capitolo 48
Una nuvola di fumo si levò dalle macerie, mentre Logan e Rennie si gettavano a terra. Poi ci fu un attimo di silenzio, rotto soltanto dai gemiti della Sim.
La porta era semiaperta. C’era un fucile legato sul retro del battente, montato su una struttura metallica di fortuna, entrambe le canne segate all’altezza del calcio di legno. Una serie di latrati furiosi esplose da qualche parte in fondo al corridoio buio. Poi si udì il rumore stridente di unghie sulle piastrelle del pavimento e un enorme pastore tedesco comparve da dietro l’angolo, correndo così velocemente da slittare con le zampe mentre svoltava. Le fauci rosse e spalancate mostravano un’infinità di zanne scintillanti, mentre piombava su di loro.
«Gah!». Rennie si lanciò in avanti, afferrò l’estremità del tubo di plastica blu e lo strattonò per chiudere di nuovo la porta.
Con un tonfo sordo, il cane sbatté contro il battente, continuando ad abbaiare e ringhiare.
Logan corse accanto alla Sim, facendosi strada tra l’erba umida.
Era distesa sulla schiena, con entrambe le braccia piegate al petto e le mani che coprivano il viso.
Le scostò… Un rivolo di sangue scorreva lungo la sua guancia sinistra, un altro dalla fronte della donna. Delle sottili schegge di legno le spuntavano dalla pelle come piume.
«Tutto bene?»
«Oh… pupù!».
Logan la aiutò a mettersi seduta, mentre il pastore tedesco continuava a gettarsi contro la porta.
E addio all’elemento sorpresa.
Il davanti del giubbotto antiproiettile dell’agente era massacrato: il Kevlar era strappato e pieno di schegge. Logan ne aprì le cinghie e glielo tolse.
La T-shirt nera che indossava al di sotto era zuppa di sudore, ma a parte questo, non aveva riportato danni. L’ispettore si sedette sui talloni. «Hai avuto una fortuna sfacciata».
«Ahi…». Lei si portò una mano al centro del petto e premette. «È stato come prendere un calcio da una mucca…».
«La porta deve aver assorbito gran parte dell’urto».
«Caspiterina…».
Rennie sbirciò dal buco nel battente e scattò indietro quando il cane si lanciò contro l’apertura con i denti che si chiudevano sul vuoto.
«Aaah! Buono, cagnolino, fai il bravo, cagnolino…».
«Riesci a rialzarti?». Logan aiutò la Sim a rimettersi in piedi.
«Ahi…».
Era tutto un dannato disastro.
«Puoi far stare zitto quel cane?».
Rennie si appiattì al lato della porta. «Se ha qualche buona idea…».
La Sim fece una smorfia, raddrizzandosi a fatica. Poi tese una mano. «Lo spray al peperoncino, per favore».
Logan lo prese dalla tasca e glielo passò.
Lei avanzò verso la porta, togliendo il tappo. «Bene, brutta cacca pelosa». Colpì il battente di legno con il palmo della mano, un paio di volte, e il cane sembrò impazzire, tornando a infilare il muso nell’apertura. Lei gli spruzzò lo spray dritto sul naso.
L’animale latrò, sbavò, latrò ancora. Poi tacque. Infine, un acuto uggiolio si fece sentire dall’altro lato, e poco dopo si trasformò in una serie di guaiti e ululati strazianti.
La Sim diede una spallata alla porta. Non ci furono esplosioni, questa volta.
All’interno, l’ingresso puzzava di cane bagnato, peperoncino, ammoniaca e qualcosa che sapeva di carne, come brodo di manzo.
Il cane girava su se stesso con la schiena inarcata e la coda tra le zampe. La Sim avanzò nel corridoio buio, lo afferrò per la collottola e aprì la porta più vicina. Era una sudicia cucina dal pavimento di linoleum giallo, con un lavandino rotto e una cucina elettrica preistorica. Un’enorme pentola ribolliva sul fornello. La Sim spinse il pastore tedesco all’interno e lo chiuse dentro con rabbia.
«Mai mandare un uomo a fare il lavoro di una donna».
Le scarpe di Logan risuonarono sulle piastrelle spezzate del pavimento. Nell’ingresso, una rampa di scale che girava verso sinistra conduceva a un piccolo pianerottolo. Lame di luce trapelavano da sotto le altre porte che si aprivano lungo il corridoio, facendo pensare che il luogo fosse stato riempito da lampade colorate. L’ispettore provò ad abbassare una maniglia, e la porta si aprì su quella che sembrava la superficie del sole…
Una luce violenta lo accecò, seguita da una vampa di calore che sembrò togliergli l’aria dai polmoni.
Sollevò una mano, facendo scudo agli occhi, e lentamente la stanza tornò visibile. Due file di lampade pendevano dal soffitto, illuminando un mare di piante di cannabis alte fino al petto di un uomo, con le tipiche foglie a cinque punte di un verde scintillante. Una passerella serpeggiava tra le file di vasi, con tubi di plastica nera che andavano da una pianta all’altra. Le pareti erano coperte di fogli di alluminio che riflettevano la luce nella stanza umida.
Le altre due stanze al pianterreno erano identiche. L’unica differenza era nel colore delle lampade.
Chiunque avesse realizzato tutto ciò era passato dai furti ai fratelli McLeod a creare una propria piantagione di cannabis.
Tornarono nel corridoio.
«Okay». Logan indicò sopra la sua testa. «Al tre…».
Si udì una nuova violenta esplosione, e pezzi di intonaco volarono via dal muro, non lontano dalla sua testa.
Si lanciarono tutti e tre nella più vicina serra di cannabis. Rennie finì contro una fila di piante, la Sim si fermò slittando sul pavimento dall’altra parte della porta.
Pezzi di pavimento saltarono in aria in tre punti diversi, dove i proiettili colpirono le piastrelle.
Logan si abbassò sulle mani e sulle ginocchia, lanciando uno sguardo oltre la soglia.
Un uomo in boxer e accappatoio nero era in cima alle scale in fondo al corridoio, con una bottiglia di Jack Daniel’s in una mano e una pistola semiautomatica nell’altra. E calzini bianchi ai piedi. Stringeva tra i denti un grosso spinello, un filo di fumo che saliva attraverso la barba incolta e i lunghi capelli scuri. Gli occhi erano semichiusi e iniettati di sangue. Ondeggiò da un lato all’altro, poi sollevò la pistola e chiuse del tutto un occhio.
Non era lui. O invece sì? Non poteva essere lui.
boom! Lo scoppio riecheggiò sulle pareti, e un altro pezzo di intonaco esplose in uno sbuffo di polvere. Fortunatamente, molto lontano da dove si nascondevano loro. L’uomo era così ubriaco e fatto che non avrebbe colpito neanche il fianco di un autobus.
Poteva essere?
Logan dovette urlare al di sopra del ronzio che gli riempiva le orecchie. «Anthony? Anthony Chung?».
La pistola ondeggiò di nuovo e sparò due volte, aprendo due buchi nella porta di fronte.
Rennie si avvicinò, passando attraverso le piante di cannabis, con qualche foglia a cinque punte attaccata tra i capelli. «Ma Anthony Chung è morto!».
boom! Un’altra piastrella del pavimento esplose.
«Sì, be’, come fantasma sembra piuttosto concreto, non ti pare?»
«Ha detto che suo padre aveva identificato il corpo!».
boom, boom! Un proiettile si incastrò nel battente della porta, l’altro colpì il muro. Suo padre doveva essere ovviamente un bugiardo figlio di puttana. Non solo Anthony era decisamente vivo, ma non aveva alcun tatuaggio tribale sul lato sinistro del collo.
La Sim si pulì il sangue dagli occhi. «Non possiamo starcene qui fermi come queste cavolo di piante!».
boom! Questa volta toccò al soffitto, con una nuvola di polvere che si liberò nell’aria, scintillando nella luce che filtrava dalla porta aperta della serra.
Rennie si umettò le labbra. «Dobbiamo attaccare. Ha una mira di merda, no? Lo carichiamo tutti insieme in contemporanea e…». Fissò Logan. «Cosa c’è?»
«Sei un idiota. Non caricheremo di sicuro un uomo armato e…».
boom! Un’altra piastrella.
Click.
Logan tornò a fare capolino dalla porta. Anthony Chung aveva un occhio chiuso e teneva la pistola sollevata davanti al viso, muovendola avanti e indietro come se questo lo aiutasse a prendere la mira. Il carrello era completamente tirato indietro, la canna si estendeva per quasi otto centimetri e un filo di fumo serpeggiava fuori dall’estremità.
Arretrò barcollando di un passo, poi alzò le sopracciglia, e la bottiglia di Jack Daniel’s gli cadde di mano, mentre cercava qualcosa nella tasca dell’accappatoio.
Logan scattò di corsa, con le piastrelle spezzate che scricchiolavano sotto i suoi piedi.
La bottiglia di bourbon colpì la moquette che copriva le scale e rimbalzò, con un getto di liquido ambrato che si spargeva intorno.
La mano di Anthony Chung sparì nella tasca.
Il primo gradino scricchiolò mentre Logan si lanciava su per le scale, salendo i gradini due alla volta, con le braccia e le gambe che pompavano.
La mano ricomparve con un’enorme semiautomatica cromata.
Altri tre scalini.
La pistola si sollevò, puntando dritta in mezzo agli occhi di Logan.
Troppo lento…
Anthony Chung ghignò. «Addio». E premette il grilletto.