Sartre cieco
Per esprimere il “vedere” i Greci avevano a disposizione una serie straordinaria di verbi, mentre per indicare l’“ascoltare” non ne avevano che uno.
Già questa differenza linguistica può suggerire il primato che i Greci attribuivano alla esperienza del vedere rispetto a quella dell’ascoltare. Non si trattava quasi mai di sinonimi, ma sempre di modi nuovi e diversi e sfumati di evocare la gioia inesauribile del guardare.
Dodici secoli di dialoghi con la luce è il sottotitolo di un libro di filologia di Charles Mugler, pubblicato da Klincksieck a Parigi nel 1964 e dedicato alla terminologia ottica dei Greci: a leggerlo ci si immerge in un mondo di immagini, di apparizioni, di riflessi, di splendori sensoriali, di emozioni, di visioni interiori.
«Popolo dell’occhio» è stato denominato quello greco e «nato per vedere, chiamato a guardare» si definisce – nel Faust di Goethe – Linceo, la mitica guida degli Argonauti.
“Sapere”, etimologicamente, significava avere visto, “idea” era, all’origine, forma visibile, e anche “teoria” rimandava a un primario contemplare, a un partecipare come spettatore a un culto, a una festa: perché la festa consisteva di eventi visivi, e anche il culmine delle cerimonie misteriche era probabilmente un evento visivo, la recisione di una spiga.
La divinità, che per gli Ebrei era da “ascoltare” e per i Cristiani da “credere”, per i Greci era soprattutto da “vedere”, sia pure con quello che Platone chiamò “l’occhio dell’anima”.
L’altro mondo non poteva essere che il mondo dell’invisibile, appunto dell’Ade, mentre la cecità veniva designata con una parola che esprimeva non solo la privazione di un senso, ma l’ottundimento di tutti gli altri.
Perciò la cecità di Omero ha un significato che va oltre l’interpretazione sociologica di un Toynbee (Omero cieco, come Efesto claudicante, sarebbero stati emarginati dalla loro infermità e avrebbero risposto alla sfida dell’ambiente occupando l’unico spazio che veniva loro concesso, quello creativo).
La perdita della fonte primaria della conoscenza sembra invece alludere al segreto dell’arte, che crea una nuova vita solo attraverso un sacrificio dell’esistere e rinvia a misteriosi rapporti tra il silenzio e la parola, tra l’ombra e la luce. Ha scritto Platone nel Simposio che «lo sguardo della mente comincia a essere penetrante quando quello degli occhi comincia a declinare».
Ed è la stessa legge per cui Faust, quando si trasforma in veggente, viene accecato dalla Cura e i suoi occhi possono vedere solo la “chiara luce” interiore.
Anche nell’età moderna la cecità, quando colpisce gli scrittori, ne intensifica spesso, e ne potenzia, la creatività. Borges, nella sua semioscurità popolata di ombre e di voci, riscopre una sorta di originario senso orale e mnemonico della poesia, quale prevaleva nell’antichità. Il Paradiso perduto fu scritto da Milton pochi anni dopo l’inizio della sua cecità. Nei poeti c’è come un acuirsi della “vista interiore” di cui parlava Plotino e una sotterranea e inafferrabile convergenza tra cecità e visione.
Nei narratori questo rapporto si pone probabilmente in termini diversi.
Prescott portò a compimento opere di respiro epico sulle conquiste del Messico e del Perù in una stanza semibuia, aiutato da una memoria prodigiosa e da persone che consultavano per lui testi e documenti e scrivevano sotto la sua dettatura: eppure la sua pagina non sembra risentirne.
Sartre, colpito da cecità quasi totale nel 1973, a sessantotto anni, è un caso piuttosto complesso e la sua reazione consente di avvicinare il problema in una prospettiva originale. La rivista «Obliques», che gli ha dedicato un numero speciale di circa quattrocento pagine, pubblica anche sue interviste con Michel Sicard.
La prima cosa che colpisce è che Sartre non parla della cecità. Si limita a dire:
«A partire dall’età di circa sessantotto anni la mia vista si è oscurata e non ho più potuto né leggere né scrivere: credo che ciò abbia provocato come una chiusura del mio pensiero. Avevo ancora molte cose da esaminare, da dire e da scrivere, ma non ho potuto: questo è il destino che ha pesato su di me e che io non prevedevo.»
Questa sobrietà, che elude ogni indugio emotivo, potrebbe essere interpretata come una conferma di quanto scrisse Seneca, che i grandi dolori tacciono, i piccoli parlano: ma direi che è soprattutto la risposta di un intellettuale che cerca sempre di mediare agli altri le sue esperienze, circoscrivendone ogni significato, anche il più drammatico.
“Intellettuale” è vocabolo oggi imbarazzante.
Privo com’è, nella maggior parte dei casi, di attendibilità culturale e di autorità morale, galleggia come una mina fuori uso sulla superficie del lessico.
Non a caso si è cercato di sostituirlo con peggiorativi, dal sarcastico “testa d’uovo” all’imprenditoriale “operatore di cultura”, tra borioso e modesto.
Sartre però, con il suo atteggiamento misurato e concreto, riesce a ridare credibilità alla parola. Ne riduce anzitutto l’enfasi che vi è implicita:
«Quando, nel 1945, ho dato le dimissioni dall’insegnamento, convinto ormai che il mestiere di scrittore mi avrebbe assicurato il pane, che le mie opere mi avrebbero dato da vivere, allora sono stato un intellettuale, in tutta la forza e la debolezza della parola. E lo sono ancora.»
E lo stesso senso del limite Sartre lo rivela a proposito della cecità, parlando solo dei cambiamenti che essa ha introdotto nel suo lavoro.
La parte più interessante e drammatica del suo discorso, accuratamente dissimulata dal tono piano, è quella in cui accenna alla sua morte di scrittore: costretto a rinunciare alla scrittura – cioè alla possibilità di rileggersi mentre lavora, di correggersi, di controllare lo sviluppo e il ritmo delle frasi – Sartre si dice costretto a rinunciare allo stile, che per lui è la caratteristica peculiare del linguaggio letterario.
Non che rinunci a comunicare in modi molteplici (monologhi al magnetofono, film, trasmissioni televisive, interviste, dialoghi), anzi sotto questo aspetto la sua attività si è dilatata.
Però non si illude.
Non asseconda l’euforia dei suoi intervistatori, che considerano tali forme di comunicazione sostitutive della scrittura e ripetono l’errore tipico dei profeti del presente (quello che è debole, nei loro enunciati, non è la sperimentazione di nuovi linguaggi, sempre stimolante, quanto la contemporanea liquidazione degli altri).
Per Sartre esiste la comunicazione ed esiste la scrittura.
La comunicazione trasmette un solo significato, quello che essa dichiara, sia pure con le sue implicazioni. È univoca e perciò, come accade di rilevare nelle stesse interviste, spesso equivoca.
La scrittura è stratificata, pluridimensionale, perché il linguaggio passa attraverso quelle che Sartre chiama le due operazioni dello stile: elaborazione della frase “plurima” («dire tre o quattro cose in una», «dare a ogni frase sensi molteplici e sovrapposti») e costruzione di una totalità («Il lavoro dello stile non consiste tanto nel cesellare una frase, quanto nel conservare costantemente nel suo spirito la totalità della scena, del capitolo, del libro intero. Se avete questa totalità, scriverete la frase buona. Se non l’avete, la vostra frase stonerà o sembrerà gratuita»).
L’atto materiale dello scrivere è decisivo non solo per la forma che assumono le idee, ma anche per la loro elaborazione.
A una domanda di Sicard:
«Come nascono le sue idee?»
Sartre aveva a suo tempo risposto:
«Le concepisco come frasi da scrivere e di solito, mentre scrivo, nascono in qualche modo dalla mia penna. È rarissimo che io abbia pensato prima di scrivere. Quando mi metto al lavoro ho l’idea vaga che devo scrivere su un certo tema o libro e, mentre scrivo, analizzo l’idea, la perfeziono, rendendola più chiara e più razionale. Questo è il mio lavoro di scrittore.»
E alla domanda:
«C’è qualcosa che vorreste aggiungere?»
Sartre aveva già risposto (nell’Autoritratto a settant’anni, del 1975):
«Tutto e niente.»
Tutto alludeva a quanto rimaneva escluso e che occorreva invece presupporre, niente chiariva che in una intervista questo non era possibile: solo lo stile sarebbe riuscito a farlo, perché, secondo Sartre, solo lo stile è dialettico.
Nel valutare, con equilibrio ammirevole, il suo lavoro dopo la cecità e le possibilità che essa gli inibisce e quelle che gli apre, Sartre riesce ancora una volta in un compito raro: frapporre una distanza umana tra i lettori e le cose, per aiutarli a vederle.
[1979]