capitolo 46

«Un dannato disastro». All’altro capo del telefono, la Steel sembrava intenta a masticare un nido di vespe.

Logan si appoggiò al tetto della sua rugginosa fiat, con il taccuino aperto davanti a sé. «È lei quella che ha dato il lavoro a Din-Don».

«Due agenti feriti. Una sparatoria. Ostaggi. Giornalisti ovunque…».

«Che le avevo detto?»

«Ostaggi! Come cazzo si fa a sbagliare l’irruzione a una piantagione di cannabis? Ora Blackburn sembra l’assedio di Waco!».

«Avrebbe dovuto lasciare che me ne occupassi io, ecco cosa. E ora mi stia a sentire: ho bisogno di squadre armate intorno a sei case. Ha una penna?»

«Leith è riuscito ad irrompere nella sua senza far ammazzare nessuno…». Fece una pausa. «Non si tratta di altre piantagioni di cannabis, vero? Perché abbiamo già avuto abbastanza problemi in merito».

Ottima domanda. «Non ne ho idea. Anthony Chung aveva le chiavi di alcune proprietà: gliele dava un amico che lavora per un’agenzia immobiliare. Per la maggior parte sono fuori città. È per questo che non riuscivamo a scoprire dove fossero finiti lui e Agnes: si spostavano da una casa all’altra».

«Sei indirizzi? Vuoi che faccia un’irruzione in sei case? Ma quale parte di “Drammatica sparatoria con ostaggi in un vicolo di periferia” non ti è chiara?»

«E sarà meglio che chiami anche la Scientifica, per vedere se troviamo qualche altro indizio che colleghi Agnes Garfield a…».

«Sturati le orecchie: Non. Ho. Gli. Uomini. C’è una dannata crisi in atto, qui. Se non è questione di vita o di morte, dovrai aspettare».

«Potrebbero aver preso la Chalmers».

Silenzio.

«Pronto? È ancora…».

«Spero che tu stia scherzando, Laz».

«Ha ottenuto la lista di queste sei case ieri pomeriggio, e non l’ha detto a nessuno. Per quel che ne sappiamo, Agnes potrebbe essere sul punto di legarla sul pavimento di una cucina, adesso».

Un’esplosione di oscenità si riversò fuori dal ricevitore. E poi ancora quella voce da nido di vespe in bocca. «Bene, vorrà dire che tirerò fuori magicamente delle squadre armate dal nulla. E le farò andare a controllare le proprietà. Contento, adesso?».

Felicissimo.

Le diede gli indirizzi e lasciò che gli attaccasse il telefono in faccia. Come se fosse colpa sua se la Chalmers era una pazza scriteriata in cerca di gloria.

La Sim comparve all’altro lato della macchina, con la sua radio Airwave che le scintillava su una spalla. «Capo? Ho la Centrale in linea. Dicono che una telecamera di sicurezza del traffico ha registrato la Mini della Chalmers che andava verso nord sulla strada per Inverurie ieri sera alle nove».

«L’hanno vista anche tornare indietro?»

«Un momento…». La Sim premette il pulsante della radio e ripeté la domanda. Poi scosse la testa. «Magari ha preso una strada diversa per tornare?».

La Chalmers avrebbe dovuto comunque percorrere King Street o West North Street, o ancora la Esplanade, per tornare a casa, e il sistema di riconoscimento delle targhe l’avrebbe individuata. E soprattutto, avrebbe dato da mangiare al gatto.

«E il tracciamento con il gsm?».

La Sim chiese informazioni. «Dicono che il cellulare deve essere spento».

Logan tamburellò con le dita sul tetto dell’auto. Verso nord, sulla strada per Inverurie. Questo significava che avrebbero dovuto controllare gli indirizzi a nord-ovest della città… ed erano soltanto tre.

«Capo?»

«Sali».

Avrebbero dovuto fare a meno della squadra armata.

La fiat percorse cigolando un sentiero sterrato, fiancheggiato da entrambi i lati da recinti di filo spinato e fitti cespugli di rovi, mentre l’erba che cresceva al centro del viottolo grattava contro il fondo della macchina ogni volta che la Sim finiva in una buca. E poiché il sentiero era pieno di buche, Logan fu costretto a premere le dita contro l’altro orecchio per poter sentire Rennie al telefono.

«Cosa?».

La radio non lo aiutava: …l’assedio dura ormai da due ore. La Grampian Police ha bloccato Fintray Road e ha chiesto agli abitanti di Blackburn di restare in casa. Abbiamo parlato con Mrs Gilmore, che vive accanto al luogo assediato…

Mrs Gilmore sembrava aver appena ingoiato una cornamusa. Sì, e poi c’è stata questa grande esplosione e un poliziotto è piombato oltre la siepe ed è finito nel nostro cespuglio di rose. È stato…

Logan spense la radio. «Non ho sentito una parola di quello che hai detto».

Rennie inspirò profondamente e ripeté urlando: «Ho detto che la casa a Rickarton è vuota. La Steel ha mandato l’altra squadra di quattro uomini alla casa fuori Stonehaven. Ma è l’ora di punta, quindi…».

«E le altre due case?»

«Mi spiace, capo. Stiamo facendo più in fretta che possiamo».

La Sim toccò Logan su una spalla mentre la macchina oltrepassava un’altra serie di buche sul sentiero. «Eccola».

La casa numero due della lista di quelle a nord-ovest di Aberdeen era una vecchia fattoria lontana dalla strada, parzialmente coperta da una fila stentata di faggi e con il prato sul davanti ormai invaso dalle erbacce. Le pareti erano di un grigio sbiadito, con un punto macchiato dalla ruggine proveniente da un’antenna piegata. A una canna fumaria mancava un pezzo e le tegole del tetto erano coperte di licheni giallastri. Le strette finestre buie davano sui campi circostanti. Dietro alla costruzione, un altro edificio, grosso e ristrutturato, sfoggiava la tinteggiatura recente e le finestre con i doppi vetri.

Un vivace cartello della Willox & Smith con la scritta vendesi era piantato in mezzo alla giungla di erbacce e rovi.

«Porta la tua squadra alla prossima casa e fammi sapere se trovate la Chalmers». Logan chiuse e mise via il cellulare.

La Sim parcheggiò la macchina all’imbocco di un vialetto coperto di ghiaia e vegetazione. «Niente Mini».

Be’, non l’avrebbero certo lasciata fuori, giusto?

Uscì dalla Punto. Le erbacce sul vialetto erano parzialmente schiacciate, come se effettivamente un veicolo fosse stato lasciato lì… Oppure fosse stato usato per tornare in retromarcia sul viottolo.

La Sim lo seguì, calcandosi il berretto in testa. «Che ne pensa?»

«Qualcuno è stato qui». Indicò le tracce. «Vedi quel sentiero in mezzo alle erbacce, che va fino all’ingresso?»

«Non potrebbero essere state delle pecore?».

Prese lo spray al peperoncino dalla cintura e glielo passò, prima di estrarre il manganello. «Vuole che vada sul davanti o sul retro?».

Rovi e ortiche si intrecciavano sui lati della costruzione. Pieni di rami spinosi e foglie urticanti. Logan armeggiò con la bomboletta di spray al peperoncino. «Penso che… io andrò sul davanti».

La Sim incurvò leggermente le spalle. «Pupù». Poi si raddrizzò e avanzò faticosamente in mezzo alla vegetazione, tenendo i gomiti alti e le mani lontane da spine e ortiche.

L’erba e gli steli di dente di leone spezzati scricchiolarono sotto le scarpe di Logan mentre avanzava verso l’ingresso principale, indossando un paio di guanti di nitrile azzurro.

Un tonfo sordo risuonò dall’altro lato dalla casa, seguito da un basso: «Oh… pupù! Brutta, maledetta pupù!».

Logan lanciò uno sguardo attraverso la finestra sul davanti. Il vetro era opaco per la polvere, ma c’era abbastanza luce per notare un soggiorno invaso dalla muffa, con la carta da parati strappata in un angolo e piena di macchie di umidità. Non c’erano mobili, soltanto i segni che dimostravano che una volta erano stati lì, sulla moquette a spirali nello stile tipico degli anni Settanta. L’altra finestra sul davanti mostrava una stanza dello stesso tipo.

Provò a infilare la chiave nella toppa. Aprì la porta. E si ritrovò in un corridoio buio che puzzava di pane ammuffito.

La casa era in condizioni decisamente peggiori della prima che avevano visto, un villino con dei rustici attrezzi per fare ginnastica sistemati sullo spiazzo esterno. Non era strano che avessero problemi a venderla.

Una scala saliva quasi in verticale verso un piccolo pianerottolo, ma al pianterreno c’erano una stanza da bagno piena di ruggine e muschio, le due stanze vuote sul davanti e una piccola cucina. La metà delle stanze non aveva più una porta, e quelle che c’erano pendevano mezze staccate dai cardini. Grosse macchie scure si allargavano sul soffitto.

Ristrutturarla sarebbe stata un’impresa titanica.

Ci fu un altro tonfo, e altre ridicole pseudo-imprecazioni, poi finalmente il viso della Sim comparve alla finestra della cucina, con le guance arrossate, le labbra serrate in una linea sottile e una fronda di attaccamani appiccicata al bordo del suo berretto come una lunga striscia di pelliccia.

Logan aprì la porta sul retro e la fece entrare.

Era coperta di foglie e rametti, con un gran numero di lappole attaccate ai pantaloni, che mostravano due estese macchie verdi sulle ginocchia, gemelle di quelle che sfoggiava sui gomiti, e graffi rossi sul dorso delle mani e su una guancia. Lo fulminò con lo sguardo. «Guai a lei se dice una sola parola».

Logan si sentì tremare gli angoli delle labbra, ma riuscì a controllarsi. «Ho esplorato il pianterreno. Non c’è nessuno».

Tornarono nell’ingresso.

Le scale cigolarono mentre salivano, con il corrimano che ondeggiava ogni volta che veniva sfiorato. Non era possibile che Anthony Chung e Agnes Garfield si fossero nascosti lì dentro. Non quando avevano così tante altre case più pulite e meno… inquietanti tra cui scegliere.

In cima alle scale c’era uno stretto pianerottolo con una fila di piccoli armadi, alti al ginocchio, incuneati nell’angolo del tetto, appena visibili alla luce che filtrava dal vetro opaco di un abbaino. Due porte conducevano a quelle che dovevano essere state delle camere da letto.

La Sim si fermò sull’ultimo gradino. «Sente anche lei questo odore?».

Logan si bloccò dov’era e annusò l’aria. Qualunque cosa fosse, era dolce: come di fiori. Non abbastanza forte da dare fastidio, ma completamente fuori posto in una casa come quella, il cui interno stava letteralmente marcendo.

L’ispettore posò una mano inguantata sulla maniglia della prima stanza, la abbassò e aprì il battente. All’interno, un letto singolo era appoggiato contro il muro in fondo; l’intonaco del soffitto digradante era ormai quasi del tutto disintegrato, e mostrava le travi al di sotto.

Stanza numero due… La maniglia si abbassò, ma la porta non si aprì. Logan spinse più forte e un rumore crepitante, come di due pezzi di velcro che venivano separati, si udì dallo stipite. Nastro adesivo.

A quel punto, l’odore li colpì in pieno, riversandosi nella gola e nei polmoni di Logan, riempiendogli il naso del fetore della carne putrefatta. La sua gola si chiuse in un conato di vomito. «Oh, Cristo…».

La stanza era piccola quanto la prima, ma invece di un letto, sulle assi del pavimento c’era un Nodo ad Anello di cera nera. Il cadavere era quello di un uomo, con il petto e lo stomaco gonfi di gas, e la pelle nuda chiazzata di muffa verde e arancione. Era coperto di piccole ferite, e il cranio era stato rasato. Proprio come Anthony Chung.

Il sangue si era allargato in pozze scure sul pavimento, sparendo tra le assi… Ed ecco spiegate le macchie scure sul soffitto della cucina, al piano di sotto.

La Sim si premette una mano sulla bocca e sul naso. «Caspiterina!».

Logan richiuse rapidamente la porta. Recuperò il telefono con le dita tremanti. E chiamò i rinforzi.