capitolo 7

Una voce femminile riecheggiò nel corridoio all’esterno della stanza. «Non me ne importa niente… dovete farmi vedere mio figlio! Subito!». Era Mrs Ferguson.

Il sergente Chalmers tirò su con il naso. «Pensa che stia dicendo la verità?»

«Be’…». Logan si appoggiò contro il piccolo lavandino della stanza, fissando il letto.

Guy era rannicchiato su se stesso, con le mani fasciate contro il petto, le spalle scosse da singhiozzi strazianti.

«Capo?»

«Incravattare qualcuno… è una roba da crimine organizzato metropolitano. Non qualcosa che verrebbe in mente di fare a un gruppo di ragazzini sbandati. Quindi… forse sì. Probabilmente dice la verità».

«Quindi l’ha fatto per mettere fine alle sofferenze della vittima». Sbuffò, gonfiando le guance ed esalando il respiro con un sibilo. «Ha fatto la cosa giusta, e gli amputeranno le dita per questo».

«Quando tutti si saranno calmati un po’, proveremo a interrogare i suoi amici. Vedremo se confermeranno questa versione».

Quella voce, di nuovo. «voglio vedere mio figlio!».

Ci siamo…

Logan fece un cenno alla Chalmers. «Digli di farli entrare».

Non appena lei fece capolino nel corridoio, Mrs Ferguson oltrepassò l’agente di guardia ed entrò nella stanza. «Guy?».

Mr Ferguson la seguì piangendo. «Ci hanno detto che eri morto».

La madre del ragazzo lo strinse in un abbraccio. «Tesoro mio…».

Poi si raddrizzò e fulminò Logan con lo sguardo. «lei! È stato lei a dirci che era morto. Come ha potuto…». I suoi occhi si sgranarono, quando posò gli occhi sulla caviglia ammanettata del figlio. «è in un letto d’ospedale!».

«Non…».

«come osa!». Serrò i pugni, avanzando di un passo verso di lui. «Gliele tolga, e subito».

Le scale riecheggiavano di passi e parole bisbigliate, che superavano il brusio di fondo dell’ospedale. Poi al rumore si unì anche il cellulare di Logan: la suoneria di Darth Fener. Avrebbe dovuto lasciare spenta quella dannata trappola. Lo tirò fuori. «Non è…».

«L’hai preso? Dove sei?». Sembrava una bambina in attesa del suo nuovo cucciolo. Sempre che la bambina in questione avesse fumato quaranta sigarette al giorno per tutta la vita.

La Chalmers attraversò le porte che davano sul piano terra dell’ospedale, tenendole aperte per lui.

«Stiamo tornando alla macchina, ma…».

«Eccoti! Ti vedo!».

Si bloccò dov’era.

Il commissario Steel stava venendo verso di loro a passo di carica lungo il corridoio, con il cellulare premuto contro l’orecchio e un ghigno da Stregatto che le trasformava il viso coperto di rughe in un’imitazione del Big Bang. «Chi è il soldatino speciale della zia Roberta, eh?».

Lui attaccò. E rimase lì ad attenderla.

La Steel fece un saltello e lo afferrò per le spalle, stringendolo brevemente. Poi si accigliò. «Dov’è? Come mai non lo avete arrestato?»

«È… al piano di sopra, sotto sorveglianza. Oggi pomeriggio devono amputargli gran parte delle dita».

«E siete sicuri che si tratta del nostro assassino?».

Il sergente Chalmers sollevò il taccuino. «Ha confessato di aver ucciso quell’uomo, e anche di aver commesso la rapina alla gioielleria».

«Eccellente!». La Steel lasciò andare Logan e strinse la Chalmers in un abbraccio. Serrandola a sé abbastanza a lungo da farla agitare leggermente, imbarazzata.

Logan prese un profondo respiro. «C’è una cosa che devo…».

«Il commissario capo sembra uno che ha vinto tette gratis per un anno: sta organizzando una conferenza stampa per le tre e mezza». Mollò la Chalmers. «Siete invitati entrambi. Non è meraviglioso?». Picchiettò un’unghia sullo schermo del proprio cellulare, per poi portarlo all’orecchio. «Il commissario capo vuole parlarmi…».

«In realtà, Guy Ferguson…».

«Sì». La Steel si tappò l’altro orecchio con un dito. «Dougie? Lui è lì? Sì…».

«Senta, non è semplice come…».

«Signore? Ce l’ho qui… Sì, in arresto e sotto sorveglianza proprio mentre parliamo». Il sogghigno soddisfatto si estese. «Be’, ci conosce: noi del cid li troviamo sempre».

«Davvero, dobbiamo…».

«Glielo passo». La Steel tese il telefono a Logan e gli fece un cenno. «Avanti».

Idiota.

Prese il cellulare. «Signore?»

«Ben fatto, McRae». La voce impostata del commissario capo al telefono non riusciva comunque a nascondere il suo accento delle Highlands: vocali allungate all’inverosimile che piombavano senza motivo in mezzo a parole a caso. «È stato eccellente riuscire a ottenere un risultato in tempi così brevi».

«Signore, ma è…».

«No, no: se lo merita tutto. Perché non ha ancora fatto richiesta per quel posto da ispettore a tempo indeterminato a Peterhead? È chiaro che ha tutte le carte in regola per ottenerlo, e dopo questo brillante risultato, la accoglieranno a braccia aperte!».

Lui aggrottò la fronte. «Perché, c’è un posto da ispettore a tempo indeterminato?».

La Steel si schiarì la gola e prese a fissare i pannelli del soffitto. «Ah… deve essermi sfuggito». Vecchia stronza intrigante.

«Roberta non glielo aveva ancora detto? Giuro di averle chiesto di farlo sapere a tutti. Comunque, dovrebbe assolutamente fare richiesta». Abbassò leggermente la voce, come se fosse sul punto di rivelargli un segreto. «Senta, terremo una conferenza stampa qui alle tre e mezza, e lei mi conosce: mi piace assicurarmi che la mia squadra riceva gli applausi che merita. Si assicuri di indossare un completo elegante, non vogliamo che pensino che siamo dei poveri campagnoli, giusto?».

Un respiro profondo. «Signore, a dire il vero la faccenda è un po’ più complicata…».

«Non ha un completo pulito?»

«No. Cioè, sì, certo che ho un completo pulito, ma sto parlando di Guy Ferguson. Ha dichiarato che qualcuno aveva incravattato la vittima prima che lui arrivasse sul posto. Ha cercato di togliere la gomma in fiamme. E quando non ci è riuscito, ha accoltellato quell’uomo per… per non farlo morire bruciato».

La Steel sgranò gli occhi. «Che… cosa?».

Logan le volse le spalle. «Ferguson si è ritrovato le mani coperte di gomma incandescente, nel tentativo di salvare la vittima. Oggi pomeriggio gli amputeranno gran parte delle dita».

La linea piombò improvvisamente nel più completo silenzio.

«Signore?».

Quando il commissario capo parlò, il suo accento non era più tanto affettato. «Mi sta dicendo che ha arrestato un buon samaritano?»

«Ha confessato. Ed era anche coinvolto nella rapina alla gioielleria. Abbiamo arrestato anche due suoi complici e…».

«Come diavolo pensa che possa comunicare questa faccenda? Dannazione, McRae, non poteva evitare di arrestare un eroe?»

«Ma la rapina alla gioielleria…».

«La prego, mi dica che non è fotogenico».

Butterato dall’acne, sopracciglia esagerate, baffetti striminziti. «No, non è fotogenico».

Un sospiro. «Be’, è qualcosa, almeno…». E a quel punto, il commissario capo attaccò.

Logan restituì il cellulare alla Steel. «Perché non mi ha detto di quel posto come ispettore a tempo indeterminato?»

«Non cambiare argomento: mi hai fatto fare la figura dell’idiota!».

«Ho cercato di spiegarglielo, ma lei non mi ha minimamente ascoltato». Si girò e tornò verso l’interno dell’ospedale.

«Ehi!». La voce del commissario Steel riecheggiò nel corridoio alle sue spalle. «Dove credi di andare? Non abbiamo ancora finito!».

«Orario di visita. Ho qualcuno da andare a trovare».

La sala interrogatori numero tre era insopportabilmente calda, e al solito odore di piedi puzzolenti e biscotti vecchi si era unito quello rancido del sudore. Proveniva dal tipo che si agitava nervosamente sulla sedia. Quella dal lato sbagliato del tavolo di formica graffiata. Quella inchiodata al pavimento.

Sammy McCloist, diciassette anni e mezzo, naso schiacciato, basette come un tappetino da bagno e capelli lunghi fino alle spalle ingobbite. L’ingessatura in fibra di vetro che portava al polso destro risaliva dal palmo della mano fin quasi al gomito. Appena fatta, e già era sporca.

Aprì la bocca, ma il cafone in completo elegante accanto a lui gli posò una mano sul braccio.

«Il mio cliente non ha niente da dire al riguardo». L’avvocato di McCloist sorrise. Era enorme, alto e largo abbastanza da torreggiare su tutti i presenti, anche da seduto. Mani enormi, mento largo, grosse orecchie e i capelli rasati per nascondere la calvizie incipiente.

«Davvero?». Logan controllò l’orologio: le tre meno un quarto. «Be’, sai cosa, Sammy? Per me va bene. Al momento stiamo ottenendo un mandato per perquisire la tua casa e quella dei tuoi amici. Pensi che troveremo qualcosa di interessante?».

Il ragazzo tirò su con il naso. «Mi ha rotto il polso, dannazione».

«Tu stavi opponendo resistenza all’arresto. Ricordi?»

«Il mio cliente rifiuta completamente la sua interpretazione degli eventi. Era andato a trovare un amico, quando lei lo ha aggredito».

«Sa che abbiamo recuperato un campione di dna dalla rapina alla gioielleria? Un campione perfetto. I tecnici stanno controllando proprio in questo momento a chi di voi corrisponde». In realtà non era vero. Per come stavano andando le cose, sarebbero stati fortunati a ottenere quei risultati prima di Natale.

«Non può essere quello del mio cliente, in quanto il mio cliente non era lì. Il mio cliente…».

«…era andato a trovare una zia malata. O così ha detto lei».

«E allora non c’è motivo di continuare questo interrogatorio, non trova?». Il gigantesco avvocato si alzò in piedi. «Abbiamo collaborato al massimo con la vostra indagine, ma ora deve rilasciare il mio assistito».

Sammy sogghignò. «E le farò causa per avermi rotto il polso. Lesioni aggravate. Mi prenderò la sua casa, ecco cosa».

Logan scosse la testa. «Sammy, Sammy, Sammy. Primo: non vuoi la mia casa, credimi. Neanche io la voglio. E secondo…». Si piegò in avanti, abbassando la voce a un sussurro. «Abbiamo un testimone. Quando siete entrati in quella gioielleria, qualcuno all’esterno vi ha riconosciuti». Era un’altra bugia, ma valeva la pena di tentare, se non altro.

Sammy arricciò le labbra. «Stronzate!». Sbatté l’ingessatura sul tavolo. «Nessuno poteva riconoscerci, perché abbiamo indossato delle maschere per tutto il tempo!». Poi si appoggiò contro lo schienale, incrociando le braccia sul petto. Sorrise. Visto quanto sono furbo?

L’avvocato si lasciò cadere sulla propria sedia e si prese il volto tra le mani.

Il procuratore generale si avvicinò alla finestra e guardò fuori. Una vaga ombra di grigio le screziava i capelli castani sulle tempie. Indossava un tailleur blu in tweed alla Jackie Onassis e smalto rosso ciliegia sulle unghie. Distinta, in un modo un po’ felino. «Non avrebbe potuto trovare una soluzione un po’ meno… complicata?».

Seduto al tavolo della sala conferenze, Logan si strinse nelle spalle. «Non è certo dipeso da me, signora».

Da lì era visibile gran parte del centro di Aberdeen, in un ampio mosaico di tetti di tegole o piatti, affollati di parabole satellitari e vecchie antenne obsolete. Grossi gabbiani ben pasciuti planavano nel cielo di un pallido azzurro, come avvoltoi scoloriti, a caccia di rifiuti e di cani o bambini abbastanza piccoli da poterli portare via.

«Non riusciremo a farlo condannare per omicidio volontario, non nelle presenti circostanze… omicidio preterintenzionale, forse, ma non ci garantiremmo molta popolarità, in questo modo». Appoggiò le mani sul davanzale. «Naturalmente lo accuseremo per la rapina alla gioielleria. Questo, almeno, andrà bene alla stampa». Un sospiro. «Ispettore McRae…».

«Non l’ho fatto di proposito».

«No, lo immagino. Tuttavia…». Si girò, raccolse gli occhiali e li pulì con una piccola pezza gialla. «Abbiamo almeno una buona notizia riguardo al caso del cadavere incravattato?»

«Stiamo…».

«Se sta per dire “seguendo diverse piste”, sappia che reagirò piantandole una matita nell’occhio. E non pensi che non ne uscirei pulita, in tal caso».

Ah… «Il fatto che fosse incravattato nel Cimitero delle Auto deve pur significare qualcosa. In fondo a una sterrata, in un vicolo cieco dopo il Thainstone Mart… non è un posto dove solitamente si passa per andare a fare la spesa, no?»

«Quindi chiunque sia stato, conosce la zona».

«Potrebbe anche avere dei precedenti per sequestro di persona, o conoscere qualcuno che ne ha. Stiamo ancora aspettando i risultati completi delle analisi del dna; lo sa come va, negli ultimi tempi. Finché non avremo identificato la vittima, comunque, dubito che riusciremo ad arrivare da qualche parte».

Lei inforcò gli occhiali. «Non mi piace, ispettore McRae. Non mi piace affatto».

«Potremmo coinvolgere un antropologo forense? Per tentare una ricostruzione del volto della vittima?». Si schiarì la gola. «Sa, se avessimo il budget per farlo…».

Il procuratore strinse gli occhi. «Trovi il budget. Sono io ad autorizzarlo. Questo caso è appena diventato il primo in ordine di priorità per la Grampian Police».

La Steel ne sarebbe stata felice.

«…No, non è affatto quello che sto dicendo». Il commissario capo agitò un dito e una ventina di flash lo investì, riflettendosi sulla sua fronte alta e immortalandolo in tutta la sua tarchiata gloria. Doveva essersi rasato poco prima della conferenza stampa, perché la parte inferiore del suo doppio mento era di un vivido color pulce, e screziata di una serie di piccole macchie scarlatte. «Sto dicendo che dobbiamo trattare i due casi separatamente. Non è così che funziona la legge».

La sala conferenze era stata assaltata da una folla di giornalisti e troupe televisive, e c’erano decine di mani alzate, mentre tutti ponevano domande contemporaneamente:

«L’intervento è andato bene?»

«Definirebbe Guy Ferguson un eroe?»

«Perché i suoi agenti hanno detto ai genitori di Guy che era morto?»

«Perché la Grampian Police sta perseguitando un uomo che ha sacrificato le dita per tentare di salvare qualcuno?».

Il commissario capo sbatté una mano sul tavolo. «Non stiamo perseguitando nessuno, ed è un gesto di irresponsabilità suggerirlo. Ciò che Mr Ferguson ha tentato di fare per la vittima è stato ammirevole, ma introdursi in una gioielleria e uscirne con una refurtiva del valore di trentaquattromila sterline non lo è stato».

Accanto a lui, l’addetta ai rapporti con la stampa posò una mano sul microfono, si sporse verso il commissario capo e gli sussurrò qualcosa all’orecchio. Probabilmente qualcosa del tipo “La smetta di rispondere a tono a quei bastardi…”.

In fondo alla sala, dietro a una foresta di microfoni, Logan controllò l’orologio. Un quarto d’ora lì dentro e stavano già litigando.

La Steel gli piantò un gomito nelle costole, riversandogli addosso il fiato che sapeva di posacenere antico. «Sei un idiota fortunato». Gli mollò un’altra gomitata. «Se fosse stato per me, non saresti riuscito a svicolare tanto facilmente: saresti stato lassù a farti sculacciare insieme agli altri».

«Non sto svicolando affatto. Il commissario capo ha detto che l’avrebbe fatto da solo: come vede, non tutti pensano solo a pararsi il culo, c’è qualche ufficiale di alto grado che si preoccupa di proteggere la sua squadra».

Uno sbuffo. «Tanto peggio per lui, allora».

Logan tenne lo sguardo fisso davanti a sé. «Il procuratore generale vuole che coinvolgiamo un antropologo forense».

«Oh, capisco: io ti ho detto di no, così sei andato a lamentarti dal procuratore. Giuda».

Sul palco, il commissario capo si passò una mano sulla fronte lucida. «Non sono autorizzato a discuterne per motivi di operatività». Il che significava che non aveva idea di come rispondere.

Uno dei giornalisti si alzò in piedi: un tizio scarno, con un vestito che gli cadeva decisamente male addosso, tutto ossa e lineamenti spigolosi, con un naso a becco e il dittafono puntato come una pistola. «Commissario capo! Sono Michael Larson dell’“Edinburgh Evening Post”: come mai la Grampian Police si rifiuta di organizzare delle ricerche appropriate per ritrovare gli adolescenti scomparsi Agnes Garfield e Anthony Chung?».

Per un attimo, il commissario capo spalancò la bocca, poi una serie di rughe profonde gli increspò la fronte. «Non sono autorizzato a parlare di questo caso».

La Steel tornò a piantare il gomito tra le costole di Logan. «Non ti avevo detto di metterti al lavoro e fare qualcosa riguardo a quella faccenda?»

«Non ho avuto tempo, è…».

«E ora guarda che hai combinato. E a chi pensi che finirà addosso il problema, visto che tu non ti sei degnato di ascoltarmi? A me. Ecco a chi. Come se il nostro amorevole commissario capo avesse bisogno di una nuova scusa. Quel piccolo bastardo grasso e sudato».

Larson, dell’«Edinburgh Evening Post», scosse la testa. «Commissario capo Irvin, perché non volete neanche ascoltare le preoccupazioni dei genitori di questi ragazzi? Non ve ne importa nulla o cosa?».

L’addetta stampa si piegò in avanti, fino a ritrovarsi il microfono a pochi centimetri dal viso. «Okay, stiamo andando decisamente fuori tema, qui. Devo chiedere a tutti di fare domande unicamente sul caso in questione».

Il giornalista si girò, guardandosi intorno e rivolgendosi ai colleghi assembrati nella sala. «A me sembra che la Grampian Police voglia coprire i suoi misfatti, non trovate?».

Il commissario capo Irvin tornò a sbattere la mano sul tavolo, abbastanza forte da far tremare i microfoni. «Non stiamo coprendo un bel niente!».

«Allora risponda alla domanda: perché ve ne importa così poco di Anthony e Agnes e della loro sicurezza che non vi preoccupate di cercarli? Eh?».