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Aveva impiegato un’ora e mezzo per raggiungere il quartiere popolare alla periferia di Como. E un’altra mezz’ora per trovare il condominio da cui proveniva il segnale del vecchio iPhone: un complesso di palazzi con uno spiazzo centrale dove i bambini giocavano a calcio e gli adulti chiacchieravano fra loro, ascoltando musica latina, bevendo birra e fumando. Alla ragazza col ciuffo viola piacque subito quel clima di festa multietnica. Passando in mezzo a loro, ricevette un sacco di sorrisi di benvenuto.
Prima di uscire aveva indossato un vestitino azzurro, corto e aderente, acquistato tanto tempo prima ma che poi era finito in fondo all’armadio perché era convinta che, col suo fisico, non potesse permetterselo. Adesso invece si sentiva a proprio agio perché credeva di nuovo in se stessa ma, soprattutto, era sicura che l’angelo l’avrebbe accettata così com’era. Sulla gamba sana portava un anfibio con un calzettone scozzese. E, infine, si era messa il giubbotto grigio, anche se le andava grandissimo. Ma la rassicurava avere con sé qualcosa dell’angelo, la faceva sentire protetta. Teneva le mani nelle tasche anteriori. In una stringeva il mazzo di chiavi, nell’altra il cellulare che tirava fuori di tanto in tanto per controllare il percorso.
La palazzina che le interessava era quella centrale, con un grande serbatoio che spiccava sul tetto.
Entrò nell’androne e si stava dirigendo all’ascensore, tuttavia l’app del telefonino non le avrebbe detto a che piano scendere, poiché il segnale che la guidava si spostava solo in orizzontale. Non l’aveva considerato ed era un bel problema. Pensò di richiamare l’angelo: gli avrebbe confessato che si trovava lì sotto e lui non avrebbe avuto scelta. Ma, ancora una volta, nessuno rispose al vecchio iPhone.
Allora avrebbe lasciato squillare il cellulare e si sarebbe messa in cerca della suoneria con la sigla di Stranger Things. Certo, era un’ottima soluzione.
Con il telefono in mano e nonostante il tutore alla caviglia, passò in rassegna i vari piani. Ogni volta che cadeva la linea, lei ci riprovava. Al settimo piano, riconobbe un fioco segnale che arrivava dal fondo di un lungo corridoio.
Giunse trafelata davanti a una porta chiusa con tre serrature.
Le note che sentiva provenivano da dietro quella barriera. Era il momento della verità ed era agitata. Riattaccò, fece un respiro profondo e bussò. Dall’interno, nessuna risposta. Allora ci riprovò, pregando che l’angelo fosse in casa e si fosse solo rifiutato di accettare la chiamata.
Evidentemente non c’era.
Sbuffò, delusa.
Ma non aveva alcuna intenzione di demordere, si mise spalle alla porta e si lasciò scivolare per terra. Sarebbe rimasta lì seduta ad aspettarlo. Tirò fuori una gomma da masticare e se la infilò in bocca. Si mise a giocare col cellulare, ma il tempo non passava mai e l’eccitazione di poco prima si era già tramutata in un tedio insopportabile. Guardò l’orario, le sedici. E continuò a controllarlo più o meno ogni cinque minuti. Pensò che non ce l’avrebbe fatta a resistere ancora a lungo.
Sfilò dalla tasca del giubbotto il carrarmato con le chiavi e le osservò, soppesandole nel palmo insieme all’idea che le stava balenando in mente.
Se fosse entrata a riprendersi il vecchio telefono, non ci sarebbe stato nulla di male. Poteva anche lasciare un biglietto all’angelo e ringraziarlo per tutto ciò che aveva fatto per lei, dandogli un vero e proprio appuntamento. Peccato che non si fosse portata appresso l’orso di peluche, avrebbe potuto farglielo trovare.
Decise che era la cosa migliore da fare. Si rimise in piedi e iniziò a trafficare con le serrature.
Richiudendosi l’uscio alle spalle, dovette attendere qualche secondo perché la vista si abituasse alla penombra: l’unica finestra era coperta da teli di plastica e penetrava solo una debole luce. Si guardò intorno. Si trovava in una specie di soggiorno con cucinino. Era tutto molto in ordine. L’unica eccezione erano gli abiti sporchi di sangue gettati sul pavimento. Li osservò e ripensò all’uomo che stava per violentarla all’hotel e, soprattutto, alla sua espressione spaventata.
«Chi sei tu?»
Si rese conto che non le interessava più di tanto cosa gli fosse capitato, perché era sicura che l’angelo avesse fatto giustizia rispondendo a una volontà superiore che legittimava perfino la violenza.
Si accorse subito che alla sua destra c’era una strana porta dipinta di verde.
Per il momento, la ragazzina la tralasciò e cominciò a perlustrare la stanza in cui si trovava, adiacente a un piccolo bagno cieco. Un divano letto. Un armadio a due ante. Un tavolo coperto con una tovaglia a fiori su cui spiccava il suo vecchio cellulare. Andò a prenderlo e, controllando il display, pensò che era arrivata appena in tempo perché restava pochissima batteria e presto si sarebbe spento. Lo rimise dov’era perché si accorse che sotto il ripiano c’era un cassetto aperto. Sbirciò all’interno: guanti in lattice, un paio di forbici e un quaderno con una matita fra le pagine. Lo prese e lo sfogliò. Conteneva strani appunti: scritti con grafia incerta, erano pieni di errori di ortografia. Nonostante ciò, riuscì a decifrare alcune righe: si trattava di lunghissimi elenchi di oggetti, prodotti di vario genere e cibo.
Pensandoci bene, sembrava la spazzatura di qualcuno.
Lo rimise a posto e si avvicinò all’armadio. Aprì l’anta di sinistra e si ritrovò davanti una sfilata di abiti tutti uguali. Maglioncini grigio scuro, jeans chiari, camicie bianche o azzurre, scarpe allacciate nere. C’erano anche un grembiule di plastica nero e una borsa a tracolla che al momento era vuota. Dietro l’anta di destra, invece, erano appesi un blazer di pelle scuro, una camicia fiorata e, agganciata alla gruccia che la sosteneva, una cravatta sottile color porpora. In uno scomparto erano riposti stivaletti di pelle, una cintura con la fibbia argentata, un orologio placcato d’oro, un anello con la pietra turchese e un paio di occhiali fumé. In quello accanto, una collezione di quaderni come quello che stava nel cassetto sotto il tavolo.
Calcolò che fossero almeno una trentina.
Mentre stava per prenderne uno, notò che sul ripiano più alto c’era un oggetto voluminoso coperto da un asciugamano. La ragazzina si alzò sulle punte, afferrò un lembo del telo e lo sfilò via.
Una testa umana.
Indietreggiò, spaventata, e finì col sedere per terra. Ma poi, guardando meglio, si accorse che era solo la base di polistirolo per un parrucchino biondo cenere.
Si sentì una stupida, e se lo meritava. Stava per rialzarsi, ma dalla posizione in cui si trovava scorse qualcosa sul pavimento, proprio davanti alla porta verde.
Si avvicinò carponi e vide che era un cacciavite.
Dall’ammaccatura nel legno, comprese che qualcuno doveva averlo scagliato proprio lì sopra. Si rimise in piedi e fece per aprire la maniglia, ma la stanza era chiusa a chiave. Era tutto molto strano. Allora decise di riprovare con quelle del mazzo col carrarmato.
Ebbe fortuna. Al terzo tentativo, la serratura si aprì.