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L’isola Comacina, con la sua vegetazione selvaggia, sembrava emergere come un relitto dalle acque del lago. Di fronte a essa, una piccola spiaggia lambita da deboli onde. Per raggiungere la breve striscia di sassi bisognava seguire un ripido sentiero che scendeva lungo un pendio alberato. Durante i fine settimana di primavera, era una delle mete preferite dalle famiglie con bambini per consumare una colazione al sacco o, semplicemente, per passeggiare. Ma nei giorni feriali non ci veniva nessuno.
Quel venerdì mattina, l’uomo che puliva era impegnato a sostituire i sacchetti all’interno dei cestini in legno posti lungo il percorso, ben sapendo che la settimana seguente sarebbe dovuto tornare lì per svuotarli. Aveva parcheggiato il camioncino nello spiazzo sovrastante ed era sceso a piedi lungo la stradina nel bosco. Intorno a lui, solo i suoni della natura. Gli uccelli, lo sciabordio dell’acqua sulla riva e una brezza leggera che scivolava dalle montagne e s’insinuava dispettosa nei cespugli di alloro, disperdendone il profumo.
Come sempre, l’uomo che puliva svolse il proprio lavoro con diligenza e attenzione. Quando ebbe finito, esitò un attimo prima di risalire il crinale, soffermandosi sul panorama delle Alpi che facevano da cornice allo specchio d’acqua. La giornata era tiepida ma lui aveva caldo, così recuperò dalla tuta un fazzoletto con cui tergersi il collo e la fronte. Nell’estrarlo, un piccolo frammento colorato precipitò ai suoi piedi. Si chinò per guardarlo meglio.
L’unghia smaltata di rosso che aveva trovato nella spazzatura della prescelta. La reliquia.
La raccolse, soffiò via la terra e si bloccò a fissarla, interdetto. Come era finita nella tasca della divisa? Per la prima volta, il suo granitico convincimento di riuscire a controllare tutto vacillò. Come era potuto sfuggirgli un simile dettaglio? Qualunque spiegazione non avrebbe comunque placato il bisogno di flagellarsi per l’errore commesso. Lo sapeva, era nella sua indole: non si sarebbe dato tregua. Ma mentre si sforzava di capire, si rese improvvisamente conto che non aveva alcuna voglia di rimettersi alla guida. In quel posto si stava bene.
Fece per gettare via l’unghia, ma si fermò. La rimise nel fazzoletto. Si disse che era meglio disfarsene in un luogo che non fosse riconducibile a lui ed era logico, ma non del tutto vero. C’era qualcos’altro. Non sapeva dire cosa fosse. Un brivido lo scosse. Quell’oggetto, all’apparenza insignificante, costituiva un pericolo. Tuttavia gli procurava una strana eccitazione. Anche le emozioni che non riusciva a dominare erano un rischio, allora per tornare in sé appoggiò la mano callosa alla corteccia di un cipresso e chiuse gli occhi. Immaginando il respiro dell’albero, fu pervaso da una nuova serenità.
Fu in quel momento che sentì le urla.
Aprì gli occhi e si guardò subito intorno, allarmato. Le grida cessarono e, per un attimo, ebbe la sensazione di averle solo immaginate. Ma poi ricominciarono, anche se per poco. Il cuore gli batteva forte, non riusciva a comprendere cosa stesse succedendo. Istintivamente, puntò lo sguardo in direzione del lago.
Attraverso i rami, intravide un corpo che si dimenava nell’acqua.
Chiunque fosse, era appena a una decina di metri dalla riva e stava annegando. Eppure, a quella distanza e con quella calma piatta, non doveva essere difficile rimanere a galla e raggiungere la spiaggetta. Allora l’uomo che puliva capì che lo sventurato era finito in uno dei vortici subacquei di cui parlava spesso la gente del lago. Ti coglievano di sorpresa e ti risucchiavano verso il fondo, senza lasciarti scampo. Si rese conto che non avrebbe mai voluto assistere alla scena. Quella morte lo atterriva. Forse perché era insensata, allora gli sembrava anche crudele. Ma, nello stesso tempo, non poteva distogliere lo sguardo.
Non riusciva a disinteressarsene.
Si mosse per seguire meglio la sorte del poveretto attraverso la fitta vegetazione. Lo vide sparire e poi riemergere più volte, annaspando disperato, in cerca di salvezza. Per un istante, riuscì a scorgere la sua faccia. Era un bambino. Ma non uno qualsiasi.
Era un bambino grassottello che indossava un paio di braccioli arancioni sgonfi.
Senza pensarci, cominciò a correre verso la riva, sfilandosi le pesanti scarpe da lavoro e abbandonandole sui ciottoli insieme agli occhiali da vista. Entrò nell’acqua dolce ma scura e gelida, facendosi strada a fatica nel liquido denso che sembrava non volerlo lasciare passare. Era come se il lago rivendicasse quella vita per sé, come se quel tributo di carne e sangue servisse per scontare il vecchio debito con una piscina colma di rifiuti.
Ma l’uomo che puliva non lo avrebbe permesso.
Quando fu immerso fino alla vita, smise di camminare e si tuffò in avanti, mettendo a frutto l’unica lezione che sua madre si fosse premurata d’impartirgli, anche se involontariamente.
Nuotare.
Allungava le bracciate, si dava energiche ripartenze con le gambe, cercando di mantenere un ritmo costante per risparmiare le forze.
«Guardami Vera, guarda come sono bravo!»
Intanto puntava dritto davanti a sé, verso il bambino.
Quando fu a un paio di metri di distanza, sentì la corrente mordergli il polpaccio nel tentativo di trascinarlo sotto. Sembrava il tentacolo di una gigantesca creatura, ma era semplicemente finito in uno dei mulinelli assassini. Rallentò ma non cedette e si liberò con vigore dalla stretta. Si rese conto che invece il piccolo stava per mollare: non urlava più e le sue braccia si muovevano in modo scomposto, come quelle di una marionetta a cui hanno appena tagliato i fili. Gli avrebbe voluto gridare di resistere ancora un po’, ché c’era quasi.
Ma il bambino s’irrigidì come un fuso di piombo, e scomparve sotto il pelo dell’acqua.
Inspirò rapidamente e s’immerse anche lui, con la preghiera che quell’ossigeno gli bastasse. Allungò la mano nell’oscurità verdastra, penetrando una foresta di alghe. Non sapeva nemmeno se fosse la direzione giusta. Però, per un istante, avvertì qualcosa al tatto. L’istinto gli disse di afferrare. Lo fece e tirò verso di sé.
Era un avambraccio.
La presa non era sicura, ma non c’era tempo per tentare altro. Sollevò il capo e, mentre la luce del giorno già svaniva e il buio si richiudeva inesorabile sopra di lui, si diede una spinta verso la superficie.
Riemerse con quel peso esanime. Non c’era modo di capire se fosse vivo o morto. L’unica era rimorchiarlo con sé verso la spiaggia.
Alla conclusione di un’interminabile traversata, quando finalmente ebbe il sentore del fondale sassoso sotto i piedi, iniziò a camminare trascinando il corpo inanimato, senza nemmeno voltarsi per verificarne le condizioni o anche solo per guardarlo. Mentre lo tirava per il polso, si accorse che il braccio si disarticolava. Gli aveva lussato una spalla, ma non poteva fermarsi a controllare. Non ancora.
Giunti sull’arenile, si lasciò cadere carponi. Ansimando, riprese faticosamente fiato. Solo allora si girò.
Non era un bambino. Era una ragazza.
Era supina, con la faccia affondata fra i ciottoli, ma lui lo dedusse dalla chioma corvina e dal fisico esile. Non si pose il problema di cosa ci facesse nel lago coi vestiti addosso. Ma dai jeans neri, dalle scarpe da ginnastica e dallo zainetto colorato che portava sulla schiena, intuì che non si trattava di una bagnante.
Si muoveva debolmente. Non era morta. Cercava di respirare.
Senza chiedersi come avesse fatto a scambiarla per un bambino di cinque anni, la girò prima che soffocasse. Quando la vide in volto, arretrò. I lineamenti delicati. I piercing alle orecchie. Una linea di matita sbavata sulle palpebre. Un ciuffo di capelli viola appiccicati alla fronte.
Dimostrava dodici, tredici anni al massimo.
Aveva gli occhi rovesciati all’indietro e una schiuma bianca le usciva dalla bocca e dal naso. L’uomo che puliva la osservava inebetito, senza fare nulla.
La ragazzina col ciuffo viola non respirava. Non sarebbe sopravvissuta a lungo.
A quel punto, gli sembrò che aver rischiato la vita per poi vederla morire su quella spiaggetta fosse stata fatica sprecata. Una parte di lui non poteva accettarlo. Prese coraggio e si mise a cavalcioni su di lei. Iniziò a comprimerle il torace con entrambe le mani. Più forte, sempre di più. Non era nemmeno sicuro che fosse la cosa giusta da fare. Sentiva sotto i palmi le fragili ossa, come quelle di un uccellino. Il costato affondava per poi rigonfiarsi, come uno stantuffo, emettendo un rantolo cupo. Insistette, affannandosi in quell’impresa, finché un fiotto d’acqua proruppe come un geyser dalle sue labbra insieme a un breve suono gutturale, aspro. L’uomo che puliva si bloccò, indeciso. Ma poi capì che la manovra era efficace e ricominciò.
Poco dopo, la ragazzina iniziò a tossire e a sputare altro liquido giallastro dai polmoni. Quando sembrava che il respiro si fosse stabilizzato, cominciò a dimenarsi come una bambola rotta. Lui impiegò qualche secondo per realizzare che era in preda alle convulsioni. Si ricordò del giorno terribile in cui da piccolo era stato portato al pronto soccorso nello stesso stato; recuperò il fazzoletto dalla tasca della tuta e glielo infilò in bocca, in modo che non si mordesse la lingua. Quando comprese che non poteva fare di più, si ritrasse ancora una volta e, mentre si rimetteva in piedi, per poco non ricadde all’indietro. Però non riusciva a andare via. Se ne stava lì, piantato, col parrucchino rossiccio che gli sgocciolava sulla faccia e senza muovere un muscolo. Fu allora che lei si placò e, contemporaneamente, sbarrò gli occhi. Profondi, tristissimi occhi marroni.
E con quegli occhi, lei lo vide.
Tu non puoi vedermi, si disse subito. Io sono invisibile. Lei era immobile, lui si rese conto di tremare. Il resto accadde molto in fretta. Prima le voci che arrivavano come un’eco lontana. Poi le figure umane che accorrevano verso di loro, lungo l’arenile.
Qualcuno aveva assistito alla scena. Qualcuno stava arrivando.
Prima di chiedersi chi fossero quelle persone, l’uomo che puliva aveva già preso una decisione. Non poteva restare lì. Anche se non aveva fatto nulla di male, non avrebbe saputo cosa dire. Non era nemmeno sicuro che gli avrebbero creduto. L’esperienza gli diceva di non fidarsi. Allora rivolse un ultimo sguardo alla ragazza col ciuffo viola, domandandosi cosa si celasse nei globi vacui che non smettevano di fissarlo.
Provò a riprendersi il fazzoletto, ma lei non allentava la presa dei denti.
Non c’era più tempo. Raccolse gli occhiali da vista e le scarpe da lavoro che si era sfilato prima di tuffarsi e, scalzo, si arrampicò in fretta sul pendio, confidando che gli alberi lo aiutassero a sparire.
Mentre procedeva svelto verso il camioncino sul piazzale, udì dietro di sé le frasi concitate di coloro che erano accorsi. Sperò che fossero troppo impegnati a prendersi cura dell’adolescente e che nessuno si occupasse di lui, ma non si voltò per controllare.
Quando raggiunse il mezzo, salì a bordo e mise subito in moto. Sbirciò soltanto nello specchietto retrovisore. Ma, a parte la strada che si lasciava alle spalle, non vide nessuno.