47

L’assassino di Valentina era minorenne al momento del brutale omicidio, perciò aveva trascorso i primi due anni di una condanna di otto in riformatorio. Una volta maggiorenne, però, era stato trasferito in una struttura penitenziaria per adulti.

In occasione di quella visita, il professore aveva ripreso a guidare e si dirigeva verso il carcere di Opera. Sul sedile accanto, la cacciatrice di mosche teneva fra le mani una foto di Valentina. Anche senza guardarla, ne sentiva il bisogno. Chissà che aspetto avrebbe avuto adesso se fosse sopravvissuta alla furia omicida, si chiese. Era convinta che sarebbe diventata una donna meravigliosa. Forse per questo dopo la sentenza non aveva più voluto rivedere Diego, nemmeno nelle foto che ogni tanto qualche paparazzo dell’orrore riusciva a rubare durante le attività di utilità sociale svolte dai detenuti fuori dalla prigione. Perciò lei non sapeva se, trascorsi cinque anni, il ragazzo era cambiato. L’avrebbe riconosciuto subito o ci avrebbe messo un po’? E come sarebbe finito quell’incontro? Lui l’avrebbe convinta di essersi pentito oppure avrebbe trovato il modo di deluderla di nuovo? L’unica cosa che sapeva era che stava andando lì con uno scopo ben preciso e non si sarebbe lasciata manipolare.

Arrivarono nei pressi della struttura carceraria, un monolito grigio in mezzo al nulla della pianura. Parcheggiarono e stavano per avviarsi all’ingresso, ma la cacciatrice si voltò verso il professore. «Preferisco farlo da sola» disse, all’improvviso.

«Sei sicura?»

«Sì» lo tranquillizzò.

«Non dimenticare mai chi hai di fronte» le raccomandò l’ex marito.

Dalla frase lei intuì due cose. Che Rinaldi era già stato lì. E che si era sbagliata a pensare che, dopo tanto tempo, fosse diventato remissivo con Diego. Il professore sapeva perfettamente che razza di essere umano ci fosse dietro le sbarre.

Lo lasciò lì, sotto il sole di quella bella giornata, e s’incamminò verso l’entrata.

Una volta risolte le formalità e superati i varchi di sicurezza, la fecero accomodare nel parlatorio. Al posto delle pareti c’erano vetri spessi almeno cinque centimetri. L’arredamento era composto da un tavolo d’acciaio e due sedie imbullonate al pavimento.

Attese circa un quarto d’ora, stringendosi all’ingessatura del braccio come un naufrago che si aggrappa al primo relitto di passaggio, temendo di andare a fondo. Poi dai muri trasparenti intravide gli agenti penitenziari che scortavano un giovane alto e magrolino, coi capelli con la riga di lato e occhiali da secchione. La porta si aprì e lo aiutarono a sedersi di fronte a lei, assicurando le manette a una catena che passava attraverso un anello posto al centro del tavolo. Per tutti i minuti necessari a compiere quelle operazioni, Diego evitò di guardarla. Poi i secondini li lasciarono soli, richiudendosi la pesante porta alle spalle.

La cacciatrice lo fissò in silenzio. Era cresciuto molto rispetto all’ultima volta, il ragazzo si era fatto uomo. Eppure lei continuava a scorgere i brufoletti sulle guance. La barba rada. L’abitudine infantile di mangiarsi le unghie. «Ciao, Diego» lo salutò.

«Ciao, mamma.»

Era tanto tempo che la cacciatrice di mosche non si sentiva chiamare in quel modo. Fu scioccante, non l’aveva previsto. Si fece coraggio. «Non darò il mio consenso ad alcuna pena alternativa al carcere. Io e tuo padre ci siamo schierati contro di te al processo proprio perché eravamo convinti che il tuo posto fosse questo. Almeno per la durata della condanna, poi si vedrà.»

«Allora perché sei venuta?» domandò l’altro, con un tono dolce, da fanciullo.

«Per sentire la tua versione.»

«La conosci, la mia confessione è agli atti.»

«Quella è la storia che hai raccontato agli altri, voglio ascoltare quella vera.»

Il ragazzo scosse il capo, sempre senza sollevarlo. «Temi che non abbia detto la verità? Che sia qui perché mi hanno costretto ad autodenunciarmi?» Rise, divertito.

Sapeva che ciò che il figlio aveva dichiarato al processo corrispondeva al vero, purtroppo. Però ignorava i dettagli personali, le sfumature più intime, gli stati d’animo che di solito non vengono riportati in una sentenza. «Nessuno ha sbagliato, sei qui perché te lo meriti.»

Il ragazzo prese un respiro. Finalmente la guardò negli occhi. «Valentina stava studiando per una delle ultime interrogazioni a scuola. L’ho chiamata per chiederle di vederci alla vecchia casa dei nonni perché, come sai bene, andavamo sempre lì a fare l’amore. Da un po’ di tempo avevo capito che c’era qualcosa che non andava: ci stavamo allontanando e non sapevo perché. All’inizio lei non voleva venire, ho insistito e alla fine ha ceduto. Sono arrivato prima di lei alla villetta e l’ho aspettata.»

«Avevi il coltello con te» gli rammentò, dura, pensando alle numerose ferite inferte.

«Sì, ce l’avevo. Ma in quel momento non sapevo realmente a cosa potesse servirmi, giuro. Forse volevo solo spaventarla o mostrarle che ero pronto a tutto per non perderla.»

«E poi?»

«Ero dentro casa, ho sentito il suo scooter nel vialetto. Ho aperto la porta e me la sono trovata davanti. Dio, com’era bella...»

«E poi?» lo incalzò di nuovo.

«Volevo andare nella stanza di quando eri ragazza, fare l’amore e ritrovare ciò che avevamo perduto. La nostra magia speciale... Ma lei mi ha guardato e mi ha detto che aveva conosciuto un altro e che stavano già insieme.»

La cacciatrice era piena di collera e si protese verso di lui. «E allora, tu cosa hai fatto?» domandò, digrignando i denti.

«L’ho presa per i capelli e l’ho trascinata lo stesso in camera. Le ho strappato i vestiti e l’ho gettata sul letto. Lei piangeva, mi supplicava, ha provato a fermarmi.»

«E tu l’hai violentata» affermò, secca.

«Avrei voluto, ma non ce l’ho fatta» riconobbe senza problemi. «Mi sono sentito impotente, per questo ho tirato fuori il coltello.»

La cacciatrice era allibita. Quelle parole di odio venivano dal cuore del bambino che aveva portato in grembo. Che aveva allattato, cresciuto, educato, credendo di fare il meglio per lui. Inconsapevole che, invece, il suo piccolino fosse capace di una simile ferocia. «Perché l’hai uccisa?»

«Perché ero debole e lei ne ha approfittato per ferirmi e farmi del male.»

La cacciatrice di mosche constatò con disgusto che le scuse dei maschi che usavano la violenza contro le donne erano sempre le stesse, indipendentemente dall’età. Allora sbraitò: «Perché?!»

«Perché ero il più forte e volevo che soffrisse» confessò, finalmente.

Diego si mise a piangere. Le lacrime gli imbrattarono la faccia e i singhiozzi gli squassavano il petto. Sembrava un cucciolo indifeso. Da madre, provò l’istinto inspiegabile di stringerlo a sé e consolarlo. Sapeva che era sbagliato ma, anche se non l’avrebbe mai fatto, non riusciva a impedirsi di pensarlo. «Tu sei il mio più grande fallimento» disse, con l’anima che andava in pezzi.

«Non è colpa tua. E nemmeno di papà» disse il ragazzo. «Penso di essere stato come sono adesso fin da bambino. È come se avessi un appuntamento con la morte, non so come spiegartelo diversamente. E sapevo che ci saremmo incontrati, prima o poi.»

Stava quasi per cascarci ma, in quel momento, nella mente della cacciatrice sfilò l’ombra dello sconosciuto del lago, un mostro assassino che si gettava in acqua per soccorrere la figlia adolescente dei Rottinger. «Affermare che sei fatto così e non puoi farci niente non è una scusante, anzi è peggio» replicò con calma al figlio. «Perché, invece di uccidere Valentina, avresti potuto salvarla.»

Il ragazzo non capì. «Salvarla da cosa?»

La madre lo fissò con tristezza. «Da te.»

Poco dopo, vennero a prendersi Diego per riportarlo in cella. La cacciatrice di mosche assistette alla scena con la stessa pena con cui una mamma osserva il passaggio del feretro di un figlio morto prima del tempo. Probabilmente era ciò che avevano provato i genitori di Valentina, perciò sentiva di meritarlo.

Dopo che l’ultimo cancello del carcere la lasciò passare, si ritrovò di nuovo nel parcheggio senza avere idea di cosa ne sarebbe stato della sua vita da quel momento in poi. Aveva esaurito la forza di disperarsi e anche il dolore.

Vide il professor Rinaldi che le veniva incontro. Non disse niente. L’abbracciò e piansero. Anche se sapevano che non si sarebbero mai più rimessi insieme, in quel momento erano di nuovo i due ragazzi che si erano conosciuti e innamorati tanti anni prima e che per amore avevano messo al mondo un figlio.

Prima di dirsi di nuovo addio, per pochissimo tornarono a essere come una famiglia.

Io sono l'abisso
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