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Una grande villa grigia adagiata sulla sponda del lago, a Cernobbio. Da lontano somigliava a una scatola antica, riccamente decorata. Alte vetrate affacciavano su un giardino con le siepi che sembravano intagliate per formare geometrie perfette. Cipressi e cespugli di rose. Sedili di pietra e fontane.

L’uomo che puliva osservava la casa da un’altura poco distante, provando a immaginare come potesse essere vivere lì. Per quanto si sforzasse, però, non ci riusciva. La distinzione fra il suo mondo e quello era così netta che fino ad allora non si era mai posto una simile domanda. Ma si rese anche conto che per avere una risposta non sarebbe bastato varcare il confine, bisognava proprio nascere dall’altra parte. Nel suo modo semplice di vedere le cose, era convinto che i ricchi fossero sempre felici. Improvvisamente, però, ciò che era accaduto due giorni prima gli aveva fatto cambiare idea.

«È scivolata nel lago mentre faceva una foto col cellulare» aveva dichiarato il padre della ragazzina col ciuffo viola ai cronisti fuori dall’ospedale. «Probabilmente si stava scattando un selfie.» Ma il numero di telefono scritto a penna sul polpaccio della figlia raccontava un’altra storia.

L’uomo che puliva non sapeva cosa ci facesse davanti a quella casa. Ma qualcosa, un impulso mai provato prima e a cui non sapeva nemmeno dare un nome, lo spingeva a scoprire quale fosse il segreto della ragazza che aveva salvato. Per questo aveva indossato la solita divisa verde, anche se quella mattina aveva chiamato al lavoro per prendere un giorno di permesso.

Conosceva un unico modo per trovare la verità ed era scavare nei rifiuti della gente.

Le persone sono deboli, si diceva. Commettono peccati di cui spesso si vergognano. E, proprio per questo, tendono a nascondere chi sono realmente. Ma spesso le persone ignoravano un particolare: le cose che buttavano via con tanta leggerezza mentre costruivano la loro menzogna, gli scarti della loro finzione, potevano rivelare chi fossero davvero.

I ricchi erano particolarmente bravi a occultare la propria spazzatura, altrimenti la puzza avrebbe ammorbato lo splendore che li circondava. I proprietari della villa sul lago avevano un autonomo sistema di compostaggio dell’organico. Per il resto c’era un deposito interno, situato in un’apposita casupola, ben distante. Nei giorni prefissati, la servitù lasciava un bidone fuori da un cancello laterale. L’uomo che puliva stava studiando il modo d’impossessarsi del contenuto del cassonetto, evitando di incrociare gli occhi delle telecamere di sicurezza. Non sarebbe stato semplice. Forse era meglio lasciar perdere. Ma c’era un pensiero che lo tratteneva dal farlo.

La ragazza aveva cercato di farsi del male, ne era sicuro. Non è caduta in acqua per sbaglio, si ripeté. Si è buttata.

Scrivendosi addosso il numero di cellulare del padre, aveva espresso la volontà che fosse il genitore a saperlo per primo dopo che avessero ripescato il suo cadavere. Per questo, il tentativo di far passare l’accaduto per un incidente lo faceva infuriare. I ricchi si servivano di alte mura di cinta ma non con l’intento di rinchiudersi, bensì per non essere costretti a guardare come viveva la gente che non era come loro. E assumevano persone di servizio che ripulissero i loro escrementi. Perciò quella bugia era solo un altro modo per nascondere qualcosa che non gli piaceva.

L’uomo che puliva stava per tornare al suo misero appartamento quando vide giungere un’ambulanza a sirene spente, seguita da una Mercedes nera coi vetri oscurati. Il cancello in ferro battuto si aprì automaticamente e il piccolo corteo s’immise nel viale di ghiaia bianchissima che, serpeggiando nel prato verde brillante, conduceva all’entrata della villa.

Dal retro dell’auto scesero un uomo con blazer e maglioncino e una donna con l’impermeabile, una grande borsa e occhiali scuri. I genitori della ragazza col ciuffo viola furono accolti da uno stuolo di domestici schierati all’ingresso, che subito si adoperarono per portare dentro i bagagli e sistemare uno scivolo d’acciaio sulla scalinata.

Poco dopo, gli infermieri aprirono gli sportelli posteriori dell’ambulanza, estraendo una sedia a rotelle con la ragazzina.

L’uomo che puliva era troppo distante per comprendere le sue reali condizioni, ma gli sembrò che, a parte la gamba col tutore, stesse abbastanza bene.

La madre assisteva immobile, con le braccia strette intorno al grembo. Il padre, invece, dava l’impressione di avere tutto sotto controllo: impartiva disposizioni al personale affinché la carrozzina fosse introdotta in casa in sicurezza, attraverso la passerella.

Mentre guardava la scena, l’uomo che puliva ripensò anche a cosa stava facendo lui poco prima di notare la ragazza in mezzo al lago. La giornata perfetta. La brezza del bosco. Il panorama delle Alpi. La temperatura tiepida, ma stava sudando: per tergersi il collo e la fronte, aveva estratto dalla tasca il fazzoletto. Lo stesso che avrebbe messo in bocca all’adolescente mentre aveva le convulsioni. Allora ricordò l’esile corpicino che si dibatteva ma anche il rantolo cupo che le usciva dalle labbra mentre lui si sforzava di riportare l’aria nei suoi deboli polmoni. Lo sguardo fisso con cui l’aveva trafitto appena era tornata indietro dal buio della morte.

Il prima e il dopo. Due momenti distanti e vicinissimi. Da allora era cambiato tutto. E, anche se era consapevole di dover accettare il nuovo stato delle cose, l’uomo che puliva non sapeva ancora il motivo.

Perché si trovava lì? Quello non era il suo posto.

La sedia a rotelle varcò la soglia della villa e, mentre le porte si richiudevano, notò il padre della ragazza col ciuffo viola che si attardava all’esterno: si fermò, rimase immobile per qualche secondo, poi si voltò di scatto verso il lago e il giardino. Quell’uomo, ricco e potente, fece spaziare la vista intorno a sé, come se cercasse qualcosa o qualcuno oltre il confine fra il suo mondo e quell’altro, dove non aveva mai guardato.

Forse la conferma a un presentimento. Forse la risposta a una telefonata muta ricevuta all’alba.

Io sono l'abisso
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