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NELL’AUTUNNO del 2002 mi presi una serata libera dal Wandering Dark e feci un salto a Mansfield, in Texas. Laggiù c’era un’altra attrazione, una casa in cui rappresentavano l’oltretomba secondo un’ottica cristiana. L’avevano battezzata «Inferno». Ci sarei andato con Kyle, ma all’ultimo mi aveva dato buca, accennando a un impegno con Donna. Quel pomeriggio, dunque, mi feci il viaggio fino alla Holy Spirit Bible Church con un libro di Anne Rice come unico compagno. Fu una buona idea, perché la coda per entrare all’Inferno partiva dalle porte della chiesa e si allungava fino ad attraversare un grande campo erboso. Tutte le persone in fila iniziarono a fissarmi non appena arrivai.

Ad attirare l’attenzione avrei dovuto esserci abituato. La benda da pirata faceva più effetto di un occhio di vetro, e anche se non l’avessi portata mi avrebbero comunque riconosciuto come Il Tosto Ragazzo di Vandergriff, il giovane che nel 1999 aveva risolto accidentalmente il caso del ladro di bambini. Gli sguardi puntati su di me avrebbero continuato a far parte della mia normalità finché fossi vissuto in quella cittadina o nei dintorni, eppure essere osservato continuava a mettermi a disagio. Che mi fissassero non mi piaceva, a meno che non stessi lavorando con il mio costume da mostro.

Mentre la luce del giorno si affievoliva, io leggevo e ignoravo i curiosi di ogni risma finché non mi ritrovai alla fine della coda. Una volta lì, un dipendente della struttura con una polo su cui c’era scritto INFERNO mi aggiunse al gruppo di giovani fedeli che avevo davanti, dato che erano dispari. Quel branco di adolescenti e il loro accompagnatore poco più che trentenne mi lanciarono un’occhiataccia mentre oltrepassavamo insieme i teloni di plastica che fungevano da ingresso.

Ad accoglierci all’interno c’era un’esile figura a capo chino fasciata in abiti neri. Le luci che avevamo intorno si fecero più intense e la figura sollevò la testa, rivelando una maschera demoniaca, un teschio di gomma. Gli occhi dietro la maschera, pesantemente anneriti dal trucco, risplendevano di maligna soddisfazione.

«Benvenuti!» disse. Era un’adolescente, e per farsi sentire attraverso la maschera la voce era sparata al massimo, innaturale. «Mi fa così piacere che siate venuti in questa piccola dimora, le sue porte sono aperte a tutti. Spero che vi divertiate così tanto da eleggerla per sempre a vostra residenza! Ma sto correndo troppo. Perché non ci facciamo un giro?»

La seguimmo in un lungo corridoio; sopra di noi brillavano lampadine rosse, e dal pavimento di plastica trasparente filtravano luci blu. Una nebbia azzurrognola vorticava sotto la superficie, ipnotica e tranquilla, finché una mano non fendette gli sbuffi e batté sulla plastica del pavimento, con le dita aperte che grattavano. Una delle ragazze davanti a me lanciò uno strillo e fece un balzo indietro. Dalla nebbia spuntarono altre mani, che si dimenavano battendo qua e là, disperdendo la foschia e rivelando volti dalle bocche spalancate che imploravano aiuto.

«Non fateci caso», disse la guida. «Sono solo alcuni dei nostri ultimi arrivati.» Ridacchiò e proseguì, io invece mi fermai un altro po’, impressionato dalla messinscena.

Quando mi riunii al gruppo, lo trovai in una stanza in cui era stata riprodotta una festa. Un tipo con una faccia brufolosa e oblunga impersonava il dj; faceva scorrere le mani avanti e indietro su due giradischi sgombri, e intrecci di luci variopinte lambivano alla rinfusa degli adolescenti legnosi che ballavano in maniera goffa. Due ragazze in piedi, vicino a noi, bevevano da bicchieri di plastica rossa. Una delle due aveva lunghi capelli biondi e lisci, il naso pronunciato e grandi occhi castani. I capelli dell’altra invece erano verdi, e in generale sembrava una da feste in discoteca.

«Vi presento Miranda e Ashley», disse la guida. «Miranda si è appena trasferita in città dal Connecticut. Lontana dalla sua vecchia chiesa e dai suoi amici cristiani, è finita in un brutto giro. Ashley invece è stata cresciuta da genitori atei, per svagarsi legge Harry Potter, a fare festa e a bere il venerdì sera non ci vede nulla di male.»

«Non è divertente, Miranda?» chiese Ashley, la ragazza dai capelli verdi.

Miranda guardò sospettosa il contenuto del proprio bicchiere e ne bevve un sorso. «Eccome», rispose, facendo una smorfia. «Per me è tutto così nuovo, sai…»

«Guarda lì!» esclamò Ashley interrompendola. Indicò un paio di ragazzi dall’altra parte della sala che le stavano spogliando con gli occhi e muovevano la testa al ritmo dei bassi. «Evan e Trent. O mio Dio, stanno venendo qui.»

«Come va, ragazze?» domandò uno dei due.

«Alla grande», rispose Miranda.

«Lo sai che c’è una cosa che ti fa stare ancora meglio?» intervenne l’altro. «Eccola, guardate.» Mostrò loro una pilloletta bianca, facendola vedere di nascosto anche a noi del pubblico. «Ti fa sentire una meraviglia.»

«Io ne ho già prese due», confessò quello che aveva parlato per primo.

«Sembrerebbe eccezionale», commentò Ashley. Prese la pillola e la buttò giù insieme al drink.

«E tu che fai, bella?» chiese l’amico a Miranda.

«Non saprei», rispose la ragazza. Guardò Ashley, torturata dal dubbio, e mentre era voltata, quello che le aveva fatto la domanda le fece cadere una pillola nel bicchiere. Senza esserne consapevole, Miranda finì il suo drink.

I ragazzi circondarono le ragazze, e la nostra guida si parò loro davanti, impedendoci di vedere.

«Quello che Miranda non sa è che ha appena preso la droga dello stupro», spiegò con la falsa voce stridula del guardiano della cripta. «Adesso si sente bene, ma nel giro di mezz’ora non sentirà più niente di niente.»

Nelle stanze successive, storielle educative dello stesso tenore denunciavano sparatorie scolastiche, incidenti automobilistici in stato di ubriachezza, la violenta cultura del comprare e vendere droga, il presenziare a messe nere, la lettura di libri fantasy che non fossero quelli di C.S. Lewis, abusi domestici e via dicendo. Le scene si fecero via via più morbose e inquietanti, e per lo più terminavano con il protagonista che moriva in maniera orribile. Il mio disagio aumentò – l’obiettivo era quello – finché non passammo a una stanza che nelle intenzioni avrebbe dovuto rappresentare la camera da letto di un’adolescente. Miranda, la ragazza che aveva preso la droga dello stupro, vagava lì dentro con i capelli in disordine, l’espressione confusa e le braccia chiuse sulla pancia come se non stesse bene.

«Vi ricorderete di Miranda», disse la guida. «Così ansiosa di stringere nuove amicizie, disposta a provare qualsiasi cosa con chiunque. Be’, certo, ora come ora non riesce a ricordare né cosa ha provato né con chi. Non è vero, Miranda?»

Lei era seduta sul letto e fissava il vuoto davanti a sé. Mi domandai come riuscissero a spostare l’attrice avanti e indietro da una stanza all’altra senza interferire con il flusso di visitatori. Doveva essere difficile scompigliare e risistemare capelli e trucco tutte quelle volte.

«Cosa c’è che non va, Miranda?» le chiese la nostra guida. «Non ti sei divertita?»

«Chiudi il becco», rispose la ragazza con voce bassa e sofferente.

«È una semplice domanda», replicò la guida. «A meno che, magari, non te ne ricordi, no?»

«Chiudi il becco», ripeté Miranda a voce più alta, dondolandosi.

«Ricordi il giorno in cui nella tua vecchia parrocchia hai fatto voto di castità? Ne eri così fiera. Eri così sicura che Dio ti avrebbe protetta.»

Miranda si lasciò cadere sul pavimento. Aprì un cassetto del comodino e tirò fuori un quadretto con l’immagine di Gesù Cristo.

«Eccolo!» esclamò la guida. «Nascosto in un cassetto! Lontano dagli occhi! Lì dov’era non ha potuto aiutarti granché, no?»

«Come hai potuto permettere che accadesse?» chiese Miranda rivolta all’immagine. La lasciò cadere e rimise le mani nel cassetto. Stavolta tirò fuori una pistola. Certo che quella ragazza teneva della strana roba nel comodino.

«Oooh, e quella cos’è?» domandò la guida.

«Ti odio», disse Miranda all’immagine di Cristo. Si puntò la pistola contro la fronte, alzò il cane e premette il grilletto.

Si sentì un grosso BANG, e le luci giallastre divennero di un rosso terroso. La guida s’inginocchiò vicino a lei e l’afferrò al volo mentre si accasciava.

«Benedetta ragazza», mormorò la guida. «Benedetta ragazza.»

Mi resi conto di essere lì lì per vomitare.

Dopo fu il turno di un finto pronto soccorso, in cui una donna coperta di sangue per via di una «pillola abortiva» supplicava Dio di concederle la grazia e il perdono in punto di morte. Seguii l’intera faccenda solo distrattamente, cercando con tutto me stesso di non vomitare nel bel mezzo della struttura. Recuperai l’autocontrollo soltanto nella stanza successiva. Era rivestita da una lamina dorata, e una musica eterea risuonava da alcune casse nascoste dietro una croce imponente. I personaggi dei siparietti precedenti si aggiravano con i volti illuminati di meraviglia.

«È bellissimo», disse la ragazza della pillola abortiva. «Una cosa così non l’ho mai neppure sognata.» Era talmente vicina a me che riuscivo a sentire l’odore della vernice rossa sui suoi pantaloni.

«Questo è il paradiso?» chiese Miranda.

«Lo è, figlia mia», tuonò una voce dalle casse. «Dimmi… hai ubbidito ai miei comandamenti e hai accolto mio Figlio nel tuo cuore? Lo hai custodito lì per tutti i tuoi giorni e ti penti dei tuoi peccati?»

Miranda e gli altri balbettarono delle scuse. Erano stati sviati, mal consigliati, avevano dubitato. Piombarono nel silenzio e fecero largo alla ragazza dell’aborto, permettendole di avvicinarsi alla croce.

«Da bambina andavo in chiesa», raccontò, «ma ho smesso quando i miei genitori non mi hanno più obbligata. Sono cresciuta fuori dalla tua grazia e dal tuo amore, e ridevo quando le brave persone cercavano di fare qualcosa per me. Ma poi ho fatto sesso non protetto con uno sconosciuto, ho preso una pillola per interrompere la gravidanza e qualcosa è andato storto. Non riuscivo a fermare l’emorragia, e il nome di tuo Figlio è stato l’unico che mi è venuto da invocare.»

«Bentornata, figlia mia», tuonò il vocione. Sotto la croce si aprì una porta, e la ragazza la varcò. Quando gli altri cercarono di seguirla, tuttavia, la porta si chiuse di botto.

«E noi?» domandò Miranda.

«Voi da vivi mi avete rinnegato», disse la voce disincarnata, «e ora, nella morte, sono io a rinnegare voi. Andatevene, vi dico!» La stanza sprofondò nel buio.

«Finalmente!» starnazzò la guida dietro di me. «È la resa dei conti!»

Una luce rossa si levò alla base delle pareti. I personaggi a cui era stato negato il paradiso si misero lentamente a girare.

«Cosa succede?» chiese Miranda.

«È tempo di andare a casa, tesoro», disse la guida. «Addosso, ragazzi!»

Un’orda di figure mostruose schizzò fuori da dietro i tendaggi. I dannati si dibattevano e gridavano mentre venivano trascinati via. Miranda fra tutti fu quella che si oppose più strenuamente, si lanciò in avanti e perse l’equilibrio. Atterrò a quattro zampe di fronte a me, e i nostri sguardi s’incrociarono. Il panico e lo sgomento sparirono dal suo viso, rimpiazzati da un genuino stupore. Mi fissava con la bocca mezza aperta mentre i demoni l’afferravano per le braccia e la trasportavano dove nessuno poteva vedere.

«Bene, è stato davvero divertente», commentò la guida, «ma io vi lascio qui. Spero di rivedervi presto tutti quanti!» Ridacchiò seguendo i suoi sgherri fuori dalla stanza.

Si aprì una nuova porta, e sulla soglia contornata da luci fluorescenti apparve una donna in jeans e maglietta. «Da questa parte, prego.» Dopo tutte quelle urla, la sua voce calda e gentile fu un vero balsamo.

Il gruppo defluì in una stanza finale rivestita da pannelli di legno e da una moquette grigia. Un uomo alto e austero si trovava fra due porte all’altro lato della stanza.

«Allora, come ve la passate?» domandò.

Nel gruppo di giovani ci fu uno scambio di occhiate furtive, le risate nervose lo attraversarono come un’onda.

L’uomo austero ci lanciò uno sguardo, probabilmente studiato per apparire comprensivo. «Vedo la stessa espressione tutte le sere e, credetemi, ora che vi siete lasciati alle spalle gli estremi confini dell’inferno, mi piacerebbe offrirvi un po’ di sollievo. Ciò che avete visto stasera è l’immarcescibile ed eterna verità assoluta dell’universo. Di cose brutte ne succedono di continuo. Le persone soffrono. Muoiono. E quando muoiono senza Gesù nel cuore sono condannate a un eterno abisso di dolore e sofferenza.» Fece una pausa, congiunse le mani e osservò con attenzione le nostre facce. «Potreste essere investiti da un automobilista ubriaco mentre tornate a casa. Un tossicodipendente potrebbe introdursi in casa vostra stanotte stessa e uccidervi per rubare il contenuto del vostro salvadanaio. Gesù potrebbe fare ritorno domattina e portare i fedeli in paradiso prima ancora che la vostra sveglia si metta a squillare. Non potete saperlo. La domanda che dovete porvi è: se una di queste cose dovesse capitare, io sarei pronto? Potreste guardare negli occhi Gesù nel giorno in cui verrete giudicati, e dirgli in verità che siete vissuti e morti nella Sua grazia?»

S’interruppe di nuovo, dandoci il tempo di riflettere sulla domanda. Poi riprese: «Ci sono due porte qui dietro di me. Quella alla mia destra conduce a una stanza piena di brava gente che vi aspetta per pregare insieme, e resterà aperta per i prossimi sessanta secondi». La donna dalla voce gentile che ci aveva accompagnati lì aprì la porta per la stanza della preghiera e vi entrò con le mani giunte.

Ne avevo abbastanza. Mi staccai dal gruppo e mi diressi verso la porta a sinistra, che si aprì sull’aria fresca della sera e si richiuse sbattendo sulla voce dell’uomo, un saluto di commiato che mi persi.

A fare da navetta per riportare la gente al parcheggio c’era un carro da fieno, ma io preferii andare a piedi. Attraversai il campo al buio con le mani in tasca, stretto nelle spalle.

Perché mi ero sottoposto a un’esperienza simile, tanto per cominciare? L’avevo fatto perché il Wandering Dark era in difficoltà. Negli ultimi due anni avevamo venduto sempre meno biglietti, e in quel periodo era raro che il parcheggio si riempisse anche solo a metà persino il sabato sera. La clientela era formata più che altro da famiglie con bambini, e i pochi ragazzi o adulti che si presentavano sembravano disorientati e poco entusiasti, come un pubblico sotto l’effetto di un antipsicotico.

Mamma voleva chiudere, aveva anche già ricevuto alcune offerte per vendere il posto, ma io le avevo chiesto un paio di serate per indagare sulla concorrenza. Volevo vedere chi ci stesse portando via il lavoro, e cosa avremmo dovuto fare per riconquistarlo.

Nell’ultima settimana avevo visitato tre attrazioni tipo casa infestata, ovvero Blood Bath, un raccapricciante posto splatter a Dallas; House of Scares, una serie di mini-ambienti spettrali a misura di famiglie, e adesso Inferno, ovvero un distaccamento di una gigantesca chiesa di Mansfield in cui veniva rappresentato l’oltretomba dei cristiani, e in cui i canoni del genere erano stati distorti a fini religiosi. Avrei dovuto alzare gli occhi al cielo e farmi una risata, ma mi sentivo scosso, destabilizzato. Non riuscivo ad allontanare l’immagine di Miranda, la ragazza che dopo lo stupro si suicidava. Mentre la trascinavano all’inferno mi aveva guardato implorante.

La casa degli incubi
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