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Con il sopraggiungere della sera, dal lago era strisciata fuori un’umidità bavosa che impregnava i vestiti e lasciava una patina biancastra sulle cose.

Rientrando in casa, la cacciatrice di mosche aveva subito acceso il fuoco nel camino. Il calore le aveva in parte tolto di dosso quel senso d’appiccicoso e bagnaticcio.

Sulla strada del ritorno, aveva trovato il tempo di fermarsi in un minimarket per acquistare della birra e una confezione di würstel. Siccome non aveva voglia di cucinare, li avrebbe mangiati crudi. Dopo averli disposti su un piatto, per dargli almeno la parvenza di un vero pasto, se li era portati appresso sul divano assieme a una lattina di Perlenbacher, calda. Si era distesa e si era avvolta in una coperta senza nemmeno togliersi le scarpe. Poi si era lasciata ipnotizzare dallo scoppiettio della legna e dalla danza delle fiamme.

Aveva trascorso la giornata ad assistere una madre di cinque figli che si era finalmente decisa a denunciare il marito che la picchiava sulle gambe e sul sedere con la cinghia dei pantaloni. L’aveva accompagnata al pronto soccorso perché un medico refertasse le ultime percosse subite e poi si era trattenuta mentre quella raccontava per la prima volta, con ammirevole compostezza, ventisei anni di soprusi e sevizie a un appuntato dei carabinieri che aveva un’età di poco inferiore alla durata del suo sciagurato matrimonio. Il dettaglio più scioccante di quella storia non era legato alle prolungate e sistematiche violenze, o all’astuzia dell’aguzzino nel colpire esclusivamente parti del corpo che potessero essere facilmente celate dai vestiti, ma era che i cinque figli, ormai quasi adulti, in tutto quel tempo non avevano mai sospettato di nulla. La cacciatrice aveva impiegato otto mesi a persuadere la madre a far cessare quell’ipocrisia. Adesso era sfiancata.

Nella borsa che stava per terra accanto al divano c’era il plico che Pamela le aveva consegnato quella mattina nel parcheggio dell’ospedale. La copia del fascicolo dell’incidente che aveva coinvolto la figlia tredicenne dei Rottinger. Un atto doveroso da parte delle forze dell’ordine, ma che non avrebbe avuto alcun seguito giudiziario.

La cacciatrice non aveva avuto un minuto per leggerlo. O forse qualcosa la tratteneva.

«Pensa a cosa accadrebbe se si sapesse che a impicciarsi è proprio una con il tuo passato...»

Pamela aveva ragione. C’era una cosa che la spaventava più di ogni altra. Che il suo passato riuscisse a riemergere dalla prigione di oblio in cui l’aveva confinato.

Per questo la cacciatrice era rimasta a fare la guardia a quella casa.

Però doveva capire cos’era accaduto al lago, altrimenti non avrebbe avuto pace. Così, nonostante la stanchezza, si allungò per posare sul pavimento ciò che rimaneva della birra e, contemporaneamente, prese la busta. Strappò coi denti la linguetta che la richiudeva ed estrasse i documenti.

Li esaminò alla luce dorata del camino.

Il rapporto era un testo scarno, probabilmente edulcorato con la versione fornita dagli stessi famigliari dell’adolescente. Il famoso venerdì, la ragazzina aveva marinato la scuola per andarsene in riva al lago. Aveva raggiunto in bus la sponda prospiciente l’isola Comacina, l’autista aveva confermato la circostanza che fosse sola. Da quel momento in poi, però, la narrazione s’interrompeva fino a quando non era caduta in acqua per motivi non del tutto chiari, «probabilmente scattandosi un selfie».

Pamela aveva detto che la tredicenne era ubriaca e il referto medico lo comprovava. L’amica aveva ragione: c’era tutta l’intenzione di far sembrare la vicenda una ragazzata.

La cacciatrice passò ad analizzare la parte in cui era riassunta la dinamica del salvataggio, perché era anche quella che la interessava maggiormente. I testimoni che erano accorsi sulla spiaggetta per sincerarsi delle condizioni dell’adolescente avevano descritto una scena convulsa. Da lontano avevano assistito mentre uno sconosciuto si gettava in acqua per prestare soccorso alla giovane in difficoltà, rischiando di essere risucchiato a sua volta dai mulinelli del lago. L’uomo era riuscito a riportarla a riva e le aveva praticato una manovra di rianimazione.

Poi si era dileguato.

La cacciatrice di mosche si chiese in quale momento, celato fra quelle righe, l’unghia smaltata di rosso fosse finita in bocca alla ragazzina. Poteva essere accaduto mentre annaspava nella corrente, in cerca d’ossigeno. Ma allora le probabilità che quel frammento fosse appartenuto davvero alla presunta suicida di Nesso erano irrisorie, addirittura ridicole. Oppure c’era un’altra spiegazione. Qualcosa che era sfuggito a tutti, ma che doveva essere per forza ancora lì, in quel resoconto.

C’era un’idea che si era insinuata in lei sin da quando Pamela le aveva raccontato l’accaduto. Poi aveva preso lentamente una forma nella sua mente, ma non aveva avuto il coraggio di parlarne all’amica, temendo di passare per matta. Riguardava colui al quale era stato cucito addosso il ruolo di eroe. In realtà, era il personaggio più ambiguo della vicenda.

Le storie non sono mai lineari, si ripeteva, pensando anche alla propria. Invece sono labirinti. E, a volte, ci si imbatte in porte chiuse che immettono in realtà parallele o in altre storie segrete.

Il misterioso salvatore poteva essere la chiave di una di queste.

Perché allontanarsi in quel modo dopo aver compiuto una buona azione? si era chiesta. D’altronde, però, era anche vero che, se avesse avuto qualcosa da nascondere, non si sarebbe mai esposto buttandosi per salvare un’estranea. E se invece l’uomo conosceva la ragazza? E se aveva delle responsabilità nell’incidente? No, si disse la cacciatrice. E poi, se fosse stato diversamente, la famiglia Rottinger non avrebbe cercato di insabbiare tutto e i carabinieri non si sarebbero potuti esimere dall’aprire un’indagine sulla sua identità.

La cacciatrice prese uno dei würstel dal piatto e lo addentò senza distogliere l’attenzione dai fogli. Ogni verità ha il suo punto debole, rammentò. L’aveva imparato bene nella sua vita precedente. E c’era ancora una domanda inevasa che avrebbe dovuto insospettire gli investigatori.

Che ci faceva lì quell’uomo?

Il ticchettio di un vecchio orologio a cucù, che il padre aveva vinto a un torneo di pesca alla trota quando lei era ancora bambina, faceva da sottofondo ai pensieri della cacciatrice mentre cercava una risposta. Scansò il piatto coi würstel perché non aveva più fame e iniziò a riflettere.

I testimoni dell’annegamento avevano un motivo valido per essere nei pressi dell’isola Comacina quel venerdì mattina. Un giardiniere che lavorava in una villa vicina, tre muratori impegnati nella ristrutturazione di una casa e un postino che stava ultimando il suo giro di consegne. L’anonimo soccorritore poteva anche essersi trovato lì per caso, ma c’era comunque qualcosa che stonava. La cacciatrice conosceva la spiaggetta dove si erano svolti i fatti, perché nei fine settimana veniva presa d’assalto dagli escursionisti e dalle famiglie che si concedevano una gita fuori porta. Nei giorni feriali, invece, era deserta. Allora provò a immaginare la ragione per cui l’uomo si trovava lì attraverso le scarne informazioni che possedeva sul suo conto.

Di lui sapeva che era un nuotatore provetto e che, in seguito, era stato in grado di far espellere l’acqua ai polmoni della ragazzina.

Pensò subito a un professionista: un bagnino, un sub, addirittura un dottore o un infermiere. Comunque qualcuno che aveva dimestichezza con certe procedure salvavita. Ma, cercando un riscontro nella cartella medica della giovane Rottinger, si dovette ricredere: la spalla lussata e le costole incrinate stavano a indicare un intervento non proprio da manuale. Anzi, addirittura maldestro.

Però c’era scritto anche che l’adolescente era caduta in preda a una crisi convulsiva ma che l’uomo aveva avuto la prontezza di infilarle qualcosa in bocca per impedire che si mordesse la lingua.

La cacciatrice di mosche si soffermò su quel dettaglio. Dal testo non si capiva di che oggetto si trattasse. Qualcosa che aveva trovato lì intorno come, ad esempio, un rametto. O un brandello degli abiti della ragazza oppure dei propri vestiti. Il rapporto non ne parlava. Una nuova frenesia s’impossessò di lei: si liberò della coperta, si sedette a gambe incrociate e dispose le carte davanti a sé sul divano, mettendosi a cercare un appiglio o un’illuminazione.

Al fascicolo erano allegate delle foto.

Erano state repertate le Converse della tredicenne, jeans scuri, una maglietta, lo zainetto di scuola. E un fazzoletto beige con una sottile trama tartan. La cacciatrice lo studiò attentamente, infilato nell’apposita bustina trasparente. Non era certamente il genere di accessorio che potesse appartenere a un’adolescente. Sembrava più adatto a un maschio adulto. Le ha infilato proprio quello in bocca, si disse, dando retta a un antico sesto senso. E la stoffa conteneva già l’unghia smaltata. Il rapporto di causalità era inattaccabile. La catena degli eventi, giustificata. Ma la cacciatrice di mosche non poteva ancora dirsi soddisfatta, perché adesso c’era la parte più difficile.

Doveva trovare quel maledetto fazzoletto.

Magari sopra c’era anche una traccia di DNA della proprietaria del braccio di Nesso. Tuttavia non era il caso di correre troppo, né di farsi illusioni. Non essendoci un’indagine in corso e non trattandosi della prova di un crimine, era stato sicuramente restituito alla famiglia della tredicenne insieme agli altri effetti personali. A quell’ora poteva essere stato smarrito, gettato via oppure distrutto come era successo con l’unghia.

La cacciatrice di mosche pensò di nuovo al misterioso salvatore. Non poteva trarre ancora conclusioni ma l’aura oscura che esalava dalle carte che aveva di fronte non lasciava scampo. E la riprova fu il brivido che la percorse. Poteva essere solo paranoia, oppure no.

Qualcosa di terribile era accaduto. Qualcosa che forse stava ancora accadendo. Un’altra volta.

Io sono l'abisso
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