La grande sera

Vetrine, vecchie piazze con giardini, «il fiume tutto crepe di luce», la camera crepuscolare, un uomo che dal fondo del proprio passato avanza seguendo itinerari segreti: la metropoli, luogo centrale della poesia moderna, diventa in Fargue la mappa di percorsi visionari, di camminate instancabili alla ricerca di niente.

Nomade a piedi nella propria città formicolante di vite che si incrociano senza incontrarsi, Fargue fa di Parigi la sua interlocutrice muta, la scenografia mobile della sua fedeltà a se stesso.

E non solo finisce per conoscerne palazzi e ponti, stazioni affollate e piccoli caffè, botteghe e pergolati, ma ritorna negli stessi luoghi in ore e stagioni diverse, come facevano gli impressionisti, che furono definiti cacciatori di immagini, mentre erano cacciatori di emozioni.

Questi paesaggi quotidiani, che permangono e insieme mutano, esprimono in Fargue non tanto l’attrazione per il presente, quanto la nostalgia per la sua perdita.

Il passato, anziché essere annullato dall’istante, ne invade lo spazio, lo assimila a sé, lo rivela illusorio: l’oggi diventa subito ieri, il modo più intimo di viverlo è di immaginarlo vissuto, il modo più intenso di desiderarlo è di rimpiangerlo già.

C’è come uno slittamento dei tempi:

Apro un cassetto dove vedo passare noci vuote

un grosso coltello a venti lame, che contiene tutto,

e l’ombra delle mie mani che scivola sulle cose…

I versi di Fargue mi fanno pensare a una archeologia del presente, alla vetrificazione del mondo in una collezione di parole, in cui si rifletta l’emozione di essere esistiti. La terra si trasforma in un museo animato, in una lanterna magica, fatta per proiettare ai posteri la testimonianza che eravamo vivi.

Quest’aria di “grande sera” dominava nel simbolismo di fine secolo, il quale vegliava su un mondo che contribuiva a distruggere; e in Fargue si riascoltano la musica di Verlaine e le dissonanze di Laforgue e l’Angelus di Jammes, magari lungo il viale dei tigli evocato da Rimbaud nella poesia che comincia: «Non si è seri quando si hanno diciassette anni»; e si odono, più lontani, «i violini che vibrano dietro le colline», nel verde paradiso degli amori infantili rimpianto da Baudelaire; e si colgono anche assonanze con i crepuscolari e con Gozzano:

Certo vi abbiamo amata,

Maria… Lo sapevate,

vero? Vi ricordate…?

Sommesso e sapiente, Fargue svela anche sintonie fuggevoli – che attrassero i surrealisti – con Jarry e Apollinaire e Palazzeschi: soprattutto nel suo amore, infantile ed estroso, per il gioco.

Infanzia e attimo si fondono spesso, nei suoi versi, in una grazia luminosa:

L’ora canta. È tiepido. Chi mi ama è qui.

Sento parole infantili, tranquille come il giorno.

La tavola è apparecchiata semplice e gaia.

Fatta di frasi brevi e di rinunce, di allusioni e di silenzi, di reticenza e di precisione, la poetica di Fargue mi ricorda per certi aspetti quella di Renard:

«Gli alberi mi adotteranno a poco a poco; e per meritarmelo imparo quello che bisogna sapere. Già so guardare le nuvole al loro passaggio. So anche restare fermo. E so quasi tacere.»

Nell’esile spazio di quel “quasi” è racchiusa anche la poesia di Fargue. E della sua rinuncia al silenzio il lettore gli è grato; perché Fargue non lo si ammira soltanto, lo si ama.

[1981]