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Il posto più tranquillo della Terra.

L’uomo che puliva l’aveva letto su un giornale che qualcuno aveva lasciato su un sedile dell’autobus, tanto tempo prima.

Il titolo si riferiva al lago di Como.

In realtà l’articolo parlava di case, non di persone. Case vuote, ottime occasioni di investimento. Almeno così gli era sembrato di capire. Non era tanto bravo a leggere e spesso gli sfuggiva il senso delle frasi. Ma era rimasto lo stesso molto colpito da quelle parole e aveva deciso di interpretarle come un segno.

Ci pensava anche quel mattino di tarda primavera mentre iniziava il giro di raccolta rifiuti in un quartiere di villini circondati dal verde.

Il quadrante dell’orologio al quarzo, a cui aveva affidato il compito di scandire i tempi della sua vita, indicava le cinque meno dieci esatte. Era ancora buio. Il lago s’intravedeva all’orizzonte, una lunga linea di grafite, nera e argento. Sulla tortuosa stradina che si inerpicava sulla collina non c’era un’anima. A parte lui, ovviamente. Alla guida del camioncino azzurro e verde dell’azienda municipalizzata, col finestrino abbassato quel tanto che bastava per far entrare l’aria frizzante e non scompigliare l’ordinata pettinatura con la riga al lato dei suoi capelli color mogano.

L’uomo che puliva osservava le case immaginando il segreto silenzio che vi regnava, il sonno degli abitanti custodito ancora per qualche ora dal tepore delle coperte. Le giovani coppie, quelle con bambini, i coniugi anziani. Tutti nei propri letti. Poi c’erano quelli che, per un motivo o per un altro, non avevano famiglia. Vedovi, divorziati, oppure donne e uomini che nel corso della vita non avevano trovato qualcuno con cui stare. Persone sole. Molti di loro morivano e non avevano parenti, ecco perché c’erano così tante case disabitate.

«Il posto più tranquillo della Terra» cantilenò a bassa voce. Ma era anche il più solitario, sebbene nessuno lo dicesse. Per questo motivo però, dieci anni prima, l’uomo che puliva aveva scelto di trasferirsi proprio lì. E in mezzo a tutte quelle solitudini, adesso c’era anche la sua.

Accostò lungo la via, spense il motore. Stando attento a non spettinarsi, calzò il cappellino con visiera su cui era impresso il logo dell’azienda municipalizzata. Scese e rimase fermo, richiudendo piano la portiera, e fu subito accolto da una calma protettiva, come se qualcuno avesse messo anche a lui una trapunta calda sulle spalle. Si sfilò gli occhiali da vista con la montatura in nichel, pulì le lenti con l’estremità della pettorina arancione che indossava sopra la divisa verde scuro e li inforcò nuovamente per guardarsi intorno. Di lì a poco, qualche finestra avrebbe cominciato a illuminarsi, le prime avvisaglie dell’imminente inondazione: presto la frenesia sarebbe tornata a invadere il mondo.

Ma ancora no. Per il momento, era ancora lui il padrone incontrastato del creato.

Gli restava un discreto patrimonio di due o tre minuti prima di iniziare il turno. Decise di sfruttarlo senza turbare troppo quello stato di dolcissima immobilità. C’erano gesti banali che a quell’ora del giorno acquisivano un significato diverso, appagante. Come scrocchiarsi le dita delle mani e sentire quel debole suono, che nel caos sarebbe sparito, ingigantirsi nella pace. Ma una cosa gli piaceva fare più di ogni altra: respirare. Inspirò ed espirò a pieni polmoni. Era uno dei piccoli piaceri della vita, molti se ne dimenticavano oppure non ci prestavano attenzione. L’uomo che puliva, invece, aveva imparato ad apprezzarlo a soli cinque anni, mentre una putrida piscina cercava d’ingoiarlo.

L’aria del mattino era la migliore in assoluto. Per questo provava sempre a farsi assegnare il primo turno. Fra i vantaggi, oltre al fatto di non dover interagire coi colleghi, c’era la possibilità di godersi in esclusiva la quiete. Non si poteva condividere un privilegio così intimo con qualcuno. L’uomo che puliva era taciturno. E, anche quando pensava, i suoi ragionamenti erano lunghe riflessioni, erano lo scorrere di immagini mute nella testa, contrappuntate da sensazioni quasi elementari.

Però si era accorto che la sua introversione metteva a disagio le persone.

Non voleva infastidire gli altri con la propria presenza. A nessuno piace stare accanto a uno che se ne sta tutto il tempo senza spiccicare una parola, che non fuma, non beve alcolici, non è interessato a discorsi di sport o sulle donne, e non ha nemmeno una moglie e dei figli di cui lamentarsi. Un uomo senza amici, avrebbe detto qualcuno. Un uomo che non ne ha bisogno, avrebbe risposto lui se fosse stato in grado di articolare bene il pensiero di se stesso. Perché quando pensava a sé, l’uomo che puliva non possedeva una definizione.

Fare le pulizie era la cosa che lo rappresentava meglio.

Era consapevole della percezione negativa della gente comune riguardo al suo lavoro: comprendevano l’idea che qualcuno dovesse occuparsi dei loro rifiuti, ma esprimevano anche una tacita commiserazione nei riguardi di chi ne era incaricato. Come fosse una specie di costrizione o di condanna. A lui, invece, non pesava. Non lo infastidivano i cattivi odori, né dover mettere le mani su ciò che agli altri repelleva. Qualcuno doveva farsi pur carico di quell’ingrato compito, era una legge incontrovertibile della vita.

Il servizio a Como e nella zona del lago veniva svolto con discrezione. Era una specie di gioco di prestigio. Ogni notte, fino al sorgere del sole, un esercito di operatori dell’azienda municipalizzata era impegnato a ripulire la città prima del risveglio degli abitanti. Tre volte a settimana, prima del lavaggio strade, i piccoli camioncini azzurri e verdi passavano di casa in casa per recuperare i sacchetti con la spazzatura che ogni cittadino depositava diligentemente sul marciapiede la sera prima. Chiusi ermeticamente e di colore diverso a seconda del contenuto che sarebbe stato riciclato, venivano conferiti per la raccolta differenziata rispettando un preciso calendario.

Era giovedì e toccava all’organico.

L’orologio al quarzo dell’uomo che puliva emise un breve segnale elettronico: le cinque esatte. Poteva iniziare il turno. Prese un paio di guanti da lavoro dal camioncino, li indossò. Poi, nel momento in cui l’alba si sprigionava con milioni di scintille sulla superficie del lago in lontananza, lui si avviò lungo la strada deserta e cominciò ad afferrare i sacchetti davanti ai cancelli delle villette. Quando ne aveva radunati abbastanza, tornava indietro e li lanciava uno alla volta, con collaudata precisione, nel cassone del mezzo. Senza fare alcun rumore, era molto scrupoloso. Poi li schiacciava con un apposito bastone.

L’avevano assegnato a quel quartiere sei settimane prima e, seguendo l’ordine di turnazione, dal giorno dopo avrebbe dovuto cambiare zona. Un po’ gli dispiaceva, si era abituato ad andare lì. Adesso avrebbe dovuto ricreare altrove le sue piccole consuetudini.

Per esempio, per sei settimane, ogni volta che arrivava all’altezza del civico 23 si fermava a guardare il villino dei primi del Novecento, con strane finestre a punta, pinnacoli sul tetto e circondato da un’inferriata. Era una via di mezzo fra una chiesa e un piccolo castello. Le tende di pizzo erano tirate ma su un ampio davanzale, accanto a un vaso di ortensie, s’intravedeva un grande cuscino su cui erano acciambellati cinque gatti. Uno argentato, uno bianco e nero, uno con un bel pelo fulvo e due tigrati.

Nel congedarsi per l’ultima volta da quel singolare edificio, l’uomo che puliva si sistemò con un dito gli occhiali che gli erano scivolati lungo il naso, quindi raccolse il piccolo sacchetto con l’organico deposto accanto al cancello.

Pesava a malapena un paio di chili.

Como era la città più tranquilla e solitaria del mondo. E in mezzo a tutte quelle solitudini, oltre la sua, c’era anche quella di chi abitava in quella casa.

Tornò verso il camioncino ma, invece di gettare il sacchetto nel cumulo insieme agli altri, aprì la portiera e lo infilò sotto al sedile di guida.

Quindi salì a bordo, mise in moto e si avviò per proseguire il giro.

Io sono l'abisso
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