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Li vedeva in continuazione.

Si aggiravano per le strade come se non avessero più il controllo di sé, immersi nel bagliore degli schermi che reggevano davanti alla faccia. Quella luce stava risucchiando poco a poco la loro anima, e decideva anche cosa dovevano fare, quali gesti. Nessuno guardava più dove andava, né cosa o chi gli stava intorno. Li vedeva sorridere o anche piangere davanti a quegli schermi. Era uno strano incantesimo. Quelle persone erano lì, eppure non c’erano.

L’uomo che puliva si era chiesto spesso come fosse fatto l’altrove in cui l’umanità trascorreva la propria vita parallela. Non c’era mai stato e aveva anche timore ad andarci perché, non sapendo esattamente come funzionava, laggiù avrebbe anche potuto perdere la sua invisibilità. Tuttavia, dopo il ritrovamento del cellulare di Fuck, gli era cresciuto un bizzarro interesse per quel mondo.

Alla fine del turno era salito su un autobus e aveva iniziato a studiare i movimenti dei passeggeri che maneggiavano quegli apparecchi, con l’intenzione di ripeterli in seguito.

«Non ci riuscirai mai, sei solo un ritardato!»

Quante volte da piccolo aveva sentito quell’insulto uscire dalla bocca di Micky? Col tempo si era convinto che avesse ragione lui. Forse era per via dei due buchi che aveva in testa, ma era vero che ci metteva sempre un po’ ad arrivare al senso delle cose. Per fortuna, c’erano anche attività che non richiedevano una particolare intelligenza e che perfino uno come lui poteva portare a compimento. Due, in particolare, gli riuscivano proprio bene.

Nuotare e fare le pulizie.

Il telefono di Fuck era nella tasca del giubbotto. Ogni tanto controllava che fosse ancora lì, perché aveva paura di perderlo. Era difficile che accadesse, lo sapeva. Ma non voleva rischiare. Pensò che, se l’avesse tirato fuori per trafficarci un po’, gli altri passeggeri non ci avrebbero trovato nulla di strano. Per una volta, avrebbe potuto essere simile a loro. La cosa gli parve improvvisamente desiderabile. Ma poi rammentò la custodia rosa con impresso il nome della ragazzina col ciuffo viola, e lasciò perdere.

Aveva deciso di non portarsi il cellulare a casa. Per sicurezza, si era detto. Per evitare che la polizia o i carabinieri potessero spiarlo. Ma anche perché intendeva tenerlo il più lontano possibile da Micky. Dopo aver riflettuto a lungo sul posto in cui nasconderlo, aveva avuto una specie di illuminazione.

Scese dall’autobus che erano già le diciannove, dopo un peregrinare durato tutto il pomeriggio. Nel crepuscolo, si avviò a piedi lungo la strada in collina. Intorno c’era un grande silenzio. Passò davanti alle dimore che aveva sempre visto solo all’alba, ancora addormentate, mentre portava a termine il solito giro di raccolta. Adesso erano illuminate e, all’interno, si potevano scorgere alcuni degli abitanti. Le mamme che preparavano la cena per i figli, mentre i papà li avvolgevano in morbidi asciugamani dopo il bagno oppure li aiutavano coi compiti di scuola. Per un attimo invidiò quei bambini, perché non aveva mai avuto nulla del genere. Ma per lui era troppo tardi, ormai.

Procedendo senza fretta, come un comune passante che si trovava per caso nel quartiere, giunse davanti all’unica casa spenta.

Il villino al civico 23 lo stava aspettando.

Riconobbe la finestra a punta con le tende di pizzo tirate che si era fermato a guardare tante volte. L’ortensia sul davanzale si era quasi seccata e, sul cuscino accanto, non c’era alcun gatto. Dapprima, l’uomo che puliva controllò che nessuno potesse vederlo. Quindi scavalcò il cancello e si mosse rapidamente sul prato. Aggirò il basso edificio e si ritrovò nel retro, dove c’era un piccolo orto. Come previsto, l’abitazione aveva anche un ingresso posteriore.

Lo forzò e fu dentro.

Si ritrovò in uno stretto locale che fungeva da lavanderia. Si mise ad ascoltare la casa. Nessun suono o rumore che potesse metterlo in allarme. Il silenzio era spesso come un liquido, ogni mobile, ogni oggetto vi era immerso. Su una parete c’era una foto della sua amica Magda che lo osservava sorridendo. L’uomo che puliva si avvicinò e staccò la cornice dal muro. Passò in rassegna la cucina con la carta da parati del colore della paglia, la sala da pranzo con il tavolo e la credenza, un soggiorno con un paio di divani, il televisore, statuine di porcellana, vasi con fiori di seta. Man mano che proseguiva l’esplorazione degli ambienti, raccolse le altre fotografie della proprietaria del villino con l’intenzione di sbarazzarsene.

Una scala portava al piano di sopra. Iniziò a salire.

Un bagno, un guardaroba, i vestiti, le scarpe, una consolle con i trucchi. Si avvicinò alla mensola per prendere una boccetta di profumo. Svitò il tappo, lo annusò e riconobbe anche lo spirito della donna del Blue. Si voltò verso la porta aperta della camera da letto: su una poltrona c’erano i cinque gatti. Dormivano, chi sul cuscino, chi sulla spalliera o sui braccioli. Sembravano soltanto smagriti. Quello argentato sollevò la testolina e lo fissò. Quindi fu la volta di tutti gli altri.

Poco dopo, l’uomo che puliva aveva preparato delle ciotole con dei croccantini e con l’acqua. Le lasciò sul pavimento della cucina. Gli animali iniziarono a sfamarsi voracemente. Lui li osservava dalla soglia. Si domandò perché li stesse nutrendo, in fondo nessuno si era mai assicurato che lui avesse da bere o da mangiare quando rimaneva solo in casa da bambino, anche per diversi giorni. La sorte di quei gatti non avrebbe dovuto essere un suo problema. Cosa gli stava succedendo? Si disse che lo faceva perché altrimenti gli sarebbe toccata la seccatura di seppellirli. Però non era sicuro che fosse la verità.

Risolta quella faccenda, poteva finalmente dedicarsi al cellulare di Fuck.

Si sedette al tavolo della sala da pranzo e mise il telefonino davanti a sé, sul ripiano. Iniziò a esaminarlo. C’erano dei pulsanti lungo i bordi, probabilmente servivano ad accenderlo. Scelse di premere il più grande ma, quando lo fece, non accadde nulla. Dopo qualche secondo d’incertezza, ripeté l’azione. Stavolta, lo schermo nero si illuminò debolmente e dal buio emerse una piccola mela bianca morsicata.

Sembrava non dovesse accadere altro, poi improvvisamente la tavoletta prese vita.

Esplose in una miriade di colori. Prima emerse l’immagine di un teschio rosa, poi su quella iniziarono a posizionarsi altri piccoli elementi, ciascuno contrassegnato da una scritta. La terza fase fu la più sorprendente perché, in rapida sequenza, apparvero dei riquadri con altre diciture accompagnate da suoni e cicalini, ed era come se il telefono avesse trattenuto quegli avvisi per tanto tempo e adesso, nuovamente acceso, li stesse tirando fuori tutti in una sola volta.

L’uomo che puliva rimase a osservare l’apparecchio con apprensione, senza sapere esattamente cosa fare, sperando solo che smettesse presto. Pochi secondi ancora e fu accontentato.

Dopo aver assistito allo strano fenomeno, non sapeva come comportarsi. Rimase in attesa, ma intanto cominciò a leggere le didascalie sotto i simboli. Gli saltarono agli occhi una specie di fiore multicolore e la parola «Foto». Allungò l’indice per schiacciare la figura. Comparvero varie sezioni. Ne digitò una a caso e si ritrovò davanti una sfilza di fotografie.

La maggior parte erano di Fuck. Eccoti qua, pensò subito l’uomo che puliva. Era contento di rivederla.

In alcune, la ragazzina col ciuffo viola era sola davanti all’obiettivo, in pose buffe o con espressioni che lui non sapeva decifrare: era come se cercasse l’approvazione di qualcuno. In altre, era in compagnia di un’amica della stessa età che portava l’apparecchio ai denti. Erano immagini spensierate, a volte irriverenti. A scuola oppure in un locale. A piedi o sullo scooter. Indossava sempre abiti diversi, soprattutto magliette e jeans strappati. All’uomo che puliva sembrò strano che, con dei genitori così ricchi, non avesse i soldi per comprarsi dei vestiti nuovi. Forse era una forma di protesta, pensò. O forse cercava di passare inosservata mettendo abiti che non fossero sfarzosi, esattamente come faceva lui. Proseguendo con la visione, notò che in un paio di foto la ragazzina si era anche truccata. Ambiva a essere provocante. Ma a lui non piaceva che si atteggiasse in quel modo, visto che era solo una bambina. Non sono affari miei, si ripeteva. Ma forse, avendole salvato la vita, era autorizzato a impicciarsi. Le foto erano tantissime e, facendo scorrere il dito verso la parte bassa dello schermo, ne venivano fuori altre. Erano centinaia. Si soffermò su una in particolare.

Fuck era distesa in pigiama su un letto rosa a baldacchino, probabilmente quello della sua cameretta, senza trucco e con un’espressione innocente. Stringeva un orsetto bianco di peluche.

L’uomo che puliva decise che quella foto era la sua preferita.

Siccome non era pratico, digitò qualcosa e cominciò una canzone malinconica. All’improvviso, si ritrovò immerso in un’altra dimensione. Una voce maschile, dolcissima e struggente, cantava in una lingua che non conosceva. Pur non potendo comprendere il senso delle parole, ebbe l’impressione che raccontassero di lui.

Everyone cries...

Everyone tells each other all kinds of lies...

Everyone falls...

Chiuse gli occhi, lasciandosi trasportare dalla melodia. Era la prima volta. Lui odiava la musica. Si accorse di non aver provato nulla di simile prima di allora. Era tutto nuovo. Nuovo e strano. Un improvviso capogiro, un senso di vertigine. Riaprì gli occhi, spaventato. Che stava succedendo? Non sapeva decifrare le sensazioni che lo investivano come una tempesta. Temendo di esserne travolto, schiacciò di nuovo il pulsante laterale e spense il telefono.

La foto della ragazzina che stringeva l’orso di peluche scomparve. La musica cessò.

Io sono l'abisso
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