capitolo 4

«…nel corso della prossima settimana. E restate con noi per un’altra infornata di hit degli anni Ottanta fino alle nove, ma prima ecco le previsioni del tempo…».

«Unggg…». Logan si girò sulla schiena e fissò il soffitto della camera da letto. Un raggio di luce dorata filtrava tra le tende tirate, facendo scintillare le particelle di polvere contro le pareti rosse. Allungò una mano, ma Samantha non c’era: la sua parte di letto era un caos ingarbugliato di lenzuola e cuscini. Aveva sempre avuto il sonno agitato.

La sveglia sul comodino segnava le 6:15, i numeri che lampeggiavano di un verde smorto.

«…bel tempo previsto fino a martedì mattina, quando un’area di alta pressione proveniente da est porterà piovaschi…».

Sbatté le palpebre e sbadigliò, si grattò e tornò disteso sul letto. Avanti, pigro bastardo, alzati.

Magari tra un minuto.

Logan affondò il coltello nel barattolo di Marmite. «Tè e toast, tè e toast, la-la-la-la tè e toast…». La crema spalmabile rimasta nel barattolo lasciò appena un velo leggero sul burro fuso. Meglio di niente. Si spostò pigramente verso il soggiorno, portandosi dietro la colazione.

Dallo schermo della tv accesa, un volto di quelli perennemente abbronzati rivolgeva un sorriso sgargiante ai mucchi di libri e scatole di cartone che riempivano la stanza. «…febbraio del prossimo anno. Sono andato a trovare due delle star del film direttamente sul set…».

La spia rossa della segreteria telefonica lampeggiava. Quattro messaggi. Probabilmente tutti della Steel, con le sue solite lamentele infinite.

Due donne comparvero sullo schermo della tv, sedute sulle tipiche sedie pieghevoli da regista; avevano alle spalle una gigantesca locandina del film Witchfire. Sorrisero e rivolsero allegri cenni di saluto alla telecamera. Carine, come potevano esserlo delle attricette di Hollywood o le tipiche ragazze da calendario di «fhm». Una delle due sembrava una rossa naturale, l’altra sfoggiava una chioma di uno scarlatto esagerato, come quella di Samantha. In sovrimpressione sullo schermo si leggevano i loro nomi: nichole fyfe e morgan mitchell.

Logan premette il pulsante della segreteria telefonica, e la voce metallica risuonò nel soggiorno a soqquadro: messaggio uno. Poi lasciò il posto ai toni rauchi e inconfondibili del commissario Steel: «Laz? Sei lì? Rispondi». Pausa. «Non sto scherzando, alza il culo…».

Cancella.

In tv, Mr Lampada Abbronzante si produsse in un sorriso affettato. «E ora sei rossa!».

La donna di nome Nichole scoppiò a ridere. Aveva acquisito un certo accento americano, ma quello di Aberdeen ancora si riusciva ad avvertire in sottofondo: «Lo so, non è fantastico? Abbiamo dovuto farlo entrambe per il film, ma a me piace, lo trovo così liberatorio. E poi non mi riconosce più nessuno: è come essere una persona diversa!».

Morgan si arrotolò intorno all’indice una ciocca di assurdi capelli rossi, sorridendo alla telecamera come se fosse sul punto di strapparsi i vestiti di dosso e lasciarsi andare a ogni genere di atto osceno sul pavimento dello studio televisivo. Aveva il tipico accento di New York: «Dovrebbero provare tutti a farlo, almeno una volta nella vita. Fate uscire allo scoperto il vostro lato cattivo, gente!».

messaggio due. E poi: «Laz, sto parlando sul serio…».

Cancella.

«Nichole, che sensazione ti sta dando essere la protagonista di un blockbuster come Witchfire?»

«È grandioso. Si tratta del mio primo ruolo drammatico di un certo spessore, e…».

messaggio tre. Una voce maschile che sembrava decisamente depressa: «Pronto? Questo è un messaggio per Logan McRae. Logan, siamo gli architetti di Preston’s, sono passati due anni da quando abbiamo finito il tetto…». Un sospiro. «E mi domandavo se avesse preso una decisione, e volesse continuare con i lavori di costruzione…».

Avrebbe dovuto effettivamente richiamarli.

Cancella.

«…è stata una vera sorpresa: io mi ero proposta per il ruolo di Mrs Shepherd».

Morgan agitò le mani, sorridendo raggiante. «E io avevo fatto i provini per Rowan, ma a quanto pare qualcuna era semplicemente troppo favolosa…».

Logan addentò il toast, inghiottendo con l’aiuto di un sorso di tè.

messaggio quattro. Una pausa inquietante. «Logan, sono tua madre. Sai che non mi piace parlare di queste cose…».

Cancella.

«…è stato molto più divertente non dover essere tutto il tempo una brava ragazza». Morgan si posò una mano sul petto. Mano fortunata…

«Dopo tre anni di csi New Orleans, volevo provare a interpretare un personaggio più cupo e tormentato. Volevo tornare alle mie radici».

non ci sono altri messaggi.

Finì il toast. Doveva ricordarsi di comprare un altro barattolo di Marmite. E magari del formaggio spalmabile. La colazione dei campioni.

«Nichole, devo chiederti di come è stato tornare ad Aberdeen, dopo Hollywood».

«È così bello essere a casa! Le persone del Nord-Est sono così reali e con i piedi per terra, ed è davvero un sollievo, dopo tutto quello…». Sullo schermo, Nichole Fyfe sollevò e piegò le dita nel gesto delle virgolette. «…“show business”».

Il gesto delle virgolette. Che genere di persona poteva farlo?

«E, a quanto pare, state per presentare un concorso per permettere a un fortunato spettatore di fare la comparsa in…».

Logan premette con decisione il pulsante di spegnimento sul telecomando, e l’immagine svanì in una schermata buia.

In camera da letto, i Madness dichiaravano a tutto volume il fatto di essere abbastanza grandi da comprarsi i preservativi. Si mosse in quella direzione, sorseggiando il suo tè al latte, mentre zigzagava tra calzini, mutande e pantaloni.

«…e House of Fun. A proposito di divertimento, vi piacerebbe vincere un esclusivo tour vip sul set del nuovo film Witchfire, che stanno girando proprio qui nel Nord-Est? Be’, restate con noi, perché avrete una bella sorpresa dopo David Bowie. Eccolo, con Let’s Dance!».

Quel dannato film era come un virus.

Si infilò una camicia bianca che meritava una stirata migliore di quella che le aveva dato lui, succhiandosi via dalle dita le ultime tracce di burro e Marmite prima di cominciare ad abbottonarla.

Cravatta, sì o no? Ne prese un paio dall’armadio, poi restò lì a fissare il foglio di carta attaccato al vetro.

Una versione squillante di If I Only Had a Brain si fece sentire dal suo cellulare. Logan sbatté le palpebre. Controllò l’orologio. Era rimasto lì impalato per cinque minuti buoni.

Un brivido.

Si lasciò cadere sul letto e si infilò le scarpe con una mano, rispondendo al telefono con l’altra. «Che c’è?».

Rennie tirò su con il naso. «Buongiorno anche a lei».

Santo cielo. «Non hai sei anni».

«D’accordo. Abbiamo un’altra aggressione a un maschio orientale. Questo viene dal Laos. L’hanno massacrato di botte, e poi hanno usato un martello su ginocchia e caviglie».

«Ha detto qualcosa?»

«Neanche una parola. Secondo i paramedici, era totalmente sballato quando l’hanno caricato sull’ambulanza: completamente stordito e puzzava di cannabis».

«E che mi dici della gioielleria?»

«È come cercare di fare il giocoliere con il fango. Ho tirato gente giù dal letto per tutta la notte… a proposito, grazie, è sempre un piacere farsi mandare al diavolo e sputare addosso per l’intero turno. Mi ha davvero sollevato il morale».

«Quindi stai dicendo che non hai niente in mano».

«Questo non è giusto! Non è colpa mia se i ladri non hanno ancora tentato di rivendersi il bottino, okay? Forse l’hanno portato a sud, oppure lo terranno nascosto per un paio d’anni, o gli faranno attraversare l’oceano. Come posso gestire una cosa del genere?». Lamentele, proteste, rimostranze, lagnanze, recriminazioni. E ancora e poi ancora, senza soluzione di continuità.

Appoggiò il cellulare sul comodino, lasciando che Rennie si godesse il suo momento di vittimismo petulante mentre lui si allacciava le scarpe.

Quando recuperò il telefono, non aveva ancora terminato lo sfogo.

«…senza mai prendermi il merito. E come mai ho sempre il turno di notte? Non è…».

«Ti assicuro che sarei felice di starmene qui seduto ad ascoltare le tue lamentele per tutto il giorno, ma ho del lavoro da sbrigare, quindi…».

Qualcuno bussò alla porta della roulotte, colpi decisi e insistenti.

«Dannazione…». Logan premette una mano contro il ricevitore. «un momento!». Poi tornò al telefono, mentre usciva dalla camera da letto e attraversava il corridoio per raggiungere la porta d’ingresso. «Stai dietro al laboratorio. Voglio che quei tecnici sentano il nostro fiato sul collo. E non permettergli di dirti stronzate del tipo “dalle tre alle sei settimane”. Martedì al massimo».

«Vuole anche un unicorno alato magico, già che ci sono?»

«No, mi andrà benissimo un sandwich caldo con le uova: sulla mia scrivania alle sette e un quarto. E un tè». Logan girò la chiave nella serratura. Aprì la porta. «E non pensare di essere…».

Qualcosa gli esplose in faccia, forte, trasformandogli il naso in un ammasso di pepe e api inferocite, mentre i contorni del mondo si riempivano di nebbia giallastra, e lui piombava all’indietro sul tappeto. Thump, fece la sua testa, colpendo il cartongesso. Un ginocchio sbatté contro lo stipite della porta. «Nnnghn…».

Tutto prese all’improvviso il sapore metallico del rame.

Aveva qualcosa in faccia.

Un battito di ciglia.

«Gagh…». Tossì un violento spruzzo di piccole gocce scarlatte, che andarono a macchiargli le guance e la fronte.

Alzati. alzati subito.

Ah… Un fuoco gli bruciava dentro la testa, irradiandosi a partire dal naso. E urlava, facendogli risuonare le orecchie.

Un’enorme sagoma bloccava la luce del sole, impedendole di oltrepassare la soglia: Reuben. Non più in giacca e cravatta. Adesso indossava una tuta blu dai bordi logori e macchiati di olio e sporcizia, come le ginocchia. Un paio di anfibi pesanti ai piedi, con il cuoio graffiato e consumato in alcuni punti che lasciava intravedere la punta di metallo al di sotto.

Oh. Merda.

Logan strisciò faticosamente verso la parete.

Ma Reuben non entrò per prenderlo a calci fino a fargli sputare i polmoni. Non venne a schiacciargli la testa o le costole. Non gli ridusse la faccia in poltiglia. Piuttosto, ondeggiò vagamente, afferrandosi allo stipite della porta, con la bocca leggermente aperta e gli occhi vitrei, mentre continuava a sbattere le palpebre.

Gli arrivò una zaffata densa e acuta di whisky vecchio e sudore proveniente da lui. Il petto gli si sollevò mentre inspirava profondamente dal naso schiacciato. Biascicò qualche parola impastata, in mezzo a uno spruzzo lieve di saliva. «Io lo so… io… io so cosa stai… facendo».

Ondeggiò avanti e indietro un paio di volte, le nocche della destra che spiccavano sotto la pelle come spunzoni su una lamina d’acciaio. «Tu… non… non riuscirai… Ti ammazzo… cazzo, ti… uccido…».

Poi gli cedettero le gambe, e Reuben scivolò lungo il fianco della grossa roulotte fino a ritrovarsi rannicchiato sul gradino davanti all’entrata, con le spalle scosse dai singhiozzi, le lacrime che scorrevano lungo la rete di cicatrici che portava in faccia, e i baffi radi bagnati di muco.

Appeso al pomolo della porta, un altro mazzetto di ossicini dondolava leggermente.

Bastardo…

Logan asciugò la gocciolina rossa che macchiava il rapporto, lasciando una traccia sporca tra le parole. Si appoggiò allo schienale della sedia, rovesciando la testa verso il soffitto e premendo una manciata di fazzoletti di carta contro il naso.

Il sergente Rennie fece schioccare la lingua. «Mi ci sono voluti secoli per finirlo, e me lo sta sporcando tutto di sangue».

L’ufficio di Logan era grande appena a sufficienza per ospitare un paio di archivi, una scrivania di formica, due lavagne magnetiche, una cigolante sedia girevole e un’altra per gli ospiti che sembrava uscita fuori da una discarica.

Rennie si spostò leggermente su quella sedia, facendone scricchiolare il vinile. Si era ingelatinato i capelli in un ciuffo biondo sulla fronte, le sue guance erano scottate dal sole e un ricciolo di pelle gli si stava staccando dalla punta del naso. «E in più, non ha neanche assaggiato il suo sandwich». Era ancora al centro della scrivania, in effetti, in parte tirato fuori dal suo involucro d’alluminio. Freddo.

Logan gli rivolse uno sguardo in tralice. Le parole che gli rivolse suonarono soffocate e piatte. «Vuoi forse fare coppia con Rischio Biologico Bob, il prossimo mese? Bloccato in spazi ristretti con lui? No, perché posso organizzare la cosa, eventualmente».

«Sono dovuto andare dal panettiere a prenderlo: la mensa è ancora chiusa per i lavori di ristrutturazione».Tirò su con il naso. «È ovvio che è arrivato freddo».

«Senti… togliti dai piedi e basta».

La porta si aprì di scatto, facendo tremare i fogli appesi alla parete. Il commissario Steel si fermò sulla soglia. Sogghignando.

Logan guardò male anche lei. «Non è affatto divertente!».

«Ah, no?». Il suo tailleur era spiacevolmente spiegazzato come il suo collo; zampe di gallina e rughe più o meno profonde rendevano il suo viso una giungla di linee e superfici. Ma erano i capelli ad attirare completamente l’attenzione, estendendosi verso l’alto e in ogni altra direzione. Come se li avesse pettinati con un gatto infuriato. «A me pare buffo». Entrò, portandosi dietro una zaffata di fumo di sigaretta.

La Steel batté una pacca sulla nuca di Rennie.

«Spostati, Tintin».

Lui mugugnò qualcosa di incomprensibile e si alzò dalla sedia. Poi accennò all’involucro di alluminio sulla scrivania di Logan. «Pacchetto esplosivo deviato, ne vuole?».

La Steel si sistemò sulla sedia. «Potresti diventare un buon sergente, dopotutto». Allungò una mano sul piano del tavolo e si appropriò del sandwich. «Ora fai il bravo e levati dai piedi. Hai dei vagabondi da trovare, e i grandi devono fare due chiacchiere».

Aprì l’involucro e prese un grosso morso. Poi si bloccò, con una smorfia disgustata che le disegnava un reticolo di rughe intorno alle labbra arricciate, mentre il rossetto scarlatto sembrava strisciare spargendosi sulla pelle. «Urgh, è freddo!».

Rennie sparì, ridacchiando e chiudendosi la porta alle spalle.

Logan scostò i fazzoletti dal naso e diede uno sguardo alla cellulosa macchiata di un vivido rosso scarlatto. Li gettò nel cestino della carta straccia e ne afferrò un nuovo mucchietto dalla scatola. Era come se qualcuno gli avesse incastrato un carbone ardente in mezzo alla faccia, riempiendogli la testa di fumo e fuoco. «Se è venuta qui a lamentarsi per la rapina alla gioielleria, non cominci neanche: stiamo facendo tutto il possibile».

«Il dottor Ramsey mi ha detto che sei fortunato che il naso sia semplicemente rotto. Sarebbe potuta andare molto peggio».

«E sì, c’è stata un’altra aggressione razzista ieri notte, ma la vittima si rifiuta di parlare. Non sembra neanche sapere l’inglese».

«Mi ha detto anche che quando il gonfiore si attenuerà, ti ritroverai con dei lividi da panda. Sembrerai un procione arrabbiato. Dovremmo regalarti un maglione a righe e un grosso sacco con sopra scritto “malloppo”».

Lui fissò i pannelli del soffitto. Vaste macchie marroni disegnavano dei continenti sui riquadri grigi e bucherellati.

«Se non si tratta né della rapina, né delle aggressioni a sfondo razzista, perché è venuta qui?»

«Sai che si può morire per emorragia dal naso? Davvero: quindici minuti e ci lasci le penne». Lanciò un’occhiata all’orologio. «Da quanto tempo continua?»

«Si senta liberissima di togliersi dai piedi quando vuole».

La Steel prese un altro morso dal sandwich, rispondendo a bocca piena. «Non è così male, se ti accontenti di un sandwich con le uova. Hai per caso della salsa per l’insalata?»

«Nel primo cassetto».

«E dei porno?»

«Soltanto la salsa».

Il commissario si strinse nelle spalle. Cercò nel cassetto della scrivania, tirandone fuori due bustine blu di salsa che si era portato via dalla mensa. «Come mai hai lasciato andare Reuben?»

«Non l’ho fatto». Logan si premette i fazzoletti contro le narici. Ancora una volta, li ritirò macchiati di rosso vivo che spiccava contro il bianco della carta. «Si è allontanato prima che la volante di pattuglia arrivasse. Quegli inutili idioti non riuscirebbero ad arrestare neanche un libro in una biblioteca».

«Lo faremo andare a prendere a casa e lo sbatteremo dentro per aggressione a pubblico ufficiale… o come si chiama il reato al momento… e lo terremo lontano dalle strade per un anno o due. Non sarà certo un male, no?». Aprì le bustine di salsa e ne spremette il contenuto nel sandwich. «Avrei dovuto lasciare che ti prendesse a pugni in faccia secoli fa».

«Non ha qualche scimmia da addestrare, o cose del genere?».

Un altro morso, che le lasciò una sbavatura biancastra di salsa sulla guancia. «A che punto siamo con il tizio incravattato?»

«Nessun testimone. Il Cimitero delle Auto non è esattamente in una zona molto frequentata, ed è per questo, probabilmente, che è stato scelto. Abbiamo controllato tutti i veicoli bruciati…». Accennò al contenitore delle pratiche da evadere, per poi tornare a rovesciare la testa indietro. «Il rapporto è lì in cima a tutto il resto».

«Molto bene. Vuoi farmene un riassunto rapido?».

Un sospiro. «Ha dimenticato gli occhiali, vero?»

«Non ho bisogno di fottuti occhiali. Non c’è niente che non va nella mia vista, è solo che ho molto da fare: quindi, sintetizza».

«La dvla ci ha dato le targhe che corrispondono ai numeri di telaio. Il sergente Chalmers sta controllando i proprietari nella banca dati nazionale della polizia».

Lei sbadigliò. «Dio, questa suspense finirà per uccidermi».

«Ce ne sono un paio che sono stati fermati per ubriachezza molesta e disturbo della quiete pubblica. Uno è stato dentro quattro anni per aggressione. Gli altri hanno al massimo qualche multa per divieto di sosta, niente di più».

«La vittima è stata identificata?»

«Il volto è irriconoscibile, e le mani erano incatenate dietro la schiena, quindi ci sono finiti sopra frammenti di gomma fusa. Sono bruciate; forse potremmo riuscire a ottenere un’impronta parziale del pollice destro, ma nessuno ci sta credendo troppo. Potremmo anche tentare il riconoscimento dalle impronte dentali, ma per quello…».

«Dovremmo già sapere chi era». La Steel masticò in silenzio, lanciando uno sguardo cupo fuori dalla finestra. «Hai idea di che budget abbia il cid al momento? Non posso neanche comprare un pacchetto di patatine, senza l’approvazione del commissario capo. E lo sai com’è fatto, no?». Fece scendere il tono di un’ottava e prese a imitare un affettato accento di Morningside. «Posso assicurarti, Roberta, che la stampa è fin troppo lieta di far sembrare la Grampian Police un gruppo di idioti, al riguardo. Apprezzerei molto che la tua squadra non l’aiutasse. Abbiamo bisogno di un risultato rapido e decisivo!». Dopodiché, si produsse in una lunga pernacchia. «Come se noi ce ne stessimo a grattarci il culo tutto il giorno».

«Che intende con “noi”?»

«Siamo stati fortunati che la nostra vittima è stata trovata di sabato sera. Sarà su tutti i giornali soltanto lunedì. Stronzi giornalisti… Fai analizzare il dna del cadavere, e se il commissario capo si lamenta, giuro che mi calo i pantaloni e gli dico di baciarmi le chiappe». Piazzò i piedi sulla scrivania di Logan e finì l’ultimo morso di sandwich. «A proposito di stronzi, hai già fatto qualcosa per quell’idiota di Agnes Garfield?». La Steel si frugò in una tasca e ne trasse un mucchietto di Post-it scribacchiati. Li posò sulla scrivania. «Tutti i messaggi che ha lasciato la madre. Dice che si rivolgerà ai giornali, se non ci muoviamo a ritrovare la sua bambina».

Logan li prese e li gettò nel cestino. «Non è una bambina, ha diciotto anni. E non è scomparsa: è scappata con il ragazzo».

«Non me ne frega niente se è andata a unirsi a un circo equestre: sua madre ci starà attaccata alle chiappe finché non l’avremo ritrovata. Non potresti almeno fingere di cercarla?».

Certo, perché non aveva niente di meglio da fare. «Tutto qui? Non le serve altro?».

Il commissario si succhiò via i resti della salsa dalle dita. «Non mi dispiacerebbe una tazza di caffè».

Logan sollevò il ricevitore del telefono sulla scrivania e compose il numero del sergente Chalmers.

Rispose al secondo squillo. «Sì, capo?»

«Hai un minuto?»

«Arrivo subito».

La Steel gli fece un cenno. «Di’ a chiunque sia di portare il caffè!».

Logan sbatté le palpebre un paio di volte, fissando la stampata, per poi restituirla al sergente Chalmers. Aveva smesso di sanguinare, ma un esercito di formiche sul piede di guerra continuava a marciargli lungo i seni nasali, cercando di fargli esplodere i bulbi oculari. Una pallottola di carta bianca sporgeva da ciascuna narice, in caso avesse ripreso a sanguinare. «Niente di niente, quindi?».

La Chalmers era sull’attenti davanti alla scrivania, con i capelli ricci tenuti più o meno sotto controllo da una coda sbilenca. Controllò il taccuino. «Li ho contattati alle otto in punto, e ho detto loro di darsi una mossa con le analisi del dna; mi hanno risposto con tutta una serie di lamentele sulle nuove procedure, la riorganizzazione e l’upgrade dei software, ed è domenica…».

La Steel si appoggiò allo schienale della sedia, con gli occhi fissi sul didietro del sergente. «Ma non mi dire…».

«Sì, l’spsa si è rivolta a questa grossa compagnia informatica per razionalizzare tutto, e ora non funziona più nulla. A quanto pare, c’è una pensionata a Dumfries il cui dna risulterebbe collegato a otto omicidi, trentasette violazioni di domicilio, sei incendi dolosi e cinque stupri. Niente male, per una vecchia signora sulla sedia a rotelle».

Logan passò un dito lungo il lato del proprio naso, sfiorando delicatamente il bordo del cerotto che gli era stato sistemato sul setto. Faceva male. «Hanno ottenuto qualcosa da quell’impronta parziale del pollice?»

«Ci hanno provato, ma non hanno ottenuto riscontri. Il che potrebbe significare che la vittima non è nel database». Mise via il taccuino. «Quindi, forse potrebbe non essere un omicidio legato alle gang, dopotutto. Se fosse stato uno spacciatore, sarebbe stato schedato, dico bene?»

«Non se non era mai stato beccato».

La Steel lanciò un’ultima occhiata al sedere della Chalmers, poi si raddrizzò sulla sedia. «Be’, di sicuro ieri qualcuno l’ha beccato».