Nero Wolfe contro l’FBI

Uno dei tratti memorabili di Nero Wolfe, come detective, è che non si muove.

Erede geniale e maniaco della tradizione inglese, che coltiva l’analisi sedentaria e la ruminazione ipocondriaca, non esce quasi mai dalla sua casa di arenaria, dove compie quotidianamente i suoi riti: la visita di due ore alla serra di orchidee e la consumazione dei pranzi preparati da Fritz Brenner, durante i quali è proibito parlare di lavoro.

Si muove invece continuamente, dinamico e frivolo, il suo assistente Goodwin, che della coppia rappresenta l’anima americana, ovvero il poliziesco d’azione.

C’è una storia in cui Nero Wolfe spinge fino al paradosso la sua tecnica investigativa, ispirandosi al principio orientale del non-agire: ed è quella della sua lotta indiretta contro l’FBI.

La storia ha inizio quando la signora Bruner, unica titolare della Bruner Corporation, suona alla casa di Nero Wolfe, nella 35ª Strada, perché impedisca che agenti dell’FBI la pedinino. La risposta di Wolfe è: «Assurdo». È vero che il comportamento della donna non è perseguibile penalmente: ma ha acquistato e inviato in omaggio a diecimila americani una copia del libro L’FBI che nessuno conosce e il suo pedinamento è la prima ritorsione inevitabile. E perché poi ha inviato quel libro? Per interesse pubblico o privato? A Wolfe non interessa neanche saperlo. Per ciò che lo riguarda si limita a dire, laconico come sempre: «Signora, non sono né un taumaturgo né uno sciocco».

Ma un assegno a fondo perduto di centomila dollari (anno 1965), più il pagamento dell’onorario e delle spese, gli schiude prospettive irresistibili. Così ce lo descrive, in quei momenti, il suo assistente e biografo Archie Goodwin:

«Con centomila dollari in cassa al cinque di gennaio, avrebbe potuto respingere qualsiasi incarico fino alla fine dell’inverno, se non addirittura per tutta la primavera. E avrebbe potuto leggere un centinaio di libri, per non parlare delle migliaia di orchidee che avrebbe coltivato. Un paradiso. Un angolo della bocca ebbe una piccola piega. Per lui, era una risata aperta. Veleggiava fra le nuvole.»

Motivo conduttore del romanzo sarà la non-azione di Wolfe, svolta con una serie imprevedibile di variazioni. Essa non potrà non provocare la reazione dell’FBI, che infatti tenterà subito una intimidazione preventiva: il ritiro della licenza.

Il Nemico verrà però neutralizzato in un modo inedito: rinunciando a combatterlo.

Così Goodwin si fa pedinare fino alla abitazione della madre di Althaus, e, invitandola a casa di Wolfe, le spiega:

«Con cento probabilità su cento l’FBI sorveglia la casa e quindi sarete visti. Se a voi non importa, nemmeno al signor Wolfe importa. Anzi, desidera che si rendano conto che sta svolgendo indagini sulla morte di vostro figlio.»

Questa tattica non è evidentemente l’unica che Wolfe adotta.

Sarebbe incompatibile con la sua professione, che esige essenzialmente – come il gioco degli scacchi – la duttilità, ossia la capacità di individuare la mossa giusta non prima, ma dopo ogni mossa dell’avversario: dote che, contrariamente a quanto molti credono, richiede enormi riserve di passività e di pazienza (e del resto la mole fisica di Wolfe ne è una conferma).

Perciò, se occorre, sia Wolfe sia Goodwin sanno come non farsi pedinare o intercettare dai microfoni, sgattaiolando d’improvviso tra automobili in sosta o alzando il volume del televisore.

Resta però che i risultati più brillanti vengono conseguiti non cercando di inibire l’azione dell’FBI, ma favorendola e poi sfruttandola con impudenza.

L’inutile pedinamento delle controfigure di Wolfe e Goodwin è, oltre che un pezzo di bravura di Stout, una parodia sarcastica dei metodi tradizionali, ai quali la letteratura poliziesca ha sempre dedicato, fin dalle origini, le sue pagine più ironiche.

Il pedinamento di Sara Dacos da parte dell’FBI consente invece, nel modo più rapido e diretto, di informare questo ente che Wolfe l’ha convocata e che è sulla strada giusta, mentre l’irruzione degli agenti nella casa vuota (almeno in apparenza) diventa non un modo di trovare l’arma del reato, ma di fornirla. E nel colloquio finale di Wolfe con l’ispettore Cramer e con il suo collaboratore Wrag il rovesciamento delle parti diventa sottilmente caricaturale. L’FBI, accusato di violazione di domicilio, viene invitato a sospendere le indagini sulla signora Bruner e in cambio Wolfe non intraprenderà alcuna azione legale nei confronti dei suoi uomini.

Quanto a Cramer, uno dei suoi uomini dovrà giurare in tribunale il falso e solo a questo patto Wrag dirà la verità sul ritrovamento della pallottola: una verità che però dovrà essere subito dimenticata da tutti.

Per farla venire alla luce, Wolfe non manca di un’ultima battuta beffarda sui mezzi di spionaggio:

«Questa conversazione non viene registrata, perciò smettetela di dire sciocchezze.»

Il suo successo non potrebbe essere più pieno, né più tagliente la polemica di Stout contro l’FBI. Tutto il romanzo del resto la lascia trasparire, non solo con l’allusione ai suoi metodi illegali, ma soprattutto con i discorsi ipotetici.

Non ha forse detto Wolfe alla signora Althaus:

«Se è stato un agente dell’FBI a uccidere vostro figlio, non esiste alcuna probabilità che venga costretto a renderne conto alla giustizia.»

Non ne è forse convinto anche l’ispettore Cramer?

E quali sono le alternative che considera Wolfe, al principio delle indagini?

«Primo: stabilire che l’omicidio è stato commesso dall’FBI; secondo, stabilire che non è stato commesso dall’FBI; terzo, fallire in questi tentativi e lasciar correre la faccenda. Naturalmente, l’alternativa da preferire è la seconda.»

E l’autore, che cerca la verità, senza cercare guai, la preferisce anche lui: inventa una provvidenziale, quanto improbabile Sara Dacos che uccide Althaus, dissolvendo sospetti e accuse nell’assoluzione finale.

Tanto il lettore, abituato a rovesciare le parti, e a trasformare la non-azione in azione, ha già capito.

Un delitto FBI?

Così Stout, come ogni narratore che si rispetti, trasforma la risposta in una domanda.

[1976]