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DOPO che mi fui accordato, per prima cosa andai da Sydney. Al primo piano, il pubblico aveva abbandonato il teatrino in fondo al corridoio, la musica si era interrotta. Sydney danzava da sola, senza una melodia ad accompagnarla, per nessuno. Quando la raggiunsi, la liberai dai tralci intorno a braccia e gambe, lei mi cascò addosso e per poco non finimmo entrambi giù dal palco. Tenendomi in piedi a stento l’adagiai a terra, la sua testa appoggiata sulle mie ginocchia piegate. Sbatté ripetutamente le palpebre.
«Sydney», dissi accarezzandole i capelli arruffati. «Sydney, è ora di svegliarsi.»
Gli occhi le si spalancarono di colpo. «Papà», disse con voce roca.
Annuii come per confermarglielo. Così sarebbe stato più semplice.
«Non capisco», continuò. Si stropicciò gli occhi con le mani chiuse a pugno, come una bambina. «Siamo in un sogno?»
«Sì», risposi. «E per risvegliarci ho bisogno del tuo aiuto. Pensi di farcela a camminare?»
Ciascuno con un braccio sulle spalle dell’altro, scendemmo con passo incerto le scale e ci ritrovammo in soggiorno. Mi sedetti vicino a lei sul divano e le presi le mani. «Ancora un attimo e ti sveglierai», le dissi. «Ma prima devo farti bere una cosa.» Mi alzai, presi una tazza fumante dal ripiano destinato solitamente alla colazione e gliela passai.
Lei l’annusò e aggrottò la fronte. «Che cos’è?»
«È una medicina», le risposi. «Ha un odore strano, lo so, tu però devi berla tutta, d’accordo?»
Lei fece un respiro profondo, si stava facendo forza, ma si fermò di colpo quando in cima alle scale risuonò un tonfo, a cui si aggiunse subito un vocio. «Cos’è stato?» chiese.
«Un altro pezzo di sogno. Ora bevi.»
Si portò la tazza alle labbra e buttò giù il contenuto in un paio di rapide sorsate. Con una mano chiusa a pugno si tappò la bocca, come se cercasse di non vomitare. Passato il momento, sembrò più sveglia.
«Com’è possibile che tu sia qui?» domandò. «Ti ho visto morire.»
«Questo è un sogno», le ricordai. «Nei sogni possiamo incontrarci quanto ci pare.»