e poi ce ne andremo al pub a bere fino a non reggerci più in piedi. Ah! Un momento, devo dirlo al commissario capo. Se ne verrà nelle mutandine di pizzo rosa».

Cinque minuti dopo, la Steel era di nuovo al telefono. «Siamo fottuti».

«Di già? Come è…».

«Non posso farti arrivare i rinforzi in venti minuti. Ci vorrà almeno mezz’ora… quegli idioti stanno facendo un’esercitazione a Fraserburgh e si sono portati dietro le chiavi dell’armeria».

Logan controllò l’orologio. «Abbiamo quindici minuti».

«Non puoi fare in modo che torni più tardi?»

«Ma sì, certo. E magari potrei anche chiederle di portare dei biscotti per gli agenti che la arresteranno, che ne dice?». Avanzò di un paio di passi verso il furgone, poi tornò indietro. Era il momento di improvvisare. «Okay, lasci perdere i rinforzi. Per quel che ne sappiamo, probabilmente ha con sé un pugnale e nient’altro. L’agente Sim ha il suo giubbotto antiproiettile e lo spray al peperoncino. Ce la caveremo».

«Stiamo inviando lì tutte le macchine di pattuglia libere. Vedrai che…».

«Un mucchio di volanti con le sirene accese? E pensa che non la farebbero scappare a gambe levate? No: macchine anonime, limiti di velocità rispettati e niente sirene o lampeggianti accesi».

Un borbottio venne dall’altro capo del telefono. «Bene. Ma quando tornerai, io e te dovremo fare un discorsetto riguardo alla catena di comando. Nel frattempo, cerca di non fare idiozie. Come fartela scappare, per esempio».

«Lo so».

«Sto parlando sul serio, Laz! Non siamo in vena di stronzate, siamo intesi?».

«Okay». Logan finì il suo tè e posò la tazza e il piattino sul bancone da lavoro più vicino. «Quindi io mi nascondo dietro al bancone sul davanti della sala scommesse. Aspettiamo che lei vada nel retro, poi Dildo blocca la porta posteriore, io quella davanti e la Sim arresta Agnes. Domande?».

La stanza in cui venivano confezionati gli oggetti contraffatti era praticamente vuota: tutto era stato caricato sul retro del furgone di Dildo. I pensionati erano riuniti nell’ufficio di Ma, e si lamentavano di non potersi sedere, e chiedevano cosa avesse fatto di male quella povera ragazza per essere addirittura arrestata.

Logan chiuse la porta, lasciandosi alle spalle le loro lamentele. Adesso erano soltanto lui, Dildo e l’agente Sim.

Quest’ultima sbuffò. «È sicuro di non volerli far uscire dall’edificio?»

«Agnes li vedrebbe in giro e capirebbe che qualcosa non va. Hai il tuo spray al peperoncino?».

Lei accennò un sorrisetto sghembo. «È una ragazzina di diciotto anni, capo, non Gengis Khan».

Il cellulare di Logan prese a squillare: i Beatles con Octopus’s Garden. Lo prese dalla tasca. «Dave, sono piuttosto impegnato, quindi…».

La voce dello psicologo era tagliente. «Non ha pensato che fosse il caso di chiedere, prima di intasarmi la casella di posta elettronica con trecentosessantadue email?».

Ah… «Senta, ho bisogno che faccia la sua magia e mi dica chi di loro può essere pazzo e chi seriamente pericoloso».

«Ora ho gli informatici addosso che si lamentano del poco spazio sul server. E comunque, se si fosse preso la briga di controllare, il profilo che le ho fornito mostra chiaramente che Agnes Garfield è…».

Qualcosa suonò sul davanti della sala scommesse. Il campanello.

Dannazione.

Controllò la telecamera di sicurezza montata sopra l’entrata principale. Una figura sfocata e in bianco e nero, che indossava una felpa con il cappuccio e un berretto da baseball, era comparsa al centro dello schermo.

«Scusi, Dave. Devo andare».

«Logan, io non…».

Logan attaccò.

La Sim lanciò uno sguardo allo schermo, abbassando la voce a un flebile sussurro. «Quella è Agnes?»

«Difficile dirlo…». La stazza e le forme sembravano quelle giuste, ma la felpa sformata e il berretto riuscivano a nascondere piuttosto bene i lineamenti e i tratti distintivi della figura. «Forse».

Se era lei, era in anticipo di cinque minuti e la Steel aveva ragione: erano fottuti. Adesso non sarebbe riuscito sicuramente a nascondersi dietro al bancone. Piano B, piano B, piano B…

Indicò la stanza. «Muovetevi!».

Dildo corse alla porta posteriore e si nascose dietro una pila di scatoloni di cartone. La Sim si acquattò dietro a un tavolo al centro della stanza. Logan si appiattì contro la parete accanto alla porta, sul lato opposto a quello della maniglia. In questo modo, aprendosi, il battente lo avrebbe coperto.

Una voce si udì dal negozio, acuta e vagamente tremante. Decisamente femminile. «Ehi? Ma?»

«Ciao, Rowan, tesoro. Oh, che meraviglia il tuo nuovo colore di capelli… sembra fatto apposta per te!».

“Piantala di tergiversare, vecchia balena. Mandala sul retro…”.

«Vai pure, cara, il tè e la torta ti stanno aspettando».

«Ehm, okay…».

Logan si leccò le labbra.

La maniglia della porta si abbassò.

“Ci siamo. Andrà tutto liscio. Nessuno si farà male”.

Il battente si aprì.