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Dopo aver trascorso un’infinita notte insonne, la ragazzina col ciuffo viola si alzò verso le sei per scendere di sotto. Saltellò con le stampelle nella casa silenziosa, fino alla soglia dello studio.
Come immaginava, il padre era già sveglio.
Ogni giorno, prima di andare al lavoro, trascorreva del tempo alla scrivania, immerso nella lettura di una mazzetta di quotidiani. Il rituale mattutino si completava con un vassoio d’argento su cui c’era soltanto una tazzina di caffè, rigorosamente senza zucchero.
Non bussò, attese che fosse lui ad accorgersi della sua presenza.
«Tesoro» la salutò, meravigliato. «Cosa ci fai in piedi così presto?»
«Posso parlarti?» domandò lei e avanzò nella stanza, fino al tavolo.
«Fra poco devo prendere un aereo» disse l’ingegner Rottinger, per sottolineare che non aveva molto tempo. Poi si sfilò gli occhiali e la fissò: «Che succede?»
«Pensavo all’uomo che mi ha salvata dal lago...»
Il padre non disse nulla, per capire dove volesse approdare con quel discorso.
«... e pensavo che forse dovresti dargli una ricompensa.»
L’uomo sorrise. «Gliel’avrei data, se si fosse fatto avanti» le assicurò.
«Allora perché non lo cerchi?»
Rottinger si lasciò andare sullo schienale imbottito della poltrona di pelle. «Stai dicendo che dovrei offrirgli pubblicamente dei soldi per convincerlo a venire allo scoperto?»
Sì, maledizione, pensò la ragazzina: lo scopo è proprio questo.
«Ti rendi conto di quanti malintenzionati rischieremmo di attirare?» E si mise a elencare: «Mitomani, truffatori, per non parlare dei giornalisti».
La ragazzina col ciuffo viola avrebbe voluto dirgli che, in quel momento, aveva meno timore di loro che dello sconosciuto che le aveva impedito di annegare. Forse si era sbagliata sul suo conto, forse non era affatto un angelo. Forse era perfino pericoloso. E lei l’aveva fatto scioccamente avvicinare troppo alla loro vita. Ma non poteva condividere quel pensiero, altrimenti avrebbe dovuto rivelare al padre anche il resto. E l’ingegner Rottinger, così convinto di possedere il controllo della propria vita e di quella di tutti loro, non avrebbe mai retto l’impatto con la verità. «Perciò, suppongo che sia un no.»
L’altro scosse il capo, contrariato dalla sua insistenza. «Lascia che queste cose le decidano i grandi. Va bene, tesoro?» disse, con infastidita accondiscendenza. Poi tornò ai suoi giornali, decretando così la fine della discussione.
La ragazzina col ciuffo viola non si mosse. Si rese conto che, se avesse voluto, avrebbe potuto distruggere in un istante il genitore, annientando la sua illusione di potere. Sarebbe stato sufficiente parlargli apertamente, come dovrebbe fare sempre una figlia con l’uomo che l’ha messa al mondo. Invece disse: «Avevo tre anni. Un pomeriggio stavo facendo il riposino e mi hai svegliato. Mi hai caricato in macchina e siamo andati insieme al belvedere. Siamo rimasti lì per ore, davanti al panorama, senza nemmeno scendere dall’auto». Fece una pausa. «Forse pensi che ero troppo piccola per ricordarmene, invece me lo ricordo ancora.»
«Abbiamo aspettato il tramonto» aggiunse il padre.
«Sì, però io ti ho visto piangere... Perché piangevi, papà?» Lasciò che la domanda decantasse. Non aveva mai affrontato l’argomento con lui, era sicura che ci fosse un motivo valido se si era comportato in quel modo. Forse l’ingegner Rottinger non era sempre stato così forte come voleva apparire. Forse anche in lui c’era una piccola tentazione di fragilità che, però, lo avrebbe reso finalmente umano ai suoi occhi. Se solo fosse stato vero, la ragazzina col ciuffo viola si sarebbe potuta fidare. Finalmente si sarebbe aperto un nuovo spazio fra loro, e lei ci avrebbe riversato dentro ciò che provava, i sentimenti belli e brutti.
«Ti sbagli» disse però l’uomo, replicando con freddezza e chiudendo, così, ogni spiraglio. «Eri molto piccola, ricordi male.»
Era delusa. «Mi sono chiesta come avresti reagito se due settimane fa fossi morta.»
«Sarebbe stato devastante» ammise lui.
La ragazzina col ciuffo viola non riuscì a capire se fosse sincero. Si sistemò sulle stampelle e stava per voltarsi per tornare a letto, ma sentì che il padre si schiariva la voce.
«Vorrei che per un po’ evitassi d’indossare il Cartier che ti ha regalato la nonna per Natale.»
Lo fissò, cercando d’intuire la ragione della richiesta.
«Avrai sentito di quel ragazzo un po’ più grande di te che è stato rapinato dell’orologio.»
Tancredi, come poteva scordarlo. Era colpa sua. Aveva chiesto un segno all’angelo. E l’angelo gliel’aveva mandato.
Il padre le porse la pagina del quotidiano che stava leggendo. «I carabinieri hanno rintracciato la refurtiva.»
Per un attimo, le si fermò il cuore al pensiero che avessero arrestato lo sconosciuto del lago.
«A quanto pare, è stata una banda di ragazzini di un campo rom.»
Nell’istante in cui ricominciava a respirare dopo aver trattenuto il fiato, si rese conto di aver commesso un grave errore. Aveva giudicato male proprio l’unico essere umano a cui importasse realmente di lei.
L’angelo era innocente.
Non sono poi così diversa da te, papà, si disse. Perché forse anche lei non riusciva a capire veramente le persone.