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Mentre guidava, Pamela aveva una strana espressione felice. Non l’aveva mai vista così, perciò la cacciatrice di mosche non sapeva se dovesse preoccuparsi. «È accaduto qualcosa» affermò, sicura.

«No» rispose l’amica.

«Sì, invece. E tu me lo stai nascondendo.»

Un altro sorriso. Ecco la prova. «Che succede?»

«Ma niente...» Pamela si voltò verso di lei. «Io e Giorgia ci sposiamo.»

Era stupita. «E me lo dici così?»

«Me l’ha chiesto tre giorni fa, l’abbiamo già comunicato alle famiglie.»

«Ma è una notizia stupenda» commentò. «Ti sei decisa finalmente a fare di lei una donna rispettabile.» Quel trito commento sessista le fece esplodere in una risata. Era contenta per Pamela, anche se sospettava che Giorgia non fosse la persona giusta. Ma non gliel’avrebbe mai detto, naturalmente.

Era in debito con l’amica, e l’amica era in debito con lei.

Dopo che davanti all’isola Comacina aveva scoperto che l’uomo misterioso non era altri che un netturbino, aveva informato per telefono Pamela, chiedendo di verificare presso l’azienda municipalizzata chi fosse di turno alla spiaggetta il famoso venerdì del salvataggio della figlia dei Rottinger. Erano saltati fuori un nome e un indirizzo. Durante un normale controllo a casa sua, la carabiniera si era trovata davanti una scena terribile e surreale.

L’uomo stava cercando di soffocare la ragazzina col ciuffo viola, stringendola nella morsa di un abbraccio.

La sua natura è uccidere, non salvare, si era detta la cacciatrice.

Pamela aveva sparato. Lo sparo aveva attivato il vecchio impianto antincendio collegato al serbatoio sul tetto. L’uomo era morto, colpito da un proiettile alla giugulare. C’era un elemento ricorrente in quella storia.

L’acqua.

La cacciatrice rammentò come tutto era iniziato. E adesso era come se il lago rivendicasse un ruolo anche nel finale.

La ragazzina era stata restituita alla famiglia che l’aveva rinchiusa in chissà quale comunità terapeutica per aiutarla a superare il trauma. La cacciatrice pregò perché ce la facesse.

La vicenda aveva ancora dei contorni poco chiari.

La sua teoria per cui lo sconosciuto era un pericoloso assassino era stata al momento accantonata. Non era emerso nulla di compromettente sul suo conto. E nemmeno un collegamento con le presunte vittime dell’elenco dell’anagrafe. Tuttavia, restava un mistero irrisolto e riguardava l’identità di quell’uomo.

Era venuto dal nulla.

Per farsi assumere aveva presentato dei documenti falsi, e così per aprire un conto corrente postale, acquistare un’auto e affittare l’appartamento in cui viveva. Inoltre nessuno sapeva spiegare perché di tanto in tanto sentisse il bisogno di andare per locali travestito come se fosse un’altra persona. A ogni modo, la cacciatrice di mosche si era rifiutata di farsi descrivere dall’amica il suo vero aspetto, perché temeva di ritrovarselo davanti in qualche incubo.

L’avevano messo in una tomba anonima.

In mancanza di un nome certo, lei aveva deciso di ribattezzarlo semplicemente «l’uomo che puliva».

«Che c’è?» domandò Pamela, notandola sovrappensiero.

«Niente» rispose, sistemandosi meglio in grembo il braccio ingessato.

«Siamo quasi arrivate» annunciò l’amica.

Poco dopo, parcheggiarono l’auto davanti all’ingresso di una delle più lussuose boutique di Como. La cacciatrice stava per scendere dalla macchina, ma Pamela la fermò.

«Aspetta: volevo prima darti questo...»

Le porse un pacchettino con un fiocco rosso. Lei lo guardò, stupita. Poi, senza dire nulla, lo aprì. All’interno c’era un piccolo carrarmato di latta che fungeva da portachiavi.

«Apparteneva allo sconosciuto» specificò l’amica. «Sarebbe stato gettato via insieme al resto della sua roba, ma ho pensato di prenderlo per darlo a te.»

«Perché?»

«Perché senza di te, non sarei mai arrivata in tempo.»

La cacciatrice di mosche abbassò lo sguardo sul vecchio giocattolo, domandandosi quale fosse la sua storia e come fosse arrivato nella vita di quell’uomo. Era perfettamente consapevole che non avrebbe mai ottenuto una risposta.

«Allora, sei pronta per il trattamento?» chiese Pamela.

La cacciatrice di mosche annuì. «Sì, sono pronta.» Si mise in tasca il carrarmato e scese dalla macchina, dirigendosi verso l’entrata della boutique.

Al suo ingresso, le venne incontro una commessa. «Benvenuta, posso aiutarla?»

«Vorrei parlare con la titolare, per favore.»

La ragazza la guardò stranita, probabilmente chiedendosi perché lei non andasse bene. Ma poi si decise e sparì all’interno del negozio. Poco dopo, giunse un’elegante signora della sua età, incredibilmente bella.

«Mi cercava?» domandò, sorridendole.

La cacciatrice di mosche attese in silenzio, poi disse: «Non mi riconosce?»

«Dovrei?» chiese l’altra, divertita. «Ci siamo già incontrate?»

«Io la vedo per la prima volta» ammise.

«Mi scusi, ma non capisco...» Era in imbarazzo. «Allora perché io dovrei conoscerla?»

«Avanti, mi guardi bene. Mi dia una bella occhiata...»

Forse la donna temeva si trattasse di uno scherzo, si stava irritando. Ma poi capì. «Lei è...»

La frase che dicevano tutti. Le diede la solita risposta. «Sì, sono la madre.»

L’altra era sempre più incerta.

La cacciatrice iniziò a raccontare. «Hanno catturato mio figlio dopo una fuga di tre giorni: stava provando ad acquistare un panino alla stazione di Milano con gli spiccioli che aveva racimolato chiedendo l’elemosina. Non ha confessato subito. Continuava a proclamarsi innocente e, anche se aveva ancora addosso il sangue della ragazza che aveva accoltellato, attribuiva la colpa a un fantomatico aggressore che era entrato dalla finestra e aveva ucciso Valentina.» Notò che la donna non l’aveva ancora interrotta, era un buon segno. «Io e mio marito siamo andati in questura, ce l’hanno fatto incontrare per pochi minuti. Quando l’ho visto, Diego aveva un’espressione imbronciata, da cane bastonato: in quel momento giuro che avrei voluto strozzarlo con le mie mani. E mentre ripeteva anche a noi, fra lacrime e singhiozzi, quel racconto assurdo, per un istante ho visto una luce nera nei suoi occhi, e ho capito. Non solo non era affatto pentito: in realtà, non gli importava niente.» La donna ora la scrutava, colpita. «Soltanto una madre può capire ciò che passa per il cuore di un figlio, solo una madre lo può sapere. E io lo sapevo. Lo sapevo con una certezza che non avrei mai voluto avere. Mi sono detta: mio Dio, fa’ che non gli credano, fa’ che non si bevano questa enorme bugia cattiva.» La cacciatrice fece un profondo respiro. «Abbiamo la presunzione di conoscerli per il solo fatto di averli messi al mondo, ma a volte ci lasciamo distrarre dall’amore che proviamo per loro e ci rifiutiamo di vedere. Però dentro di noi lo sappiamo benissimo... Se non fai nulla per impedirgli di compiere del male, allora la colpa è tua.»

La donna era turbata. «Perché lo sta raccontando a me?»

«Perché suo figlio possiede una Porsche bianca, e perché la sua fidanzata giovane e carina nasconde i lividi con abiti larghi e troppo trucco. E perché per me era già troppo tardi...»

La donna ci pensò un momento, torturandosi le mani. Il suo sguardo si perse, adesso era preoccupata. La cacciatrice di mosche non aggiunse altro. Si voltò e uscì dal negozio.

Io sono l'abisso
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