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Ammirando l’incendio dell’alba che si spandeva nel lago, l’uomo che puliva pensava a Micky.
Qualcosa lo angustiava.
Per adesso, il suo coinquilino se ne stava tranquillo dietro la porta verde, in silenzio. Ma era soltanto questione di tempo. Presto si sarebbe fatto risentire.
Intanto, però, l’uomo che puliva aveva ripreso servizio. Non era consigliabile modificare troppo le proprie abitudini. Perciò, dopo aver indossato nuovamente la divisa dell’azienda municipalizzata, si era rimesso al lavoro.
Era tornato dove era accaduto l’evento che aveva deviato i suoi piani: il luogo in cui aveva salvato la ragazzina col ciuffo viola, perso la reliquia e disobbedito a Micky.
L’uomo che puliva era consapevole del fatto che queste cose erano irreversibili.
Come aveva previsto quando era stato alla spiaggetta il venerdì precedente, lo stretto tratto di costa era stato preso d’assalto dalle famiglie in gita nel fine settimana. A testimonianza del loro passaggio, gli appositi cestini in legno erano colmi di rifiuti di ogni genere e dei resti dei loro picnic. Estrasse i sacchetti, li richiuse con una fascetta di plastica. Prima di caricarli sul camioncino, li sostituì con quelli nuovi.
Mentre compiva le operazioni, scrutava intorno a sé.
Aveva ripreso le normali attività proprio per avere un pretesto per tornare lì senza dare nell’occhio. Voleva studiare la scena in modo da capire cosa fosse avvenuto prima che lui notasse qualcuno che annaspava nel lago, scambiandolo inizialmente per un bambino. Era importante ricostruire i momenti che avevano preceduto il fatto.
C’era una domanda a cui cercava una risposta. Cioè, da che punto si fosse buttata la ragazzina col ciuffo viola.
Fece spaziare lo sguardo. Ripensò alla direzione della corrente che la trascinava lungo il canale fra la riva e l’isola Comacina e la ripercorse a ritroso con lo sguardo. Interruppe ciò che stava facendo.
A circa cento metri di distanza, aveva individuato un corto pontile che spuntava appena fra la fitta vegetazione.
Prima di andare a controllare, puntò un allarme di quindici minuti sull’orologio al quarzo per non rischiare di rimanere lì troppo a lungo. Quindi si mosse con grande difficoltà lungo la collina che digradava nel lago, facendosi strada fra gli arbusti che sembravano volerlo trattenere. Era necessaria una notevole determinazione per andare fin lì, si disse. La stessa che possiede chi ha un buon motivo per togliersi la vita.
Giunto all’inizio del molo, si bloccò perché il legno era marcio. Anche se c’era ancora il corrimano, mancavano alcune assi. La possibilità che si rompessero per il peso eccessivo o di mettere un piede in fallo lo stava convincendo a terminare anzitempo l’esplorazione. Ma poi si accorse che, proprio alla fine della passerella, c’era qualcosa.
Un sacchetto bianco per la spesa.
Poteva voltare le spalle e tornare indietro, oppure andare a vedere che cosa contenesse. Non esisteva alcuna prova che appartenesse alla ragazzina col ciuffo viola, però l’istinto gli diceva ancora una volta che c’entrava con lei.
L’orologio al quarzo gli metteva fretta. Controllò che non ci fosse nessuno nei paraggi. Quindi, stando molto attento, iniziò a saggiare se il pontile era in grado di sostenerlo. I primi passi furono incerti e al terzo rischiò d’inciampare. Arrivato a metà percorso, dovette fare un piccolo balzo per superare un buco fra le tavole. Non aveva alcuna voglia di finire di nuovo in acqua, anche perché sapeva quale rischio si nascondeva sotto la superficie immobile.
Impiegò sei minuti per arrivare fino alla punta. Afferrò il sacchetto e, senza perdere tempo a ispezionarne il contenuto, si voltò per tornare subito indietro. Di nuovo sulla riva, poi fino alla spiaggetta e, mentre l’allarme dell’orologio suonava, stava già risalendo il sentiero che portava allo spiazzo in cui era parcheggiato il camioncino dei rifiuti.
Quando fu seduto al posto di guida, nel silenzio dell’abitacolo c’era solo il suo affanno. Una strana eccitazione gli montava dentro. Era paura ma anche curiosità. Come quando s’intraprende una nuova avventura e non si sa cosa può accadere. Di solito quell’emozione era riservata a Micky, le notti in cui usciva per incontrare una prescelta. Come sempre, all’uomo che puliva toccavano solo gli scarti. Invece stavolta ebbe l’impressione di essere lui il protagonista. Attese ancora qualche momento per recuperare lucidità, quindi si decise ad aprire il sacchetto.
Una bottiglia di whisky, vuota per metà. Le ragazzine non dovrebbero bere questa roba, pensò. Ma, in fondo, che ne sapeva lui delle adolescenti? E allora capì: l’ha fatto per darsi coraggio, si disse. E ciò comprovava la tesi che si fosse gettata nel lago. Poi l’uomo che puliva estrasse una specie di tavoletta.
La sua mente impiegò all’incirca tre secondi per riconoscere cos’era. La sua reazione fu gettarla subito via, spaventato. Finì sotto il sedile accanto, sparendo dalla sua vista.
Non aveva la forza per muoversi ed era totalmente indeciso sul da farsi. Il cuore gli rimbalzava nel petto. L’uomo che puliva non aveva mai posseduto un cellulare, e se ne teneva alla larga per un motivo semplicissimo: quegli aggeggi avrebbero vanificato il suo più grande potere, l’invisibilità. Ciò che la gente si diceva attraverso quel coso poteva essere ascoltato dalla polizia o dai carabinieri. Probabilmente stava accadendo proprio in quel momento. Doveva disfarsene subito. Allungò la mano nell’intercapedine fra la leva del cambio e il sedile, andando in cerca dell’apparecchio con la punta delle dita. Lo ripescò.
Appena lo rivide, però, cominciò a tranquillizzarsi.
Dallo schermo nero intuì che il cellulare che aveva fra le mani era rotto, scarico, oppure semplicemente spento. Perciò, prima di pensare a come se ne sarebbe sbarazzato, volle esaminarlo. Aveva una specie di guscio rosa fluorescente, con le stelline che circondavano una scritta brillante.
«F-u-c-k» lesse con la solita difficoltà, scandendo le lettere.
Che significava? Forse era il nome della ragazzina col ciuffo viola.
Micky si sarebbe arrabbiato tantissimo. Certo, avrebbe potuto tenerglielo nascosto. Ma, chissà come, il suo compare veniva sempre a sapere tutto. L’uomo che puliva faceva queste considerazioni perché nella sua mente stava prendendo corpo un’idea. Il cellulare era un pericolo. Ma costituiva anche un’opportunità. Non era così stupido da non capire che, se Fuck l’aveva lasciato sul pontile, allora voleva che qualcuno lo trovasse. Il padre, si disse subito ripensando al numero scritto a penna sulla sua gamba. Perciò il telefono rappresentava qualcosa d’importante per la ragazza.
Perché?
Il mistero lo stuzzicava. Ma esisteva anche un’altra ragione che lo spingeva a tenersi il cellulare: apparteneva a lei. Grazie a esso erano di nuovo vicini, molto vicini. Come la mattina sulla spiaggetta o la notte nella stanza d’ospedale.
C’era qualcosa che li legava. E l’uomo che puliva doveva scoprire cosa fosse.