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Un barattolo di sottaceti fra i surgelati.
Lo spiegava alle ragazzine fin dalle medie, e glielo ripeteva anche quando crescevano. Era vitale che ne comprendessero l’importanza. Non si poteva mai dire quando e se sarebbe servito. La speranza era che non servisse mai, ma era meglio sapere che esisteva anche quella possibilità. E, cosa fondamentale, si raccomandava di non dirlo ai maschi. Era una specie di segreto riservato alla consorteria delle donne.
Un barattolo di sottaceti fra i surgelati era il segnale.
Quando uno degli addetti che ogni sera rifornivano di merce gli scaffali di un qualsiasi supermercato della zona trovava un barattolo di sottaceti fra i surgelati, doveva comunicarlo subito alla direzione che, a sua volta, lo riferiva a lei. Nessuno degli intermediari sapeva a cosa servisse quella bizzarra procedura. Solo la persona che aveva escogitato quel sistema ne conosceva il significato. La cacciatrice di mosche allora sapeva con certezza che, da qualche parte, una donna era in pericolo. Perché stava subendo maltrattamenti in famiglia e non era libera di denunciarlo, oppure era sotto grave minaccia da parte del partner o, nel peggiore dei casi, era vittima di un sequestro di persona.
La cacciatrice di mosche era l’unica che si occupasse di liberare quelle prigioniere e, da più di una settimana, sorvegliava incessantemente un discount in periferia. Per l’esattezza da quando le era stata comunicata l’anomala presenza di cetriolini in un freezer.
Si aggirava tutto il giorno fra le corsie fingendo di fare la spesa, in realtà teneva d’occhio le clienti nella speranza di notare quella che aveva lanciato il silenzioso allarme. Se la donna in pericolo fosse tornata nel negozio, la cacciatrice di mosche l’avrebbe identificata. Naturalmente, nessuna di loro portava un cartello al collo con la scritta VITTIMA DI ABUSI, ma c’era sempre un dettaglio rivelatore. Potevano essere lividi, lesioni o una frattura. Ma anche un foulard o un dolcevita indossato fuori stagione erano indicativi, così come un paio di occhiali da sole troppo voluminosi.
Quando individuava una donna maltrattata, la cacciatrice di mosche cercava un contatto visivo. E appena incrociava il suo sguardo, l’altra vedeva subito la luce di una possibile via d’uscita. In quegli occhi si riconoscevano smarrimento, impotenza ma, soprattutto, paura.
Gli aguzzini erano sempre accorti e a molte di loro non era permesso di telefonare o usare internet, ma tante non avrebbero nemmeno trovato la forza di fare una chiamata per chiedere aiuto. Perciò, lasciare un barattolo di sottaceti in un posto non consono era già un enorme passo avanti. Solitamente, nel loro mondo fatto di soprusi e intimidazioni in cui il minimo errore, perfino un piatto rotto, veniva sanzionato con durezza, i sottaceti stavano coi sottaceti e i surgelati coi surgelati. E quella era una delle tante regole che non potevano essere sovvertite, pena le botte.
Perciò, contravvenire alla legge degli scaffali era già un primo gesto di ribellione.
Quel lunedì, però, la cacciatrice di mosche stava rischiando di perdere il suo solito ottimismo. Ormai da giorni riempiva il carrello a ogni ronda e lo svuotava dopo un paio d’ore per poi ricominciare daccapo. A furia di stare in piedi, le doleva la schiena. A ciò si aggiungeva anche l’astinenza da nicotina, perché non poteva certo permettersi una pausa ogni venti minuti per fumare. Da quando aveva cominciato l’appostamento, si erano ridotti i pacchetti di Diana che consumava quotidianamente. Di solito, quando smetteva di colpo, invece di guadagnarci in salute le iniziava una brutta tosse, profonda e catarrosa.
A cinquantatré anni, la condizione fisica era l’ultimo dei suoi pensieri.
Non si prendeva cura di sé, non le interessava. Il suo psicologo le diceva sempre che era sull’orlo di una seria depressione. Ma, dopo cinque anni di terapia, il malessere interiore che avrebbe dovuto metterla definitivamente a terra non si era ancora manifestato. In compenso, gli effetti di una tardiva menopausa continuavano a tormentarla quando lei, invece, avrebbe voluto solo la pace dei sensi. La cacciatrice non aveva paura d’invecchiare, né delle rughe, né d’ingrassare. Un tempo era stata anche piacente, ma quell’epoca era passata e lei non ne sentiva la mancanza.
Per praticità, portava i capelli corti. Del trucco, neanche a parlarne. E comprava solo vestiti comodi.
Controllò l’ora: mancava un quarto alle due. Generalmente, dopo l’una il discount si svuotava. Le casalinghe avevano già fatto la spesa ed erano a casa a preparare il pranzo. Fra le corsie si aggirava solo qualche single o qualche anziana signora che approfittava dei momenti di calma per valutare senza fretta tutte le offerte del volantino settimanale. Allora lei decise che forse si era meritata una pausa sigaretta. Ma, mentre si appoggiava al carrello stracolmo per sfilarsi una scarpa e massaggiarsi un piede dolorante, sollevò per un attimo lo sguardo verso il settore dei prodotti per la colazione.
Venticinque anni al massimo, fisico da modella, cappellino da rapper, leggings colorati e scarpe da ginnastica, grande borsa Louis Vuitton, stretta in un cardigan di felpa che le arrivava alle ginocchia: stava scegliendo quale scatola di cereali acquistare. Ma non fu tanto la ragazza a colpire la sua attenzione, quanto il fidanzato che la seguiva a un paio di metri di distanza: capelli lunghi color miele con il vezzo di spostarseli dietro le orecchie, gilet e T-shirt, sneakers di marca, aria da bello e maledetto. Il classico tipo di cui innamorarsi e poi pentirsene.
Il biondino era a braccia conserte e con lo sguardo fisso sulla compagna, come un guinzaglio. Ma poteva anche essere un’impressione della cacciatrice. Sulla ragazza non si scorgevano segni evidenti di percosse. Però i vestiti larghi che indossava potevano essere un modo per occultarli. A parte l’atteggiamento del ragazzo, la loro dinamica di coppia non era sospetta.
Eppure c’era qualcosa che non quadrava.
Troppo griffati per un discount, pensò. Sono del centro. Lei l’ha convinto a venire fin qui per fare la spesa e lui è contrariato. Si sta chiedendo cosa ci fanno in un ritrovo per immigrati e casalinghe sfigate. Ed è già la seconda volta che la fidanzata lo trascina in questo posto. Lui gliela farà pagare, si disse.
Decise di cercare conferme alla propria ipotesi.
Spinse il carrello nella loro direzione. Quando furono tutti e tre accanto a un frigo, si accostò e, senza chiedere permesso, passò proprio in mezzo a loro per aprire lo sportello e prendere una bottiglia di latte. Sollevò per un attimo gli occhi sulla ragazza, confidando che lei se ne accorgesse. Ma l’incontro fra i loro sguardi durò appena una frazione di secondo. Troppo poco perché potesse farle un cenno d’intesa. Allora alla cacciatrice balenò un’idea. Svitò il tappo del latte e si voltò di scatto.
Il liquido bianco investì il ragazzo, annaffiandolo dalla testa ai piedi.
«Perdonami, non mi ero accorta che la bottiglia era aperta» si scusò, ma fingendo anche di trattenere un risolino.
Incredulo, lui reagì proprio come lei si aspettava. Sollevò istintivamente un braccio, stava per richiudere la mano in un pugno, ma all’ultimo si trattenne. Un gelo improvviso calò fra loro tre. Anche la ragazza aveva visto il gesto. In fondo, non era possibile ignorarlo.
«Va bene, non fa niente» affermò il biondo, ma le vene tese del collo dicevano che era carico. L’avvertimento era chiaro: sparisci dalla mia vista.
«Mi è già capitato» insistette invece lei, senza muoversi. «L’altra volta, però, erano cetriolini sottaceto.»
Sentendo nominare proprio i cetrioli, la ragazza si scosse. Però non disse una parola. Tirò fuori dalla tasca del cardigan un pacco di fazzoletti di carta e, con la scusa di asciugare il latte che inzuppava il fidanzato, le diede le spalle, facendole anche da schermo per permetterle di allontanarsi.
Mentre si avviava, sentì lui che diceva: «Da’ qua, faccio da solo».
La cacciatrice aveva raggiunto in parte il proprio scopo. Per il resto, si spostò all’esterno del discount.
Lì, individuò subito la macchina della coppia. Non poteva che essere la Porsche bianca che si distingueva da tutte le altre auto nel parcheggio. Si accese una sigaretta e attese che uscissero anche i due. Non ci misero molto.
Fuori, lui poteva finalmente sfogare la collera accumulata. La ragazza lo precedeva di qualche passo, tenendo lo sguardo a terra.
«Cercati un’altra marca di cereali, perché io non ci torno in questo cesso» inveiva l’uomo.
Quando le passarono davanti, la cacciatrice gettò a terra il mozzicone e andò verso di loro. «Ehi, scusa» richiamò l’attenzione.
Il biondino si girò, sorpreso di ritrovarsela davanti. «Che c’è ancora?»
Lei si frugò in tasca ed estrasse una banconota da cinque euro. «Ho fatto un casino e vorrei pagarti la lavanderia.»
L’altro non sapeva se mandarla a quel paese o riderle in faccia. Optò per un sorriso di scherno. «Non c’è bisogno, fidati.» L’ultima parola valeva come ammonimento. Il significato stavolta era: non mi provocare.
Lei, invece, fece un passo avanti, avvicinandosi pericolosamente a quella che il suo psicologo definiva «zona di guardia»: il perimetro entro il quale un soggetto violento si sentiva legittimato ad attaccare. «Senti, insisto.»
«Perché non ti levi dai coglioni?» ringhiò il ragazzo.
La fidanzata era paralizzata dalla paura. Faccia d’angelo, invece, stava per scattare.
«Guarda, mi sento in colpa» affermò la cacciatrice, e provò a infilargli i soldi nella tasca anteriore dei pantaloni.
Sorpreso dal gesto così sfacciato, lui arretrò ma poi avanzò di nuovo e l’afferrò per il collo, scaraventandola su una delle auto in sosta. «Non toccarmi, lesbica di merda!»
Mentre cercava di divincolarsi per non soffocare, la cacciatrice di mosche spostò lo sguardo sulla ragazza che continuava a osservare la scena impietrita. Bene, si disse. Se vede che è capace di farlo anche a un’altra donna, magari capisce che il suo non è vero amore. E magari trova il coraggio per fare qualcosa di più che lasciare un barattolo di sottaceti nel posto sbagliato. Magari lo denuncia.
La cacciatrice staccò una delle mani dal braccio del giovane per andare a recuperare qualcosa dalla tasca della giacca jeans. Lui non si accorse del gesto ma, poco dopo, la sua espressione mutò. L’ira si spense sulla sua faccia e allentò subito la presa.
Aveva riconosciuto la lama del coltello a scatto che gli premeva sui testicoli.
La cacciatrice tossì, sputandogli in faccia un grumo di catarro. «Scusa, caro» disse, con la gola in fiamme.
La mosca era caduta nella tela. Adesso, però, toccava alla ragazza.
La cacciatrice si voltò verso di lei. «Va tutto bene» la tranquillizzò. Poi prese lo smartphone e glielo porse.
Il fidanzato le lanciò uno sguardo d’odio. «La conosci?»
Lei ci pensò un momento, fissando il telefono, incerta sul da farsi. «No.»
«Troia, invece la conosci.»
La cacciatrice intervenne per darle manforte. «Possiamo denunciarlo per aggressione.» Avanti tesoro, la esortava mentalmente, prendi questo cazzo di cellulare e fai quel numero. È il momento di sbarazzarti per sempre di questo bastardo. È sufficiente che tu mi dia un motivo, anche piccolo. Basterebbe che mi chiedessi semplicemente aiuto e arriverebbero subito i rinforzi.
Ma l’altra tentennava.
«Possiamo far finire tutto questo» affermò allora la cacciatrice, venendo allo scoperto.
In quel momento, il dolce viso della ragazza si trasfigurò, trasformandosi in una smorfia incattivita. «Chi cazzo sei tu, puttana? Che vuoi da noi?»
Quella prima persona plurale valeva come una sconfitta. Improvvisamente, i due si somigliavano. La cacciatrice capì all’istante che non l’avrebbe mai potuta salvare. Grave soggezione psicologica, perdurante stato di soggiogamento: c’erano molti modi per definire quello stato di cattività. La belva addomesticata leccava la mano del domatore, si piegava al solo schioccare della frusta. La cacciatrice, delusa, si sentì in dovere di impartirle un’ultima ramanzina. «La prima volta ti dà solo un ceffone e tu lo perdoni subito, ti dici che lui non è così, che magari ha bevuto troppo. La seconda ci metti un po’ di più a perdonarlo, ma poi dai la colpa allo stress. La terza è colpa tua, almeno è ciò che ti racconti: l’hai fatto incazzare di brutto perché, quando ti ci metti, sei brava a far girare le palle agli uomini. Ma gli schiaffi nel frattempo aumentano. Presto diventano calci e pugni, e tu non sai più come coprire gli ematomi, perché anche il fondotinta non basta più. Ogni tanto lui piange, ti chiede scusa. Fai l’amore con lui sperando di dimenticare tutto, ma intanto preghi di non rimanere incinta. L’unica cosa che ottieni è che non riesci più a guardarti allo specchio, per la vergogna e per i lividi. Ma sta’ tranquilla, ci penserà lui a risolvere il problema quando ti afferrerà per i capelli e ti ci schianterà sopra con la faccia, mandandolo in frantumi...» Richiuse la lama del coltello nel manico. In quel momento, notò un impercettibile crollo nella ragazza, che ripiegò le spalle, avvilita. La implorò con lo sguardo affinché trovasse il coraggio che le era mancato fino ad allora, ma forse era davvero senza speranza.
Adesso sei di nuovo sola, pensò per lei. Sola con lui.
Si voltò per andarsene. Mentre si allontanava con le mascelle serrate per la rabbia, passò accanto alla Porsche e, senza che i due se ne accorgessero, con lo smartphone scattò una foto alla targa. Il telefonino iniziò a vibrare nella sua mano. Qualcuno le aveva lasciato un messaggio in segreteria. Lo ascoltò.
«Devi andare a Nesso» disse in modo stringato una voce femminile. «Stamattina dal lago è affiorato un braccio.»