capitolo 37

Il secondino Kelly sollevò il mento, con le sopracciglia aggrottate. «Che è successo?»

«Rischio Biologico».

Il blocco delle celle era silenzioso, gli schiamazzi e le canzoni di quella notte ormai ridotti a una sorta di ansioso mormorio, mentre i detenuti si preparavano a incontrare il giudice, per scoprire se sarebbero usciti su cauzione o sarebbero stati trasferiti a Craiginches.

«Oddio, sono rimasta bloccata in ascensore con lui, una volta. Meglio andare sempre a piedi e non accendere mai fiammiferi». Lo accompagnò fino alla cella numero otto e bussò alla porta. «Meglio fargli sapere che siamo qui fuori, in caso si stesse concedendo un po’ di piacere solitario. Succede più spesso di quanto non si pensi». Aprì la finestrella sulla porta. «Ha già fatto colazione, quindi non si faccia ingannare da sguardi da cucciolo affamato».

Logan avanzò e lanciò un’occhiata all’interno della cella. Il dottor Marks era passato dal pavimento al materasso, raggomitolato in posizione fetale con le braccia intorno alla testa. «Andate via…».

«Questa era soltanto una notte, dottor Marks. Come pensa che sarà trascorrere un’intera settimana in prigione?»

«Non hanno neanche spento la luce».

«Lo fanno per evitare che possa farsi del male al buio. Nessuno di noi vuole ritrovare il suo cadavere freddo nella cella la mattina dopo, giusto? Probabilmente sarà una buona idea tenere accese le luci di notte anche a Craiginches. Un uomo sensibile come lei… Dannazione». Il suo cellulare stava squillando. «Ci pensi su, tornerò tra un attimo». Si ritrasse. «Pronto? McRae».

«Logan, sono Dave Goulding. Come va?».

Lui si spostò in fondo al corridoio e spinse la porta che dava sulle scale. «Sono piuttosto impegnato, in questo momento, Dave».

«Ottimo, ottimo. Ascolti, ho ultimato il profilo di Agnes Garfield».

«Ha fatto in fretta».

«Avevo un vantaggio iniziale. Comunque, vuole che ne riassuma i punti salienti? Le condizioni psicologiche di Agnes fanno pensare che non stia agendo da sola, o in un ruolo dominante. È una persona fragile e sottomessa, piena di fantasie, che cerca qualcuno che possa realizzare i suoi sogni. Queste caratteristiche, insieme con la sua ossessione per Witchfire, indicano che sta cercando di vivere una vita che non esiste. Probabilmente ricorrerà all’autolesionismo o al suicidio, se le cose non andranno secondo le sue aspettative».

«Sottomessa? Ma non ha visto cosa ha fatto ad Anthony Chung? Per quel che ne sappiamo, lui era l’unico carattere dominante…».

«No. Lei non gli avrebbe mai fatto nulla di male, né avrebbe mai voluto deluderlo. Non è…».

«L’ha legato sul pavimento di una cucina e torturato a morte, Dave. Non vedo nulla di più definitivo di questo».

Lo psicologo non rispose.

«Dave?»

«Allora quell’idiota di Marks è ancora più inutile di quanto pensassi. Nei suoi appunti afferma chiaramente che la Garfield aveva elevato Anthony Chung a sua divinità personale. Non c’era letteralmente niente di quello che faceva che non potesse perdonargli, o considerare una prova per dimostrargli ulteriormente la sua fedeltà. Tradimenti, violenze, comportamenti sessuali anormali…».

«Be’, deve aver fatto qualcosa, perché è in obitorio con…». Logan aggrottò la fronte, fissando il cemento macchiato sotto ai suoi piedi. «Un momento: gli appunti di Marks?»

«Ha letto Witchfire? Ci sono tre forme principali di punizione attuate dalle Dita: la prova del fuoco, quella del sangue e quella dell’acqua. Ci sono già state le prime due. La prossima vittima finirà annegata in un fiume, e se non annegherà, la riporterà a riva e la brucerà».

«Come ha fatto a mettere le mani sugli appunti del dottor Marks?»

«Agnes ha cominciato a fingere di essere nel mondo di Rowan. Inizialmente era soltanto una fantasia innocua, il sogno di essere speciale, di avere un destino e dei poteri, ma ha preso a farlo così spesso da diventare la normalità, per lei. La sua fantasia è diventata reale. Non sta più fingendo, ora crede sul serio che ci siano in giro streghe e stregoni, e che siano malvagi e debbano essere purificati per salvare le loro anime». Inspirò profondamente. «Ed è qui che il problema ha inizio: c’è una dicotomia nella psiche di Agnes, e lei sta perdendo ogni consapevolezza della propria identità. Nel libro, Rowan è una cacciatrice di streghe che non crede nelle streghe, ma deve comunque punirle. Agnes invece non solo crede nelle streghe, ma ritiene anche di essere una di loro. È intrappolata tra due illusioni opposte».

«Dave!».

«Sono entrato nel suo ufficio, non ha importanza. L’importante è considerare che la ragazza sta seguendo uno schema: non è cattiva, non lo fa perché le piace farlo, ma solo perché crede che sia la cosa giusta da fare».

«È entrato…?». Logan si guardò intorno nel corridoio. Era vuoto. Ma abbassò comunque la voce a un sussurro. «Ma è pazzo? Tutto quello che prenderà da quegli appunti non potrà essere usato come prova. Li rimetta a posto!».

«E perché mai? Ha un mandato, giusto? E chi dovrebbe venire a saperlo?»

«Li rimetta. Al. Loro. Posto».

«Non se ne andrà in giro, ha sicuramente una base, un posto in cui si sente al sicuro. Un luogo in cui può dipingere dei circoli di protezione».

Come quelli che aveva realizzato sul soffitto della sua stanza e nello sgabuzzino del sottoscala.

«Ha un’idea romantica del degrado, si collega all’entropia che avverte dentro di sé, quindi è probabile che abbia scelto un luogo rimasto vuoto per un po’ di tempo. In rovina, abbandonato, distrutto. Sempre che la sua personalità dominante le lasci qualche scelta in merito».

E questo spiegava quella mezza dozzina di rose morte.

«C’è altro?»

«Sì: fate attenzione. Agnes Garfield è una ragazza profondamente instabile, e per lei il mondo è un luogo terrificante, al momento. Si sente l’unico baluardo tra noi e i poteri del male. Nella sua mente, è un’eroina. Cercate di non spezzarla».

Non era un mostro, era soltanto una ragazza che faceva cose mostruose.

«Grazie, Dave». Logan attaccò e tornò verso le celle. Si fermò all’esterno della numero otto e tornò a dare un’occhiata all’interno.

Il dottor Marks non si era mosso.

«Ultima possibilità, dottore. Non ha voluto collaborare, abbiamo avuto un mandato e l’abbiamo fatta arrestare. Ha fatto tutto il possibile, nessuno potrà mai dire il contrario».

Marks si limitò a fissare la parete opposta.

«Okay, bene, ci pensi su ancora per un po’». Logan raggiunse la cella numero sette e bussò con forza alla porta, per poi fare lo stesso con la numero sei. Le imprecazioni e le urla ricominciarono. «Buona permanenza».

Rennie entrò strascicando i piedi e si afflosciò sulla sedia di fronte alla scrivania di Logan. «Urrgh…».

Logan alzò lo sguardo dai suoi moduli interni. «Be’?».

Il completo del sergente era così spiegazzato da far pensare che ci avesse dormito dentro, per poi toglierselo e colpirlo a ripetizione con una mazza da cricket. «Io mollo. Al diavolo tutto, dannazione».

«Che ha detto Din-Don?».

Rennie si portò le braccia intorno alla testa e la rovesciò all’indietro, stringendo le ginocchia. «Come mai la Chalmers ha la mattinata libera, eh? Non è neanche stata lì alla mensa per tutta la notte. Io ci sono stato, ma ho forse avuto una mattinata libera? Ovviamente no, perché ogni stronzo leccaculo…».

«Mi sanguina il cuore per te, davvero».

«E almeno avessimo ottenuto qualcosa: macché! Nessuno ha visto Agnes la Pazza; qualcuno “pensa” di aver visto Roy Forman andarsene da lì con una donna non identificata, ma puzzavano tutti di alcol e piscio, quindi non penso che saprebbero identificare neanche la loro ombra; e quando sono tornato al bancone dopo essermi fatto tutta la fila, avevano finito il tiramisù».

«Concentrati».

Rennie sbatté le palpebre. «Giusto: Din-Don. Ho dato un’occhiata di nascosto al suo rapporto, e dice di aver interrogato una donna di nome Stacey Qualcosa, ieri sera. A quanto pare, è stata molto fumosa riguardo al suo alibi e alla morte di Anthony Chung, quindi la considera importante ai fini dell’indagine».

«Ha detto anche cosa ne sarà di lei?»

«Finirà davanti al giudice alle dieci, con l’accusa di aggressione e atti osceni in luogo pubblico. Vuole che controlli?».

Logan ondeggiò avanti e indietro con la sedia per un po’. Poi scosse la testa. «No, è una perdita di tempo. Vuole soltanto sconvolgere il paparino e il vicinato. Lasciala perdere. E comunque, ieri non è stato un disastro su tutta la linea, no? Per lo meno, hai trovato il vagabondo rimasto».

Rennie si afflosciò ancora di più sulla sedia. «Ah… strana storia, quella».

«Mi stai prendendo in giro?».

Lui aggrottò le sopracciglia. «Sono dovuto stare dietro a un tizio che ha dato in escandescenze e si è accapigliato con i buttafuori di Insch».

«Henry Scott era proprio lì!».

«Non è stata colpa mia!».

Logan si prese la testa tra le mani. «Giuro su Dio…».

Il suo computer emise un piccolo suono squillante. Poi un altro. E un altro ancora. Nuove email che gli arrivavano a un ritmo preoccupante. Lanciò uno sguardo allo schermo. Trecentosessantadue nuovi messaggi.

Che diavolo stava succedendo?

Cliccò sull’ultima arrivata per aprirla:

Da: spellchaser@thecovenoflightandhope.org

A: fanbox@williamhunterwrites.com

Oggetto: Stronzo Bastardo!!!!

Che czz hai nella testa? Il tuo romanzo fa skifo e non sai scrivere e 6 un xdente!!!

Le strege sono una forza del bene nel mono e tu devi morire!@

Ce n’erano parecchie altre di quel tipo, ma l’ortografia non migliorava. Okay… tentò con la prima che gli era arrivata. Proveniva dall’assistente di William Hunter in Iowa, che si scusava per l’enorme numero di messaggi di gente fuori di testa che stava per inoltrargli. A quanto sembrava, quelle erano tutte le email sospette che le erano rimaste in archivio.

Rennie scivolò ancora più in basso sulla sedia e si appoggiò pesantemente un braccio sul viso. «Forse potrei trovare lavoro come guardia giurata, o qualcosa di simile».

«Sei inutile per la sicurezza pubblica, pensi che un privato potrebbe assumerti?». Logan fece scorrere la schermata con il mouse. Non avrebbe mai avuto il tempo di leggere trecentosessantadue messaggi provenienti da idioti e pazzi a caso. Fece in modo che finissero tutti in una cartella dedicata e li inoltrò al dottor Goulding, con la richiesta di controllarli e individuare quelli che potevano venire da una persona capace di incravattare Roy Forman e torturare Anthony Chung.

Poteva considerarla una punizione per essere entrato senza autorizzazione nell’ufficio del dottor Marks.

«Oppure potrei fare l’investigatore privato, come nei film. Simon Rennie: detective privato…».

«Simon Rennie: idiota conclamato, piuttosto». Il telefono sulla scrivania di Logan squillò. Lui premette il tasto del vivavoce. «Che c’è?»

«A me non mi rispondi così, McRae». Era Big Gary, alla reception. «Solo perché ora sei un ispettore, non significa che non possa ancora prenderti a calci nel sedere».

Logan fulminò con lo sguardo Rennie che sogghignava apertamente. «Prova a dire qualcosa. Provaci».

«Hai visite: un certo Timothy Mair degli Standard Commerciali».

«Che diavolo vuole Dildo?»

«Non lo so, e non mi interessa». Un tonfo metallico e la telefonata si interruppe.

Rennie sbadigliò, stiracchiando le braccia sopra la testa. «Non la prenda sul personale: Big Gary ce l’ha con tutti da quando ha scoperto che qualcuno si portava a letto sua figlia». Tornò ad afflosciarsi. «E, prima che me lo chieda: no, non sono stato io».

Tim Dildo Mair fece immettere su Broad Street il vecchio Transit del Comune, con la scatola del cambio che risuonava come se qualcuno stesse centrifugando delle maracas. I suoi occhi erano ridotti a due fessure dietro a un paio di occhialetti alla John Lennon, e il pizzetto nero e ispido circondava le labbra strette in un’espressione cupa.

Logan si allacciò la cintura di sicurezza. «Te lo chiedo seriamente, hai intenzione di tenermi il muso per tutto il viaggio?».

Dildo non lo guardò, mantenendo gli occhi sulla strada. «Agente Sim, potrebbe gentilmente spiegare all’ispettore McRae che non gli sto tenendo il muso, bensì sto soltanto cercando di non aggiungere un ulteriore occhio nero a quello che ha già?».

Dalla seconda fila di sedili, la Sim fece una smorfia, per poi pulirsi una mano sulla parete del furgone. «Qua dietro è tutto appiccicoso…».

«Senti, mi spiace di averti dato buca all’appuntamento di ieri, ma questa è stata davvero una giornata di merda, finora, quindi potresti…».

«Appuntamenti. Plurale, grazie».

Il Transit ondeggiò come se qualcuno lo stesse prendendo a calci, mentre accelerava oltre il Marischal College.

«Non pensavo che fossi così sensibile».

«Agente Sim, può dire all’ispettore McRae che sto facendo tutto questo unicamente perché il suo amico Insch mi ha promesso di far vedere il set di Witchfire a mio nipote, e di fargli fare la comparsa nel film, se troverò chi sta contraffacendo il merchandise del film?».

La Sim si annusò la mano, poi la strusciò contro il retro del sedile di Logan. «Che cosa ci fate qui dietro per renderlo così appiccicoso?»

«Sono nel mezzo di un’indagine per omicidio, okay? Mi spiace che sia un così terribile fastidio per tutti, ma ho un assassino da…».

«Oh, ma vai al diavolo».

Continuarono a procedere in silenzio fino a superare il blocco di cemento dell’Aberdeen College, scendendo poi giù per la collina e puntando verso l’enorme rotatoria di Mounthooly.

I muscoli della mascella di Dildo guizzarono, fremendo sotto la pelle.

D’accordo. Qualcuno doveva comportarsi da adulto. «Mi spiace di averti fatto perdere tempo, ieri. Non possiamo semplicemente…».

«Mettiamo in chiaro una cosa: sei qui soltanto perché ho bisogno di un poliziotto e Insch ha detto che dovevo usare te. Il capo sono io, siamo intesi?»

«Non devi per forza comportarti così da…».

«Sono stato io a fare tutto il lavoro. Ho scoperto io chi stava vendendo quella roba. E sono stato sempre io a scoprire chi la stava facendo. E sono io il capo».

«Molto bene, il capo sei tu. Sei tu il grande uomo. Inchiniamoci tutti a Re Dildo il Grande, Signore degli Standard Commerciali».

La Sim si spostò in avanti sul sedile, con i piedi che strusciavano sul pavimento appiccicoso del furgone. «Perché la chiamano Dildo?».

Lui lanciò uno sguardo nello specchietto retrovisore, con un sorrisetto che gli sollevava un angolo delle labbra. «Re Dildo, grazie».

Il Transit si fermò ondeggiando nell’angolo di un parcheggio, di fronte a una fila di negozi. Una panetteria, un’edicola, una lavanderia, un negozio di pesci tropicali, un’agenzia immobiliare con un cartello vendite e permute sulla vetrina e un’agenzia di scommesse: “J. Stewart and son, allibratori in Mastrick dal 1974”. Pesanti sbarre di metallo coprivano le vetrine, con pacchetti vuoti di patatine e vecchi fogli di giornale intrappolati in mezzo.

In alto, il cielo aveva preso il colore di un inchiostro grigio scuro lasciato cadere su un pezzo di carta bagnata, con qualche accenno di azzurro che faceva capolino in mezzo alle nuvole gonfie di pioggia.

Logan sganciò la cintura di sicurezza. «Mamma Stewart? Di nuovo? Ma quella donna non impara mai?».

Dildo si sporse all’indietro e prese una grossa borsa sportiva. «Oh, questa volta ha fatto le cose in grande…». La aprì, poi si fermò.

Il telefono di Logan stava squillando, con la suoneria dedicata a Rennie.

Non riuscivano a lasciarlo in pace neanche per cinque minuti, a quanto sembrava.

«Che c’è?»

«Capo? Sarà meglio che torni subito qui: Din-Don e Leith si sono appena saltati addosso nell’ufficio del cid. Un vero scontro con tutti i crismi!».

«E allora? Chiama subito la Steel e…».

«Si incazzerà come una iena. Non sto scherzando. Din-Don ha centrato Leith con un pugno dritto sul naso».

E tanti saluti alle speranze dell’ispettore Bell di fare carriera. «Perché?»

«Leith l’ha di nuovo preso in giro per il cognome. Erano in piedi uno di fronte all’altro ad accusarsi urlando a vicenda di mandare in malora il caso, e poi all’improvviso sono volati i pugni, si è visto il sangue e gli agenti hanno cominciato a strillare “Dai! Dai! Dai!”… Avrebbe dovuto esserci, è stato grandioso».

Dildo tirò fuori dalla borsa una spada lunga quanto il suo braccio. La lama scintillava, lucente.

Logan aggrottò la fronte, fissando la fila di negozi attraverso il parabrezza. L’agenzia immobiliare sembrava aver chiuso i battenti parecchio tempo prima. Tutti gli annunci rimasti in vetrina erano ingialliti e sbiaditi. Una fila di cadaveri di mosche e vespe era allineata all’interno del vetro. Le saracinesche erano abbassate, e quella sulla porta era coperta da graffiti. Non c’era modo di entrare o uscire…

«Capo? È ancora lì?».

Come avevano fatto Agnes e Anthony a entrare in casa?

«Passamelo».

«Chi, Din-Don? Non posso… la Steel lo ha mollato a quelli degli Standard di Comportamento Professionale per una strigliata, e sarà…».

«No: Leith».

«Aspetti, vedo se ha finito con il medico di turno…». Dal ricevitore si sentirono fruscii e crepitii.

Dildo tirò fuori un libro delle accuse dalla borsa e lo tese alla Sim, per poi recuperare quello che sembrava un bracciale d’oro intrecciato, con piccoli teschi d’avorio alle estremità. Seguirono delle T-shirt, un paio di berretti con lo stesso logo di Witchfire che avevano visto su quello di Agnes Garfield quando era andata a ritirare i soldi dal conto di Anthony Chung, un mazzo di poster arrotolati e quello che sembrava un portafogli di pelle. «Sono bravi, no?».

La Sim sgranò gli occhi. «Ooh, un distintivo da cacciatore…». Aprì il portafogli e sorrise nel vedere il distintivo scintillante all’interno. «È proprio come nel libro». Poi notò che Logan la stava fissando e si schiarì la voce. «Certo, se fossi interessata a questo genere di cose… ma non lo sono. Ovviamente».

«Pensavo che non le piacesse Witchfire».

«Be’, non ho mai detto esattamente questo…».

Dildo tornò a frugare nella borsa e ne trasse un pugnale, liberandolo dal fodero nero. La lama era lunga quanto la sua mano, affilata su entrambi i lati, e piena di incisioni e ghirigori. Aveva una guardia a forma di T, in metallo, il manico avvolto in cuoio rosso e il pomo esagonale. Sembrava un’arma vera e funzionale.

La Sim appoggiò il distintivo sul sedile accanto a sé e tese la mano, a bocca aperta. «Caspiterina…».

Dildo le passò il pugnale. «Secondo Insch, sono tutte riproduzioni perfette degli oggetti usati nel film, fino al minimo dettaglio. Guardi l’estremità dell’impugnatura».

Lei rigirò l’arma e osservò il pomo esagonale. «Un vero pugnale per le prove contro le streghe… ha il simbolo dei cacciatori sul pomo, al contrario ovviamente, per essere impresso correttamente sulla cera, per i sigilli da apporre sulle condanne a morte». Un sorriso entusiasta le riempì le guance. «Ma è spettacolare!».

Dal ricevitore venne un altro fruscio e Rennie tornò a parlare, con la voce ridotta a poco più di un sussurro: «L’ho trovato. Ma mi faccia un favore… è già di pessimo umore, non gli faccia perdere le staffe, okay?»

«Passamelo e basta».

Un nuovo crepitio, poi la voce di Leith, innaturalmente nasale e affaticata, lo raggiunse. «Sarà meglio che sia una cosa importante».

«Se può consolarti, almeno tu l’hai visto arrivare. Io ho aperto la porta di casa una mattina e bang». La confraternita delle vittime dei pugni in faccia. «Hai presente la casa a Kintore? Come hanno fatto Agnes e Anthony a entrarci?»

«Mi hai chiamato soltanto per darmi fastidio? No, perché se è così puoi anche andare a…».

«Non è colpa mia se Din-Don ti ha preso a pugni. Il supervisore della scena del crimine ha detto che era tutto chiuso e che ha dovuto farsi dare la chiave dall’agenzia immobiliare. Agnes e Anthony non hanno scassinato porte o finestre, quindi dovevano avere le chiavi».

«Rennie… passami la lista». Una pausa. «Ho mandato il ragazzo a controllare chi ha visitato la casa dal momento in cui è stata messa in vendita, circa un anno e mezzo fa. Oltre ai dettagli sui parenti e gli amici dei proprietari. Ci stiamo lavorando proprio ora. Ti sembra abbastanza appropriato?»

«Non stavo cercando di dirti come fare il tuo lavoro, volevo soltanto…».

«Invece è esattamente quello che stai cercando di fare. Perché non te ne vai al diavolo e mi lasci lavorare, ora?»

«Avanti, Leith, è…».

«Sono ispettore da molto più tempo di te, McRae, e lo sarò per molto tempo dopo che tu sarai tornato alla Casetta con il resto dei sergenti. Ricordatelo». E a quel punto attaccò.

Logan fissò il cellulare. «Non mi sorprende che Din-Don ti abbia preso a pugni sul naso, squallido cafone».

La Sim mosse il pugnale in aria, con il pomo in avanti e la lama rivolta verso il proprio braccio, nello stile di chi sa combattere con i coltelli. «È perfettamente bilanciato. Ha anche quella cosa dentro?».

Dildo si strinse nelle spalle. «Non ne ho idea».

Lei strinse il pomo e lo svitò. Apparve una piccola lama triangolare, lunga quanto la larghezza del suo mignolo. Il suo sorriso si allargò ancora di più. «C’è!». Tese il pugnale a Logan. «Usano questa estremità per trovare il marchio del diavolo. Se la lama fosse appena più lunga, si rischierebbe di perforare qualche… Che c’è?».

Una lama triangolare, non più lunga di mezzo centimetro, incastonata su una base rotonda. Esattamente identica al disegno che era stato fatto sul rapporto dell’autopsia di Anthony Chung.

Per lo meno adesso sapevano cosa aveva usato Agnes per torturare il suo ex ragazzo.

Dildo si riprese il pugnale, tornò a inguainarlo nel fodero e a riavvitare il pomo, per poi riporlo nella sacca sportiva, insieme a tutto il resto. «Molto bene. E ricordate, il capo sono io. Voi due limitatevi a restare al mio fianco e a sembrare minacciosi, mentre io confisco la merce».