7 giugno
Alla scritta, su su in cima, mancano alcune lettere, altre sono storte. Anche se ha solo cinque anni e non va ancora a scuola, riconosce la G e la H e sa che il cerchietto corrisponde sempre alla O, che ora è anche la forma dello stupore sulle sue labbra.
«Grand Hotel» legge Vera per lui mentre si avvicinano, indicando l’alto edificio che li attende, addormentato. Le finestre sono tanti occhi ciechi. Nei muri lunghe rughe che si sbriciolano, solchi di lacrime secche. Le scritte e i disegni colorati invece di mettere allegria fanno somigliare il palazzo a un vecchio gigante umiliato. La porta d’ingresso sembra una giostra rotta, ed è sbarrata con assi di legno. Piccoli arbusti bucano l’asfalto del piazzale come dita di scheletri che cercano di uscire dalle tombe.
In mezzo a un coro d’invisibili cicale, si sentono solo gli zoccoli di Vera e lo strascinio delle ciabattine di plastica del bambino. Il bambino coi pantaloncini blu e la canottiera è controtempo, non ce la fa a tenere il passo. Al contrario, Vera sembra così sicura in cima ai suoi zoccoli con la fibbia luccicosa, slanciata come un fenicottero.
Il sole è accecante. Però il bambino proprio non ce la fa a non alzare lo sguardo per ammirare la donna mentre camminano insieme, l’uno accanto all’altra. Vera porta gli occhiali con le lenti scure, da gatta, tre grossi bracciali le scivolano sul gomito mentre trattiene il cappello di paglia che a lui piace tanto, quello con la fascia rosa che gira tutt’intorno e che hanno rubato insieme in un negozio di souvenir. È stato lui a chiederle di metterselo prima di uscire di casa, e lei lo ha accontentato. Sotto gli shorts e la maglietta, Vera indossa il bikini coi fiori verdi e gialli delle dive del cinema. I capelli biondissimi e gonfi brillano alla luce del mattino. La sua pelle è liscia e morbida, con dei minuscoli e graziosi nei scuri che noti solo se le stai molto vicino.
Il bambino la osserva e diventa triste. A volte gli sembra di non meritare una mamma tanto bella. Lui molliccio e sgraziato, lei così perfetta.
«Avanti, siamo quasi arrivati» lo esorta Vera, un po’ seccata.
Il bambino ha il fiatone, vorrebbe chiederle di rallentare almeno un po’, ma non lo fa perché ha paura che lei gli lasci la mano per proseguire da sola. Quel contatto fisico è così raro che quasi non gli sembra vero che non si sia ancora liberata dalla sua stretta sudaticcia.
Ma oggi è una giornata speciale.
Vera porta appesa a una spalla una grande borsa, in cui ha stipato i teli di spugna insieme al pranzo: due panini e un paio di Coca-Cola. Si sente il profumo della mortadella e il suono delle bottigliette che tintinnano.
Oggi è la loro Grande Avventura.
Ne parlano da settimane. È stata lei a proporlo e già questo è stato abbastanza strano. Il bambino pensava che, come le altre volte, Vera se ne sarebbe dimenticata. Ma non è successo. Gli ha fatto una promessa e, a quanto pare, sta mantenendo la parola.
Fa niente se il posto della Grande Avventura non è come se l’era immaginato. Perlomeno non c’è nessun «moscone» insieme a loro. Per strada si voltano sempre mentre passa Vera, la accerchiano coi loro mille occhi e bisbigliano con la voce incomprensibile e fastidiosa delle mosche. Solo lei sembra non accorgersene. Ogni tanto, uno riesce a farla ridere e allora succede che Vera lo faccia entrare nella loro vita senza nemmeno chiedere se a lui stia bene. Ma oggi è diverso. Oggi nessuno farà ridere sua madre fino a farle dimenticare il suo bambino.
Oggi Vera è soltanto sua.
Ormai ha capito che tanto i mosconi vanno e vengono, nessuno resta. A volte Vera si stanca di loro, a volte capita il contrario. Di solito si limitano a ignorarlo e a lui va bene così. Qualcuno però, di tanto in tanto, si accorge di lui e magari si mette a fare il padre, anche se non lo è, e decide di insegnargli l’educazione. Il ricordo dell’ultima lezione è un segno sotto l’ascella, il bacio arroventato di una sigaretta.
Il bambino non sa chi sia il suo vero papà. Non l’ha mai domandato a Vera. Probabilmente uno dei mosconi di passaggio. Uno brutto e ciccione che, prima di sparire, ha messo la sua bruttezza dentro la pancia di Vera. E il risultato è lui. Forse è per questo che Vera gli ha proibito di chiamarla mamma. Lui la chiama così solo nei suoi pensieri. Non usano mai nemmeno la parola «famiglia». Ma perfino Vera sa che, se metti al mondo un figlio, devi spiegargli le cose e anche assicurarti che poi lui le impari. Per esempio, settimane prima hanno visto insieme un film e c’era questa «famiglia» che organizzava una gita al mare. C’era anche un bambino come lui. Il suo papà gli regalava una maschera da sub, impegnandosi a istruirlo su come usarla.
In questo consiste la Grande Avventura: Vera gli ha promesso che oggi gli insegnerà a nuotare.
Non ha un costume da bagno. Ma quando, prima di uscire, l’ha fatto notare a Vera, lei gli ha risposto: «Il costume non ti serve, le mutande andranno benissimo».
Adesso non gli importa più, è a posto anche così. Col cuore che gli batte a mille, si inoltra insieme a lei fra i cespugli e, calpestando calcinacci e vetri rotti, girano intorno al Grand Hotel fino a spuntare sul retro.
«Che ti avevo detto?» dice la donna, con tono entusiasta, indicando davanti a sé una piscina a forma di fagiolo.
Senza accorgersene, il bambino sfila la mano da quella della madre e rimane impalato. Nonostante abbia solo cinque anni, ha già imparato quanto può essere doloroso fidarsi troppo della propria fantasia. Soprattutto quando c’è di mezzo un’idea di Vera. Ma stavolta è diverso. La realtà è un sasso nella gola.
L’acqua è nera. Piccoli insetti volanti e qualche libellula si rincorrono sfiorando la superficie che sembra una pellicola trasparente.
«Allora, cosa c’è che non va?» chiede Vera, infastidita.
«Niente» prova a fingere, ma sa di non essere credibile.
«Avanti, che c’è?»
Ma lui proprio non riesce a mascherare la delusione.
«Possiamo sempre tornarcene a casa» minaccia Vera.
«No!» si affretta a frenarla, temendo di aver rovinato tutto. «Restiamo» prova a convincerla con voce supplichevole.
Vera lo scruta per un momento, un sopracciglio che si solleva dietro le lenti scure. Poi si guarda intorno. «Cerchiamo un posto per prendere il sole» sentenzia, per fortuna, tirando fuori un telo dalla borsa. Alla fine si sistemano in uno slargo, in mezzo a un cerchio di sedie a sdraio sfondate. Vera si sfila shorts e maglietta e si distende per terra. «Non ti spogli?» gli domanda. «Avanti» insiste.
Il bambino inizia dai pantaloncini e, solo dopo, si toglie anche la canottiera. Sua madre lo fissa per tutto il tempo, e lui è imbarazzato. Si aspetta che Vera faccia una delle sue solite battutine o che lo chiami ciccione o grassone. Ma stavolta non accade.
«Perché non fai un tuffo?» gli propone.
Lui si volta verso la piscina, ammutolito.
Vedendo la sua reazione, Vera scoppia a ridere. Ma è una risata buona perché poi fruga nella borsa e dice: «Ti ho portato una sorpresa...»
Una sorpresa? Le sorprese di sua madre di solito non sono divertenti. Come quando gli ha detto che usciva per comprargli un regalo di compleanno e poi l’ha lasciato da solo in casa per tre giorni.
Vera, però, gli mostra un paio di braccioli gonfiabili.
«Metterai questi all’inizio» gli spiega mentre già comincia a soffiarci dentro. «Così imparerai più in fretta.»
Non riesce a crederci. Al massimo Vera ha rubato qualcosa per lui mentre si aggiravano insieme in un negozio o in un supermercato. Di solito scarpe o vestiti. Tutto ciò che il bambino possiede, compresi i pochi giocattoli, è refurtiva oppure qualcosa che è stato gettato via da qualcun altro. Quando la madre ha finito di gonfiare i braccioli, lo aiuta a indossarli. Lui osserva felice le ciambelle arancioni intorno alle proprie braccia. Ora deve soltanto trovare il coraggio di entrare in quell’acqua.
«Adesso sei pronto» lo sprona lei.
Il bambino si avvia fiducioso, ma poi si blocca a metà strada: non vede l’ombra della madre accanto a sé. Allora si volta: Vera è sempre seduta sul telo, si sta accendendo una sigaretta. «Tu non vieni?» le domanda.
«Finisco questa e arrivo» gli promette. «Comincia tu.»
Il bambino vorrebbe aspettarla. Lei lo capisce subito.
«Che c’è... hai paura?»
Al bambino non piace quel tono. Ma Vera lo usa spesso. A volte succede in presenza di uno dei suoi mosconi, e finiscono con lo sghignazzare insieme di lui.
«Non ho paura» afferma cercando di mostrarsi sicuro, perché non vuole rovinare quella giornata. Quindi s’incammina di nuovo verso la piscina. Arrivato sul ciglio, allunga un piede oltre il bordo e intinge un alluce nell’acqua che sembra gelatina. Sa che Vera lo sta guardando, sente i suoi occhi piantati in mezzo alle scapole. Perciò non vuole esitare troppo. Decide di sedersi e d’immergere prima le gambe, fino alle ginocchia. Le vede sparire in quell’ombra liquida e un freddo solletico si arrampica lungo la schiena sudata. Monco e insicuro, comincia a fare profondi respiri.
«I braccioli ti manterranno a galla» gli assicura Vera dalla sua postazione. «E poi ti tengo d’occhio io.»
Il bambino cerca la forza di entrare in quel fluido immobile. Sa che non ha molto tempo. Il tempo è alleato della paura, l’ha imparato quella volta che Vera gli ha tirato addosso un posacenere di vetro un giorno che lei era infelice e aveva bevuto molto. Un timoroso secondo di troppo e si è ritrovato con un bel taglio dietro l’orecchio sinistro.
«Se non lo fai da solo, ti ci butto io in quella cazzo di piscina» dice con voce cupa sua madre, mentre sbuffa una nuvola di fumo di sigaretta.
Il bambino socchiude gli occhi, si lascia andare.
All’inizio affonda, ma poi qualcosa lo spinge su. Per fortuna i braccioli lo tengono a galla in quel brodo nero. Ma è come se la piscina si fosse risvegliata. Non è una sensazione piacevole. Allora lui inizia a muovere freneticamente i piedi, più per sfuggirle che per nuotare.
«Hai visto che non era difficile?» lo rimbrotta Vera. «Adesso cerca di andare un po’ in giro.»
Andare un po’ in giro? Che vuol dire? Non sa nemmeno come cambiare direzione. Ma non vuole deluderla. Perciò si impegna e, agitando anche le braccia, si sposta verso il centro della pozza. L’essere riuscito a colmare quel breve tratto lo riempie di orgoglio. Ma dura poco. Gli sembra di sfiorare qualcosa sotto di sé. O forse è proprio quella cosa che cerca di afferrarlo. Una carezza sulla caviglia. Si volta di scatto, come a volersene liberare. Una mano? Emette un urlo stridulo, «da femminuccia» direbbe Vera, mentre il piede aggancia un corpo estraneo che riemerge per un istante accanto a lui, tornando subito a inabissarsi. Un ramo secco e nodoso. Sente sua madre ridere da lontano. Ma poi la sua attenzione viene attirata da qualcos’altro. Un leggerissimo spiffero, che gli arriva dritto sulla guancia. Ma da dove viene? Si volta verso il bracciolo destro.
C’è un forellino sulla plastica arancione.
Quell’insignificante buchino è sufficiente a far scappare tutta l’aria. Mentre il bracciolo si sgonfia, sente già l’arto più pesante. Vorrebbe darsi una spinta decisa per tornare verso il bordo. Ma non fa in tempo a reagire che avverte la stessa sensazione anche all’altro braccio.
Gli unici sostegni che lo tengono sospeso sull’abisso lo stanno abbandonando.
Si divincola, con l’assoluta convinzione che l’acqua sporca voglia trattenerlo. Il mento inizia a immergersi ripetutamente, la brodaglia sale fino alle labbra. La piscina non vuole lasciarlo andare. La sua prima reazione è avvertire Vera di ciò che sta accadendo. Riesce a sollevare il capo nella sua direzione e prova a chiamarla, ce la fa quasi a pronunciare per intero il suo nome. La scena che gli appare dura un istante, e lo sgomenta.
Vera ha raccolto il telo da terra e lo sta infilando nella grande borsa.
La paura lo assale. Si irrigidisce e finisce sotto. Riemerge a fatica. Brancola. Guarda di nuovo. Vera si è infilata il cappello di paglia e gli occhiali da gatta e si sta allontanando di spalle, i suoi fianchi ondeggiano mentre cammina tranquilla sugli zoccoli con la fibbia luccicosa. Il suo cuore di bambino gli dice che non sta accadendo veramente. Prova a urlare, a richiamarla. Ma il risultato è che deglutisce altra acqua amara che gli fa perdere il respiro. Annaspa, sprofonda. Per cercarla con lo sguardo, tira indietro la testa. Non la vede. Se n’è andata. Non c’è.
Sua madre non c’è più!
I braccioli sono ormai flaccide appendici. Lui piange e mulina le braccia. Dall’abisso cominciano a riaffiorare dei resti. Lo circondano. Bottiglie di plastica e lattine, qualche tanica arrugginita, sacchetti di spazzatura. Nel disperato tentativo di mettersi in salvo, prova perfino ad aggrapparsi a quei rifiuti, inutilmente. Sente i propri lamenti soffocati mentre lacrime calde gli colano sulla faccia bagnata. L’orrore esplode dentro la pancia insieme all’angoscia. Il bordo è vicino eppure è lontanissimo. Continua a finire sott’acqua, ma riesce ancora a riportarsi in superficie. Quanto durerà? Il prossimo respiro potrebbe essere l’ultimo, lo sa. Scalcia, non vuole rassegnarsi. Si dibatte come un pesce in un enorme lavandino, che prova a sottrarsi al risucchio dello scarico. Il bordo è vicino. Ma non abbastanza.
Non abbastanza!
Sente che le forze lo abbandonano. Sente che le gambe stanno per cedere, irrigidite dai crampi. Le braccia sono già andate, non le sente quasi più. Il ciccione sta affogando, il ciccione va giù, ripete a se stesso, schernendosi con la stessa vocina spietata che Vera ha usato tante volte come un pungolo contro di lui.
Ma esattamente in quel momento scopre qualcosa di inaspettato. Un segreto silenzioso chiuso dentro di lui da chissà quanto tempo, forse da sempre, celato sotto rotoli di grasso.
Una forza sconosciuta.
Le braccia che credeva inerti si allungano da sole e schiaffeggiano la superficie dell’acqua con vigore, i piedi e le gambe si rianimano impartendogli una propulsione decisiva. Non sa da dove provenga quell’istinto. È come se qualcun altro avesse assunto il controllo del suo corpo goffo. La testa riemerge e lui può riprendere fiato. I polmoni si riempiono di aria vitale. Ancora uno slancio. Un altro ancora. Finché non si scontra con un muro di cemento e si aggrappa come può al cordolo scivoloso. Rimane così, tremando. Le dita bianchissime artigliano le piastrelle della piscina. È scosso da spasmi che non riesce a governare. Passano i secondi, e poi i minuti.
Intorno a lui solo il canto indifferente delle cicale.
Sempre attaccato alla sponda, si avvicina con prudenza a una scaletta arrugginita a cui mancano diversi pioli. Si arrampica come può ed esce da quel pozzo scuro. Fa caldo ma lui sente freddo. L’urina gli scorre fra le gambe, non se ne accorge nemmeno. Nelle orecchie soltanto il cuore imbizzarrito.
«Mamma...» chiama per la prima volta con voce strozzata. «Mamma...» ripete fra i singhiozzi, incurante che lei possa rimproverarlo per questo.
Non sa cosa fare, non sa dove andare. Ha solo due certezze.
Sua madre l’ha lasciato solo. E lui adesso sa nuotare.