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A GUIDARE fino a casa fu Margaret. Lasciò Eunice e Sydney dai Ransom, poi portò Harry al pronto soccorso del Vandergriff Memorial. Rimasero seduti ore nell’affollata sala d’attesa, fino a che non vennero accompagnati in un ambulatorio. Erano le tre di notte quando una dottoressa fece capolino e promise di occuparsi di loro il prima possibile.
«Vai a recuperare le bambine e riposati un po’», disse Harry. «Quando sarà il momento di venirmi a prendere, ti chiamerò io.»
Anche se a Margaret seccava ammetterlo, era sollevata all’idea di lasciarlo lì. Aveva bisogno di un po’ di spazio per se stessa. Lo baciò sulla fronte – aveva le labbra secche e lui la fronte salata –, poi andò a recuperare le bambine. Le riaccompagnò a casa rassicurandole con blande promesse, le mise a letto e puntò la sveglia presto per avere il tempo, l’indomani mattina, di avvisare la scuola che le bambine sarebbero rimaste a casa.
Non riuscì a prendere sonno. Cercò qualcosa da guardare alla tv ma non trovò nulla. Contro ogni buonsenso, sfilò dalla libreria di Harry un’antologia intitolata Grandi storie americane del terrore. Dando un’occhiata all’indice, scoprì un titolo che conosceva fin troppo bene: Il segugio di H.P. Lovecraft. Sapeva che avrebbe fatto meglio a rimetterlo sullo scaffale, ma per la prima volta dal 1968 non resistette a rileggere quel racconto. Stavolta a colpirla in particolare fu il seguente brano:
La casa solitaria in cui abitavamo sembrava ospitare un essere malefico di cui non potevamo indovinare la natura, e ogni notte l’abbaiare del segugio demoniaco echeggiava sempre più forte nella brughiera battuta dal vento. Il 29 ottobre trovammo, sotto le finestre della biblioteca, una serie di impronte che è assolutamente impossibile descrivere.
«Devi aiutare papà.»
Presa alla sprovvista e strappata bruscamente via dalla storia, Margaret lasciò cadere il libro. Sydney era in piedi davanti a lei. Non l’aveva neanche sentita entrare in soggiorno.
«Non sta bene spiare la gente», le disse Margaret. «E papà lo sto già aiutando. Lo stiamo aiutando tutti. È con i medici, e la cosa migliore che possiamo fare adesso per lui è riposarci, così quando verrà a casa potremo prendercene cura.»
Sydney lanciò alla madre un’occhiata pragmatica, distaccata, più da supervisore annoiato che da bambina. «Non è questo che volevo dire.»
«E cosa volevi dire, allora?»
Sydney s’incupì, sul suo viso si alternarono diverse cose difficili da esprimere. «Perché non lo ami più?»
«Hai dieci anni, Sydney. Non hai neanche un’idea di cosa significhi amare.»
«Stronzate», ribatté la bambina, e si precipitò fuori dalla stanza. Troppo stupita per reagire, Margaret accettò la parolaccia della figlia e ci rifletté. Il soggiorno le sembrò minuscolo, le pareti tutt’intorno le si chiudevano addosso. Sentì un crampo allo stomaco, e con una smorfia di dolore si premette la pancia con le mani, poi riprese il libro e finì il racconto di Lovecraft. Quando lo aveva letto la prima volta, di fronte a quel melodramma delirante aveva alzato gli occhi al cielo infastidita, stavolta però le frasi finali le si stamparono in testa, non riusciva a scrollarsele di dosso:
La follia cavalca i venti della notte… artigli e denti affilati su migliaia di cadaveri, nell’arco di secoli… la morte che vomita sangue in mezzo a un festino di pipistrelli e sorge dalle nere rovine dei templi sepolti di Belial… Ora che l’abbaiare di quella mostruosità defunta e senza carne si fa più forte e il fruscio delle ali si fa sempre più vicino, cercherò nella mia pistola l’oblio che è il solo rifugio da ciò che è innominato e innominabile.
«Dove sei?» bisbigliò Margaret nel silenzio della casa. «Che cosa vuoi?»