capitolo 19
«Farò maledettamente tardi…». La Steel si frugò per l’ultima volta nel reggiseno, poi sbatté lo sportello del passeggero.
Il parcheggio sul retro era pieno di volanti e macchine di pattuglia, con la nuova Bentley del commissario capo isolata come un lebbroso con l’alitosi. Avevano tutti troppa paura di graffiarla, e preferivano parcheggiare più lontano.
Logan fece scattare il blocco degli sportelli. «Sono le cinque meno cinque. Ha tutto il tempo che vuole».
«E come pensi che possa fumarmi una sigaretta, prendermi un caffè, urlare contro Rennie e arrivare in tempo alla riunione?». Si tirò su i pantaloni. «Non ci volevo neanche andare, tra l’altro. Un gruppo di alti papaveri rinchiusi in una stanza a lamentarsi. Come pensano che noi possiamo impedire alle scimmie della Scientifica di fare sciopero? Non siamo noi quelli che li stanno prendendo in giro».
«E adesso ha quattro minuti».
La Steel alzò lo sguardo al grande edificio di cemento e vetro. «Vai tu alla riunione al mio posto, eh?»
«Non esiste. Ho un’antropologa forense da sollecitare».
«Sarebbe una grande opportunità, per te: formativa. Puoi…».
«Cos’è più importante: lei che si risparmia una riunione o noi che arrestiamo chi ha incravattato quel poveraccio?»
«Be’…». Una smorfia rese ancora più evidenti le rughe sulle labbra sottili della Steel. «Già che ci siamo, ti ho detto di dire alla tua dannata madre di andare al diavolo e smetterla di lamentarsi per passare più tempo con Jasmine. È tua madre: vedi di raddrizzarla!». E con questo, girò i tacchi e si allontanò a lunghi passi rabbiosi oltrepassando le porte posteriori dell’edificio principale.
Logan attese fin quando non si furono richiuse dietro di lei, e poi alzò il medio.
Le scale che portavano all’ingresso dell’obitorio erano un buio cimitero di pacchetti vuoti di patatine e mozziconi di sigaretta, finiti là dal parcheggio sul retro. Scese la rampa, suonò il campanello, fece un cenno alla telecamera di sicurezza, attese il bzzzzzz… e poi oltrepassò la porta del regno dei morti.
Quel giorno, il regno dei morti puzzava di ammoniaca e curry liofilizzato.
Logan fece capolino nella sala staff.
Miss Dalrymple aveva posato i piedi sul tavolino, con una confezione di Pot Noodle in una mano e una forchetta nell’altra. Teneva aperta in grembo una rivista di gossip, con il titolo a doppia pagina Nichole Fyfe: il terribile segreto del mio tentativo di suicidio adolescenziale. E questo spiegava le cicatrici che Logan le aveva visto sul polso.
La Dalrymple si infilò in bocca una grossa forchettata di spaghetti. Parlò masticando, la voce soffocata dal boccone: «Non è qui».
«Chi?»
«La dottoressa McAllister. Sta facendo i colloqui per sostituire il nostro caro e compianto Dr Forsyth. Non farà una festa di addio, quindi non stiamo raccogliendo i soldi per un regalo».
«Sto cercando la dottoressa Graham».
«Ah, sì, la tipa delle ossa». La Dalrymple piantò la forchetta nel contenitore di plastica, per poi muovere le dita della mano libera come un ragno, come se stesse analizzando l’aria. «È riuscita a rompere tre becher, due tazze e a rovesciare un secchio con del materiale cerebrale, e tutto stamattina. Non riesco a concepire come una persona così congenitamente goffa sia in grado di arrivare viva alla fine della giornata».
«Ma c’è o no?».
Le dita formarono un nodo, per poi sciogliersi a indicare la sala delle autopsie. «Se ti dovesse mai offrire un passaggio in macchina, ti raccomando fortemente di cominciare a correre nella direzione opposta».
«Me lo ricorderò». Il pavimento di piastrelle grigie era umido, come se qualcuno l’avesse lavato da poco e non si fosse ancora asciugato. Logan lasciò impronte di detersivo e candeggina per tutto il corridoio, fino alle porte della sala delle autopsie. Poi si spinse al suo interno.
Sentì subito provenire da un angolo un lieve russare. Qualcuno aveva preso quattro sedie dalla sala staff e le aveva allineate contro il bancone operatorio di acciaio inossidabile, con gli schienali rivolti verso la stanza. Chiunque fosse giaceva su un fianco, tra gli schienali e il lato del bancone, con un giornale aperto sulle spalle e sulla testa. Come un barbone sulla panchina di un parco, solo che quello era un obitorio. L’unica cosa che mancava era una bottiglia vuota di vodka da supermercato.
La dottoressa Graham era quasi esattamente dove Logan l’aveva lasciata, china sul cranio della vittima dell’omicidio. Non c’era più molta resina visibile, mentre delle strisce di argilla rosso-bruna da cui sporgevano i marcatori della profondità dei tessuti lo facevano somigliare a Hellraiser. I Dire Straits si facevano sentire dallo stereo dell’obitorio.
Logan lo spense. «Come andiamo?».
Lei alzò gli occhi e sorrise. Poi si portò un indice alle labbra. «Shh…». La sua voce era poco più che un sussurro. «Il dottor Ramsey si è appena addormentato. Ha avuto una notte difficile».
«È ancora qui come supervisore?».
Lei accennò con la testa verso il terzo tavolo operatorio, dove uno scheletro parziale era disteso su un lenzuolo di plastica azzurra. «Non che mi lamenti. È già difficile ottenere un lavoro, ma trovarsene un altro che ti finisce dritto tra le braccia… Insomma, mi ritengo molto fortunata».
Si sfilò i guanti e li gettò nel bidone, per poi avvicinarsi a quelle altre ossa. Il cranio era appoggiato all’estremità del tavolo, e mancava dei denti dell’arcata superiore. Le vertebre erano allineate poco più in basso, con dei vuoti a indicare quelle che non erano state ritrovate sul tetto di Logan, ma le costole erano quasi tutte lì, sistemate in un ventaglio aperto ai due lati delle vertebre. Poi c’era il bacino. E poi i due femori. La dottoressa Graham indicò le mani: piccoli cilindri ossei sistemati su due fogli di carta, ogni pezzo all’interno delle sagome delle mani, tracciate con un incerto tratto di penna. «Per quello che posso dire, le dita che ha trovato provengono dallo stesso corpo. E non ci sono le falangi distali, ma le punte delle dita sono molto piccole e fragili, quindi può darsi che il vento le abbia semplicemente spazzate via dal tetto. Oppure erano così rovinate dopo la bollitura che si sono semplicemente distrutte».
Logan prese una fotografia dalla tasca e la posizionò sul tavolo accanto alla mano dello scheletro. «È questo l’uomo incravattato?»
«Ah». Lei si accigliò, osservando la foto di Anthony Chung. «A dire il vero, se tutto va come credo, potrò mettere la pelle sulla ricostruzione entro domani. Sarei stata più veloce, ma ho dovuto fare il calco, e ricostruire il cranio, oltre a esaminare il nuovo scheletro…».
«Ma potrebbe essere lui, vero? Isobel ha detto che la vittima aveva il fegato a pezzi… e questo ragazzo era un alcolizzato. Si finiva una bottiglia di vodka al giorno, a quanto pare. Secondo, la sua ragazza è ossessionata da un libro in cui dei cacciatori di streghe mettono al rogo la gente incravattandola. E terzo, la ragazza soffre di episodi psicotici, e non prende le sue medicine da settimane».
«Be’…». Le sopracciglia e le guance della Graham fremettero, come se qualcosa le si agitasse sotto la pelle. «No. Non è lui».
«Ne è sicura?».
Da sotto la sua coperta di riviste, il dottor Ramsey sbuffò e si mosse, facendo scricchiolare le sedie.
«Shhhh…». La dottoressa Graham si bloccò, fissando il medico di turno finché non lo vide rigirarsi sulla schiena e ricominciare a russare. «Si fidi di me: non è la nostra vittima».
«Ma…».
«Se lo fosse, mi sarei aspettata delle orbite più rotonde e una fronte più piatta. Inoltre, dovrebbe avere un palato più arrotondato e gli incisivi sarebbero a forma di pala, e invece quelli della vittima sono a spatola. So che il corpo può essere sembrato un po’… ehi, non sto facendo un’osservazione razzista, sia chiaro… un po’ giallo, nel post mortem, ma succede perché il sangue si accumula nelle zone più vicine al terreno». Prese la foto e la restituì a Logan. «Non era asiatico. E non era neanche un ventenne, se è per questo».
«Oh…». E tanti saluti a quella teoria. Non era il ragazzo di Agnes Garfield. Lei non era in uno stato di psicosi.
La dottoressa Graham batté un paio di colpetti sulla sommità del cranio coperto di argilla. «Il nostro amico, qui, era maschio, bianco, e aveva circa quarant’anni. I resti trovati sul suo tetto, d’altro canto, appartengono sicuramente a una donna sui sessantacinque anni, alta circa un metro e sessanta e che aveva subito un intervento chirurgico alla seconda e terza vertebra lombare. Può esserle utile in qualche modo?».
Logan lanciò uno sguardo alle ossa sbiancate. «Come è morta?»
«Il mio life coach dice che dovrei sempre vedere il lato positivo delle cose. Quindi: in questo caso ci sono ottime possibilità di scoprire qualcos’altro».
«Non ne ha la minima idea, vero?».
Lei contrasse un lato del volto. «Be’, non ci sono segni di coltellate sulle ossa, o segni di traumi violenti, o fori di proiettile… Sinceramente, è impossibile dirlo, soprattutto senza un corpo intero da studiare. Non abbiamo niente sotto le ginocchia e mancano anche entrambe le braccia: potrebbero esserle state amputate e potrebbe essere morta dissanguata. Oppure è stata annegata? Soffocata. Non abbiamo l’osso ioide, quindi potrebbe essere stata strangolata. O accoltellata allo stomaco. Oppure potrebbe essere stata costretta a inghiottire ammoniaca. O…».
«Okay, basta così. Ho capito».
La dottoressa Graham si strinse nelle spalle. «Se vuole, posso inviare un campione a quel mio amico a Dundee».
«Lo faccia».
Lei raccolse il femore sinistro dal foglio di plastica e lo impugnò come una clava, battendone la testa contro il palmo dell’altra mano. «Mi serve solo che mi firmi un paio di liberatorie…».
«Sì, mi scusi». Logan era seduto sul bordo della vecchia scrivania appartenuta al dottor Forsyth, con il cellulare incastrato tra la spalla e l’orecchio, mentre si frugava nelle tasche alla ricerca di una penna. Quelle dannate bastarde amavano nascondersi. Tirò fuori il taccuino, le chiavi della macchina e il distintivo, appoggiandoli sulla scrivania accanto. Poi fu la volta di una manciata di biglietti da visita e di due confezioni sigillate di guanti di nitrile azzurro. E poi di quella busta bianca che gli aveva dato Sid Sibilo, e poi quella marrone…
Furono posizionate anche quelle sul pianale di formica, come lapidi in un cimitero.
Una voce femminile gli arrivò all’orecchio. «…ancora?».
Sbatté le palpebre. «Ehm… credo di sì». La penna era incastrata sul fondo della tasca. La tirò fuori e le fece ripetere il numero di autorizzazione, annotandolo sul taccuino, insieme al nome del delegato fiscale, con tanto di orario e data. Meglio pararsi il culo, in ogni caso. «Grazie».
«E questo non inciderà in nessun modo sul budget?»
«A quanto pare, lavora pro bono». Fissò le lapidi. Sbuffò gonfiando le guance, poi prese la busta bianca e la aprì.
«Sul serio? Ed è normale amministrazione o un favore speciale? Perché potremmo decisamente usare questa roba degli isotopi stabili più spesso, se non ci costa nulla».
All’interno, c’erano due fogli con dei piccoli Post-it gialli con la scritta firmare qui con una freccia che indicava il punto esatto dove apporre il nome. Logan si sentì pulsare le tempie, mentre una miriade di spilli e aghi sembrava essere improvvisamente comparsa sulla pelle delle sue braccia. «Santissima merda…».
«Ho capito bene?»
«Io…». Si leccò le labbra. «Devo andare, c’è qualcosa che… Arrivederci». Attaccò. Posò il telefono sulla scrivania insieme agli altri oggetti tirati fuori dalle tasche della giacca. Si schiarì la gola. Sbatté le palpebre fissando il foglio che aveva in mano. Le parole erano ancora lì:
Io, hamish alexander selkirk mowat (residente in Mains of Clerkhill, Grandhome, Aberdeen, ab22 8av), in pieno possesso delle mie facoltà mentali, con questo testamento nomino logan mcrae (residente in 23 Persley Park Caravan Park, Aberdeen, ab21 9ns) unico esecutore del mio testamento, e inoltre conferisco al suddetto procura…
Oh, santo cielo. No. Non era possibile. Non poteva assolutamente essere.
Logan aprì la busta marrone e ne fece scivolare il contenuto sul palmo della mano. Un assegno da trentamila sterline.
«Piccolo bastardo…».
«…quel bastardo impudente mi ha dato un assegno da trentamila sterline! Ci credi? Quel figlio di…».
«Oh, che disdetta!». Samantha sbadigliò al telefono. «Ti stai davvero lamentando perché qualcuno ti ha dato trentamila sterline? No, ma sul serio?».
Union Street brillava al sole; le schegge di mica nel granito facevano immaginare che qualcuno avesse spruzzato glitter ovunque. Il rumore del traffico si concentrava all’incrocio di Rosemount Place, con autobus e taxi che si sfidavano al centro della rotonda.
Probabilmente era meglio aspettare che scattasse il semaforo.
«Ma non posso accettare…».
«Potresti finalmente finire i lavori nell’appartamento… uscire da quella roulotte e tornare in una vera casa».
«Pensavo che ti piacesse, quella roulotte».
Il semaforo pedonale lampeggiò e Logan attraversò l’incrocio, superando un gruppo di uomini di mezz’età in completo che si raccontavano quanto avrebbero bevuto quella sera.
«Sì, mi piace. Ma da quando ci sei tu puzza di muffa».
«Certo, e lo sai cosa succederà se accetterò di essere suo erede? Diventerò il bersaglio di tutti quelli che pensano di meritarsi una fetta del suo impero: spacciatori di droga, criminali, strozzini, quelli del racket della protezione, quelli che gestiscono l’immigrazione clandestina, e poi contrabbandieri, magnaccia…».
«Quando è stata l’ultima volta che hai aperto le tende e hai fatto cambiare l’aria?»
«Reuben ne sarà felicissimo. Lui…». Logan si zittì per un attimo, con una smorfia. Dannazione: ecco perché quel pugno in faccia mattutino. Reuben sapeva già del testamento. Fantastico. Trentamila sterline e una condanna a morte.
Si avviò lungo il lastricato di Diamond Street, giù oltre il kfc, il bar e la vetrina del parrucchiere.
«Logan?»
«D’accordo, d’accordo, aprirò le finestre».
«E non sarebbe male se dessi una rinfrescata all’intonaco. C’è una macchia di umidità in bagno che comincia a somigliare a Shakespeare. Non voglio che Shakespeare mi guardi mentre mi faccio la doccia, è una cosa perversa».
«Mi ha anche conferito la procura per tutti i suoi affari. Che diavolo dovrei farci?»
«Devo richiederti se ti stai lamentando?».
A sinistra su Lindsay Street, lasciando il lastricato a favore di un Frankenstein di asfalto e buche.
«Stai diventando cattiva come la Steel».
Una pausa. «Ritira subito quello che hai detto, Logan McRae, o non ci sarà mai più neanche l’ombra di un po’ di divertimento notturno, per te, da ora in poi!».
E a destra su Golden Square. Alti edifici di granito si affollavano intorno a quello che sembrava il figlio bastardo di una rotonda e di un parcheggio. File di macchine erano disposte ad anello intorno a una recinzione di ferro battuto, mentre altre erano parcheggiate al suo interno, con il muso verso l’esterno. E poi ce n’era un’altra fila dietro, intorno alla statua centrale. I pochi alberi nelle vicinanze sembravano avere un disperato bisogno di acqua.
«Logan, ti avverto…».
«D’accordo, me lo rimangio». Un sospiro. «E farò qualcosa per il bagno».
«Ora va meglio. E adesso corri dal tuo avvocato: qui è quasi ora di cena e hanno bollito il cavolfiore da giovedì scorso in mio onore. Non vorrai perdertelo, vero?». E poi attaccò.
La segretaria lo fissò con astio da dietro le sue fortificazioni di mogano. Gli occhiali in equilibrio sulla punta del naso avevano delle piccole ali sugli angoli superiori, ed erano in tinta con il suo cardigan viola. «L’orario dei nostri uffici è dalle nove alle cinque. Se vuole prendere un appuntamento con Mr Moir-Farquharson, posso…».
«È qui oppure no?».
Il sorriso della donna era forzato, e le faceva comparire una rete di rughe sottili intorno agli occhi. Lanciò uno sguardo furtivo alla porta in fondo alla sala d’aspetto. «Mr Moir-Farquharson è con un cliente, e non può essere… Ehi! Non può entrare lì!».
Logan spalancò la porta. «A che diavolo di gioco sta giocando?».
La luce del sole inondava la stanza rivestita di pannelli di legno, riflettendosi sul cranio rasato di un gorilla in completo elegante, con la scritta odio tatuata sulle nocche di una mano e la scritta male sulle nocche dell’altra. Una serie di cicatrici si intersecava sulla sua nuca, come crepe sul guscio di un uovo. Non si girò a guardare Logan, limitandosi a restarsene seduto in silenzio come una montagna di carne.
Dietro all’enorme scrivania di legno di quercia, Sid Sibilo sospirò e chiuse gli occhi, serrandosi tra pollice e indice il setto nasale. «Mrs Jefferies!».
Logan gli agitò contro la busta marrone che teneva stretta in pugno. «La tentata corruzione di un agente di polizia è un reato punito dal codice penale scozzese…».
«Quante volte devo ripeterglielo? Non è un tentativo di corruzione».
«Non dica stronzate!». Lanciò la busta contro l’avvocato: lo colpì in pieno petto, prima di scivolare al suolo. «Pensa che non riconosca un tentativo di corruzione, quando ne vedo uno?».
La segretaria gli si affiancò. «Mi spiace, Mr Moir-Farquharson, gli ho spiegato che era con un cliente».
La massa di muscoli nel completo elegante tirò su con il naso, per poi puntare il pollice dietro le spalle, in direzione di Logan. La sua voce era un ringhio nasale con l’accento dei Borders. «Vuole che… sa… lo rimuova dall’ufficio?».
Un altro sospiro. Poi Sid Sibilo spinse indietro la sedia, si piegò e raccolse la busta dal pavimento. «Può scusarmi per un paio di minuti, Mr Harris? Temo che l’ispettore McRae abbia bisogno che gli spieghi le cose lentamente e con l’aiuto delle figure, quando possibile». Si alzò. «Mrs Jefferies, può portare una tazza di tè a Mr Harris? Andrò in sala conferenze con il nostro ospite incivile».
Sandy Moir-Farquharson si accomodò su una sedia all’estremità del lungo tavolo, dando le spalle alla finestra. La luce calda del sole inondava le macchine parcheggiate intorno a Golden Square alternata a delle macchie d’ombra che fremevano lievemente quando la brezza smuoveva le foglie degli alberi nelle vicinanze.
L’avvocato posò la busta marrone davanti a sé sul tavolo e la lisciò delicatamente con le dita. «Ispettore McRae, non mi piace che lei venga qui a infastidirmi quando sono con un cliente. E neanche in altri momenti, se è per questo. Se vuole vedermi, può prendere un appuntamento con Mrs Jefferies come tutti gli altri».
«Trentamila sterline! E cosa diavolo è questo?». Logan pescò il testamento e la procura dalla tasca e li sbatté sul tavolo. «Cerchi di metterselo in quella dannata testa a punta, io non sono in vendita. sono stato chiaro?».
Sid Sibilo pescò l’assegno dalla busta. Lo sollevò. «Come vede, lo spazio per l’intestatario è stato lasciato volutamente vuoto. Mr Mowat non ha alcun interesse a corromperla; desidera semplicemente che lei scelga una giusta causa a cui donare il suo supporto». L’avvocato tornò a frugare nella busta e ne trasse un Post-it coperto di una fitta e minuta grafia. «Come avrebbe saputo, del resto, se si fosse disturbato a leggere la mia nota. Deve soltanto riempire i dettagli mancanti».
Logan fissò il Post-it. Quel maledetto foglietto doveva essere rimasto incollato all’interno della busta… Comunque, non era quello il punto, giusto? «Così avrà la mia grafia su un enorme assegno che viene da Wee Hamish Mowat? Ma davvero pensa che io sia così stupido?».
Sid Sibilo imbronciò le labbra e sollevò un sopracciglio. «Sicuramente sto arrivando a questa conclusione». Posò l’assegno sul tavolo. «Non è molto complicato. Mi dica a chi vuole intestare l’assegno e io lo farò riempire da qualcuno al suo posto».
«Io… ma sono trentamila sterline!».
«Con una simile capacità di osservazione, non mi stupisce che lei sia diventato ispettore. E ora, c’è altro? O posso tornare dal mio cliente?»
«È… che cos’è questa storia della procura?».
Sid Sibilo sospirò di nuovo e tornò a stringersi il setto nasale tra due dita. «Avremmo potuto tranquillamente parlarne quando sono venuto a cercarla alla stazione di polizia, ma ovviamente lei doveva portare avanti i suoi giochi di potere e farmi attendere in quella stanza senza neanche un bicchiere d’acqua».
Logan arrossì violentemente. «Non sapevo neanche che fosse lì». Si lasciò cadere sulla sedia più vicina. «Qualcuno ha fatto l’idiota e non mi ha avvertito».
«Mr Mowat ha recentemente aggiornato il suo testamento, e ha nominato lei come unico esecutore dello stesso. Ciò significa che, nella triste eventualità della sua dipartita, lei sarà responsabile dei suoi beni e dovrà assicurarsi che la successione avvenga secondo il testamento. Se, d’altra parte, dovesse trovarsi nell’incapacità di intendere e di volere a causa di una malattia, le ha garantito piena procura. Questo vuol dire che lei è autorizzato a gestire le sue proprietà e i suoi beni e, se necessario, prendere decisioni riguardo alle cure mediche finali di Mr Mowat».
«E per “beni” intende “impero criminale”. Cosa dovrei farci? Dividere il mercato della droga tra i tenenti di Wee Hamish? Dare le prostitute e i trafficanti d’uomini a qualcun altro? Togliere potere agli strozzini?».
L’avvocato sbuffò. «Non mi faccia commentare. E comunque, le consiglio di fare attenzione con le accuse di illegalità rivolte a Mr Mowat, se non vuole prendersi una querela per diffamazione».
«Non posso. Sono un agente di polizia».
Sid Sibilo fece scivolare l’assegno nella busta. «E poi c’è la questione del lascito nei suoi confronti: seicentosessantaseimilaseicentosessantasei sterline. E sessantasei penny».
Oh, Dio… trentamila erano già abbastanza un guaio.
«Ammetto che la cifra sia piuttosto bizzarra, ma sono certo che Mr Mowat ha i suoi motivi per lasciarle in eredità due terzi di un milione di sterline».
Logan si sentì stringere lo stomaco in una morsa. «Non può farlo».
«Mio caro Mr McRae, Mr Mowat può lasciare quello che vuole a chiunque desideri. E per qualche assurda ragione, ha deciso di lasciarle una somma di denaro alquanto cospicua».
«Ma…».
«Naturalmente, non sarà depositata direttamente in un conto in banca del Regno Unito, né le sarà consegnato in contanti. Per evitare problemi di correttezza, questo denaro sarà discretamente vincolato, in attesa che lei non sia più un agente di polizia. Lo consideri un indennizzo che la aiuterà quando andrà in pensione».
«Ma se qualcuno dovesse scoprire…».
«Mr Mowat ha provveduto a lasciarmi una provvigione, nel suo testamento, chiedendomi di rappresentarla». L’avvocato si alzò. «E adesso devo davvero tornare da Mr Harris».
Logan lo fissò. «Come pensa che dovrei…».
«Può cominciare uscendo da qui».