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Alle sei del mattino, il bar della stazione ferroviaria iniziava a riempirsi di gente.

L’uomo che puliva se ne stava in disparte a uno dei tavolini in fondo al locale, con una tazzina sporca davanti a sé, lasciata da chi era seduto lì prima di lui. Le mani cacciate nelle tasche del giubbotto grigio, il berretto ben calcato sulla testa, scrutava il viavai di avventori che si davano il cambio davanti al bancone. I pendolari non avevano bagaglio, facevano una veloce colazione prima di raggiungere il posto di lavoro. Quelli con la valigia, invece, se la prendevano più comoda: bevevano il caffè e controllavano l’orario, pronti ad avviarsi verso il loro binario. L’uomo che puliva si domandava da dove venivano e dov’erano diretti quei viaggiatori. Se partivano per ritornare oppure lasciavano quel luogo per sempre. Dov’era casa loro, se avevano dovuto dire addio a qualcuno o se qualcuno, da qualche parte, li stava aspettando.

Nel mezzo di queste riflessioni, ogni tanto sollevava lo sguardo anche sul televisore attaccato alla parete, su cui scorrevano a ripetizione le immagini di un telegiornale. Ormai aveva imparato a memoria la sequenza delle notizie e sapeva che, dopo i servizi di cronaca internazionale, sarebbero riapparsi l’uomo e la donna che aveva visto nella fotografia dell’ospedale.

Sotto il bersaglio dei flash e accerchiato dai microfoni, il padre della ragazzina con il ciuffo viola rilasciava una dichiarazione all’uscita dal Sant’Anna. La sua voce si mischiava con gli annunci dei convogli in arrivo o in partenza, scanditi dagli altoparlanti.

«Vorrei conoscere l’uomo che ha rischiato la vita per salvare mia figlia» diceva tenendo un braccio sulle spalle della bella moglie, ancora troppo sconvolta per parlare. «Non so perché abbia scelto di rimanere anonimo ma lo rispetto, anche se da genitore spero che si faccia avanti per stringergli la mano.»

L’uomo che puliva aveva ascoltato e riascoltato quelle parole, ma ogni volta gli sembrava di cogliere una stonatura. Sapeva di non essere molto intelligente, ma era comunque in grado di prevedere le conseguenze.

«Non so perché abbia scelto di rimanere anonimo...»

Quella frase gettava un grave sospetto su di lui. Sicuramente qualcuno si stava chiedendo se il motivo della decisione fosse meno nobile del gesto che aveva compiuto, se il buon samaritano avesse qualcosa da nascondere.

Verranno a cercarmi, si ripeteva, senza avere dubbi. Micky ha ragione, loro verranno. Per questo si rimproverava di non essere riuscito a liquidare la ragazza col ciuffo viola in ospedale. Aveva perso un’opportunità che non si sarebbe ripresentata. A Micky non sarebbe piaciuto.

«Nostra figlia si riprenderà presto» stava spiegando l’uomo nella tv.

Proiettava un’idea di sé molto potente, di forza e anche di sicurezza. Non sapeva chi fosse quel tale, né perché i cronisti fossero tanto interessati alla vicenda. Però ipotizzava che dovesse trattarsi di qualcuno d’importante, visto che non poteva nemmeno affrontare in pace il dramma che aveva colpito la sua famiglia. Anche quell’aspetto era rilevante per l’uomo che puliva. La gente non si stancherà di questa storia finché non ne avrà abbastanza, ponderò. E a giudicare da quanti, nel bar, si soffermavano ad ascoltare la notizia, si poteva intuire che non sarebbe accaduto tanto presto.

Un’altra delle ragioni per cui i giornalisti non si sarebbero fermati era legata alla domanda di un reporter sulla dinamica dell’incidente. Mentre rispondeva, sul volto del padre dell’adolescente era passata un’ombra. L’uomo che puliva l’aveva intravista, riconoscendo all’istante lo spettro della paura.

«È scivolata nel lago mentre faceva una foto col cellulare, si è rotta una caviglia. Una leggerezza che poteva costarle cara, ma si sa come sono i ragazzi a quell’età: credono di essere immortali» aveva dichiarato con un sorriso forzato. «Probabilmente si stava scattando un selfie.»

La maggiore preoccupazione di quel padre era che le cose non fossero andate realmente come raccontava. L’incertezza lo stava lacerando. La necessità di proteggere la figlia nascondeva anche il timore della verità.

E, probabilmente, l’uomo che puliva aveva la soluzione del mistero.

Era ironico, pensò. Il padre della ragazza non poteva sapere che un estraneo senza nome, seduto a un tavolino di un bar della stazione, era in grado di comprendere meglio di chiunque altro il dubbio che lo angustiava. Non poteva immaginare che uno sconosciuto, diversissimo da lui, dalla sua famiglia e da quelli di cui solitamente si circondavano, lontano dal suo modo di intendere la vita e le cose del mondo, possedeva qualcosa che lo riguardava. Qualcosa che avrebbe potuto mandare in frantumi in un istante il suo universo di cristallo.

Una risposta.

L’uomo che puliva doveva soltanto trovare una buona ragione per verificare la propria teoria. Ma ciò avrebbe comportato un ulteriore coinvolgimento, un altro passo nella luce. Non sapeva se gli convenisse abbandonare il conforto delle tenebre. Ecco perché era venuto alla stazione e se ne stava seduto lì da più di un’ora.

Doveva decidere se la cosa più giusta per lui fosse salire su un treno a caso e sparire per sempre.

In fondo, lo aveva già fatto tante volte. Senza portarsi appresso niente. Lasciando tutto com’era. Una casa, oggetti di scarso valore, pochi abiti appesi in un armadio. Non avrebbero trovato altro sul suo conto. Nessuno si sarebbe fatto domande.

E non aveva timori nemmeno riguardo a ciò che c’era dietro la porta verde.

All’inizio si sarebbero chiesti il perché ma, dopo essersi resi conto che tanto non erano in grado di capire, se ne sarebbero scordati.

Forse anche lui avrebbe dovuto cercare di dimenticare la ragazzina col ciuffo viola, nella speranza di essere dimenticato a sua volta. Andare in un’altra città, trovare un altro appartamento. Dipingere un’altra porta di verde e confinare dietro di essa il proprio segreto. Rimettere le cose a posto. In fondo, aveva trascorso dieci anni a Como. Non era mai stato per così tanto tempo nello stesso luogo. Poteva anche bastare.

Quando comprese di aver preso una decisione, si alzò dalla sedia. Provava un formicolio nelle braccia per essere stato troppo tempo immobile nella stessa posizione, o forse era per effetto della tensione accumulata nelle spalle. Tenendo il capo abbassato per non farsi notare, uscì dal bar e si diresse verso uno dei corridoi che portavano ai binari.

Le persone gli passavano accanto, lo sfioravano. Nessuno sapeva chi era l’uomo che procedeva in mezzo a loro. Era solo una macchia trasparente che transitava fugace nel loro campo visivo per poi sparire. A volte si domandava come avrebbero reagito se si fossero soffermati con lo sguardo, anche solo per un momento. Le uniche volte in cui l’uomo che puliva decideva di andare fra la gente era per provare quella sensazione di potere che gli derivava dall’essere invisibile.

Ma stavolta era diverso.

Il vero motivo per cui quel mattino aveva scelto di rifugiarsi in una stazione ferroviaria era perché lì si poteva ancora trovare un telefono pubblico. La sua permanenza a Como era legata alla chiamata che stava per fare.

Sollevò la cornetta e infilò gli spiccioli nell’apposita fessura. Quindi iniziò a comporre la sequenza numerica che aveva scorto sul polpaccio della ragazzina nel letto d’ospedale.

Dall’altra parte della linea, cominciarono a stillare gli squilli.

Dopo un tempo infinito, rispose una voce maschile. «Pronto...»

L’uomo che puliva non disse nulla. Attese.

«Pronto» ribadì l’interlocutore, infastidito. «C’è nessuno?»

Sa che sono qui, mi sente respirare.

«Insomma, chi è?»

L’uomo che puliva riattaccò. Quelle poche parole erano state sufficienti a identificare la voce.

Volevi conoscermi, no? Bene, adesso mi hai conosciuto.

Io sono l'abisso
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