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Trascorse il resto della mattina e tutto il pomeriggio seduto sul divano, fissando il vuoto. Avrebbe dovuto inventare una scusa per non aver riconsegnato il camioncino, magari bucare un paio di gomme e simulare un incidente. Ma al momento non gli importava, e continuava a rimandare.
A parte la sensazione della divisa bagnata che si asciugava poco a poco col calore del suo corpo, non provava nulla.
Il buio della sera ingoiò la stanza. Come se si fosse azionato un interruttore segreto dentro di lui, si alzò in piedi. Lo strofinaccio con cui aveva avvolto la mano era zuppo, ma il taglio aveva smesso di sanguinare e il dolore si era tramutato in un solletico pungente.
Andò in bagno a lavarsi.
Dopo, si ricucì la ferita con ago e filo da sutura, quindi la protesse con un bendaggio. Preparò una minestra col dado e un po’ di pastina, si sedette a tavola con indosso solo slip e calzini. Portava meccanicamente il cucchiaio alla bocca, la sua mente era ancora altrove. Aveva la pelle del corpo arrossata. Ma, nonostante la lunga doccia bollente, avvertiva ancora su di sé l’odore pungente del lago, come se l’acqua stagnante gli avesse impregnato la carne. Riusciva a tollerarlo, ma era comunque sfibrante. Quando ebbe finito di cenare, sciacquò il piatto e la posata e li rimise a posto, nello stipo. Come tutte le sere, aprì il divano letto e lo preparò con lenzuola pulite. Quindi spense la luce e si coricò, supino.
Chiuse gli occhi, in attesa del sonno.
Andò in cerca con l’udito del suono che, di solito, lo aiutava a rilassarsi: la voce del serbatoio d’acqua sul tetto. A volte, lo sentiva gemere o perfino cantare come una balena, attraverso gli ugelli dell’impianto antincendio sul soffitto. Probabilmente il sistema non funzionava più da anni, come tante altre cose in quel palazzo abbandonato all’incuria. Però, l’idea di quella massa di liquido inerte che incombeva su di lui e da cui lo separavano solo pochi centimetri di cemento invece d’intimorirlo lo rassicurava.
Era come avere una piscina sulla testa.
Ma quella sera la cisterna taceva come un monito silenzioso.
Secondo i piani, la giornata perfetta avrebbe dovuto concludersi con una bella dormita. Sarebbe dovuto crollare per poi risvegliarsi solo dopo molte ore, completamente rinvigorito. Quel riposo era il premio per il faticoso lavoro di ricerca e preparazione svolto durante le settimane precedenti la notte del Blue. Ma ciò che era accaduto quel mattino aveva spazzato via tutto, compresa la meritata spossatezza. Sembrava trascorsa un’eternità dalla vita di prima. Inoltre, aveva l’impressione che si fosse incrinato il sodalizio con Micky. E poi, anche se non era ancora disposto ad ammetterlo, sentiva che c’era qualcosa di diverso. Non avrebbe saputo dire cosa, però c’era.
Un pensiero si fece strada dentro di lui. Non riusciva a mandarlo via. Aprì gli occhi.
Era inutile evitare la realtà e girarci intorno. Ci aveva provato tutto il giorno, ma si era rivelato vano. Adesso non poteva più fare finta di niente. Doveva avere notizie della ragazza col ciuffo viola. Non gli importava sapere chi fosse, né come e perché fosse finita nel lago. La domanda vera era un’altra.
Era salva?
L’aveva lasciata su quella spiaggetta ed era fuggito. Aveva visto le persone che accorrevano in soccorso, ma non sapeva ciò che era accaduto dopo.
«Avanti, dillo...» lo esortò Micky con voce calma, da oltre la porta verde.
«Se è viva, si ricorderà di me» disse allora lui con un filo di voce. «Se è morta, mi cercheranno per sapere come è andata.»
La sua sorte era intrecciata ineluttabilmente con quella di un altro essere umano. La cosa lo riguardava più di quanto avrebbe voluto o anche solo immaginato, non poteva disinteressarsene e aspettare semplicemente che tutto passasse.
«Sai cosa devi fare...»
«No, non lo so» provò a replicare l’uomo che puliva, ma non era vero. Lo sapeva eccome.
«Non ci rimane molto tempo. Verranno qui.»
L’idea lo spaventava a morte. Ma Micky aveva ragione, era l’unica soluzione.
Scostò le coperte e scese dal letto.