6

Entrò e si richiuse in fretta la porta alle spalle.

Nel silenzio dell’appartamento, solo il suo respiro ansimante. Era corso a casa senza riportare il camioncino dei rifiuti al deposito e senza nemmeno cambiarsi i vestiti. La divisa ancora fradicia, l’acqua del lago che sgocciolava sul pavimento. Il parrucchino come uno straccio bagnato sulla testa, rivoli sottili che gli scivolavano sul volto.

Cosa ho fatto? si disse, strappandoselo con rabbia dal cranio. Cosa ho fatto?

L’immagine della ragazzina col ciuffo viola che spalancava gli occhi e lo fissava distesa sulla spiaggetta di sassi non se ne voleva andare, ormai era impressa nella sua mente. Ed era come se continuasse a guardarlo. Anzi, come se potesse vederlo adesso, in quel preciso momento. Vedeva il suo vero aspetto e vedeva anche il posto in cui viveva, quello in cui l’uomo che puliva non aveva mai fatto entrare nessuno. Ma, quel che era peggio, gli vedeva dentro.

Io sono invisibile, continuava a ripetersi. Eppure non si era mai sentito così esposto, vulnerabile.

Di solito, era Micky a decidere quale fosse il momento giusto per calare la maschera. E quando finalmente capivano chi era in realtà, non avevano il tempo di elaborare il significato della scoperta: la consapevolezza si spegneva nei loro occhi insieme alla luce vitale.

Ma ora era tutto finito. C’era una testimone.

Se l’avesse lasciata annegare, non si sarebbe trovato in quella situazione. Aveva voluto interferire con il corso del destino e il risultato era che adesso sentiva crescere dentro di sé qualcosa che non provava da tanto tempo.

Paura.

Aveva eradicato quel sentimento dalla sua esistenza, giurando che non avrebbe più ceduto il controllo delle proprie azioni a un impulso tanto ignobile, volgare. Invece ora il suo cuore pulsava con la cadenza impazzita degli uomini senza coraggio.

«No» si udì allora, nel silenzio della casa. «No» ripeté la voce, con tono deciso.

L’uomo che puliva si voltò verso la stanza chiusa. Da dietro la porta verde, Micky aveva parlato. E, a quel comando, i suoi battiti cardiaci rallentarono fino a stabilizzarsi.

«Ricordi cosa ti ho insegnato quel giorno nello scantinato?»

Se lo ricordava. La luce della finestrella. La puzza di trementina. Le scatole coi chiodi, le viti e i bulloni. Gli attrezzi sistemati ordinatamente sul bancone di legno. E quelle mascelle d’acciaio, spalancate verso l’alto.

«Allora ripeti la lezione...»

L’uomo che puliva si portò automaticamente le mani ai lati della testa, come se dalle vecchie cicatrici fosse riaffiorato un antico dolore.

«Ho imparato a non piangere e a non urlare» affermò.

Il dolore dilagante, troppo grande per un bambino. E un volto che lo fissava con la sigaretta all’angolo della bocca.

«È per il tuo bene, figliolo. Per il tuo bene.»

«E cos’altro?» chiese Micky.

«Ho imparato che la paura non serve, è inutile... perché non mi salverà.»

«Bene» disse il suo mentore. «E cosa facciamo noi quando cediamo alle lusinghe della paura?»

L’uomo che puliva esitò un istante. «Ci puniamo.»

Sapeva già cosa fare. Avanzò nel piccolo appartamento e si diresse deciso verso il cucinotto. Aprì il cassetto delle posate e afferrò un coltello affilato. Avvolse il palmo della mano sinistra intorno alla lama.

E strinse.

Il nuovo dolore cancellò la paura, ripulendolo dall’ignominia. Lasciò andare la presa, gettò il coltello nell’acquaio e fasciò l’arto con uno strofinaccio che si colorò subito di rosso intenso.

«Bravo il mio ragazzo» lo elogiò Micky. Poi la voce tornò a rintanarsi dietro la porta verde.

Io sono l'abisso
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