7

IL sabato sera Sally ci accompagnò in macchina a casa del signor Ransom, ci aveva invitati a cena. Viveva ancora accanto alla casa in cui aveva abitato la mia famiglia, e volli stare a ogni costo sul sedile davanti, così arrivando sarei riuscito a vedere bene. Un altro pezzo della storia dei Turner di cui avevo solo sentito parlare, ma che non avevo mai visto coi miei occhi. A volte, girando in macchina per la cittadina, mi capitava di guardare a casaccio qualche casa, e cercavo di immaginare le mie sorelle che giocavano in cortile, papà che falciava il prato, mamma che leggeva un libro dietro una grande vetrata, tutti distribuiti in uno spazio immensamente grande, in cui volendo uno avrebbe potuto trascorrere un’intera giornata senza vedere anima viva.

Non appena rallentammo nel vialetto del signor Ransom ed Eunice indicò la nostra vecchia casa, la realtà mi deluse. Era una casetta di mattoni con un albero nel praticello incolto e un furgone arrugginito parcheggiato davanti.

«Tutto qui?» dissi.

«Quando era nostra, il giardino era in condizioni migliori», osservò mia madre.

Sydney, seduta dietro di me, guardava fisso dalla parte opposta. «Era un buon posto per vivere. Migliore di dove siamo adesso.»

Neanche la casa del signor Ransom sembrava granché. Per arrivare alla porta percorremmo un vialetto fiancheggiato da erbacce, calpestammo alcuni giornali fradici e passammo sotto il ramo di un albero che penzolava basso. Quando mamma suonò il campanello, il signor Ransom ci accolse con una camicia e tracce di carta igienica insanguinata appiccicati al collo, nei punti in cui si era tagliato facendosi la barba. Aveva il colletto sbilenco.

Dentro, la casa aveva un aspetto più gradevole – stampe incorniciate alle pareti, foulard ornamentali appoggiati sui paralumi, mobili ricoperti di stoffe candide e protetti da lucida plastica – ma puzzava di chiuso e di polvere come un posto in cui non viveva nessuno da un po’.

«Ho ordinato qualcosa», disse il signor Ransom guidandoci fino al tavolo grande, su cui erano impilati cartoni di pizza, piatti di carta, bicchieri e posate di plastica. Tutta roba che sarebbe andata bene per la squallida festa di compleanno di un bambino, mancavano solo i cappellini a punta e una tovaglia fantasia.

«È… quasi un banchetto», commentò mamma.

«Hanno consegnato le pizze molto prima del previsto», disse lui. «Forse saranno già fredde.»

«A riscaldarle ci si mette un attimo», intervenne Sally. Aprì uno dei cartoni, tastò la crosta e portò quella pizza in cucina come se fosse casa sua.

«C’è un bagno?» chiesi io.

«Non sarebbe una vera casa se non ci fosse, non credi?» rispose il signor Ransom, e subito sorrise per farmi capire che era una battuta. «È in fondo al corridoio, a sinistra.»

Attraversai il soggiorno polveroso e m’inoltrai nel corridoio, troppo timido per ammettere che non distinguevo ancora la destra dalla sinistra. Trovai tre porte, ne scelsi una a caso e l’aprii. Non appena accesi la luce mi resi conto di essere entrato nella stanza di un bambino, un maschio. Le lenzuola dei Masters of the Universe, le tende di Superman e un modellino della Batcaverna posizionato al centro della camera, con il pupazzetto di Batman a pancia in giù di fronte, come se fosse stato abbandonato di colpo a metà del gioco.

Poiché quell’anno di soldi ce n’erano davvero pochi, non avevo ricevuto molti giocattoli nuovi. Quando la marea di prodotti legati a Batman aveva inondato gli scaffali dei negozi, avevo messo le mani su molti di essi, senza però entrare in possesso di nessuno, e la Batcaverna era un po’ come il santo Graal: un ammasso di plastica grigia modellata per sembrare roccia, con scale rosse e alcune piattaforme blu su cui Batman poteva stare in piedi a riflettere, un Batcomputer con un enorme monitor dove risolveva i misteri e, dietro, una cella per i criminali e una piattaforma trabocchetto in grado di far precipitare un cattivo (o l’eroe) in un pozzo profondo.

Mi chinai sulla Batcaverna, per la bramosia avevo la bocca secca, e raccolsi Batman. Mi infilai la mano libera in tasca, controllando quanto fosse ampia. Qualcuno avrebbe fatto caso al bozzo? Non sarebbe stato veramente rubare: la famiglia del signor Ransom se n’era andata, chi avrebbe notato l’assenza di un solo giocattolo?

«Ti sei perso?»

Lasciai cadere il pupazzetto e per poco non mi scappò un urlo. Il signor Ransom era nella stanza. Nell’imbarazzo intrecciai le mani dietro la schiena. «Non so qual è la destra o la sinistra. E poi ho visto tutti questi giocattoli.»

«È la stanza di mio figlio Kyle.»

«Pensavo che non vivesse più qui.»

«Spero che torni, prima o poi, almeno per farmi visita. Voglio che la sua stanza rimanga identica a come se la ricorda.»

«È molto gentile da parte sua, signor Ransom», dissi avvampando per la vergogna.

«Il bagno è dall’altra parte del corridoio», m’informò.

Mi fece uscire dalla stanza e chiuse la porta. Io aprii quella del bagno e lui si incamminò nel corridoio, ma prima che riuscissi a entrare mi chiamò.

«La sinistra è il lato del corpo dove c’è il cuore», disse mettendoci una mano sopra. Lo imitai, e per un attimo restammo a fissarci come se stessimo stringendo un’alleanza.

Da allora ho pensato parecchio a quel momento, nel corso degli anni. Ai vecchi tempi, il lato sinistro era ritenuto quello oscuro e malevolo. Essere mancini era di solito considerato indice di un animo abietto. I maestri di scuola ti appioppavano un colpo di righello, se ti pescavano a scrivere con la sinistra. Perciò mi sembra giusto che il cuore, il simbolo dell’amore, l’organo che teoricamente indirizza le decisioni più importanti della nostra vita, batta nel lato sinistro del corpo.

Quando tornai, si erano messi tutti a mangiare la pizza riscaldata.

«Ecco come stanno le cose», disse il signor Ransom mentre balzavo su una sedia accanto a Eunice. «Il mio corso di teatro ha speso più del previsto per la rappresentazione estiva di Tutti insieme appassionatamente, e quest’anno abbiamo soldi forse solo per un altro spettacolo. Il problema è che avevamo in programma di realizzarne altri quattro.»

«Quindi abbiamo entrambi problemi economici», osservò mia madre.

Il signor Ransom si grattò il pizzetto. «Tu e la tua famiglia avevate già dato prova di un certo talento nel progettare un particolare tipo di intrattenimento, e io ho qualche soldo da parte e un gruppo di ragazzi che muoiono dalla voglia di esibirsi di fronte a un pubblico. Pensavamo quindi», indicò Sydney, «che il corso di teatro quest’anno potrebbe collaborare con la tua famiglia per una casa infestata. Faremo a metà e, se funziona, il mio corso guadagnerà abbastanza per un altro anno di spettacoli, e tu potrai permetterti di riparare la macchina, o addirittura di comprartene una nuova.»

Mamma fece scorrere un polpastrello sul bordo del suo calice di vino. Stava riflettendo. «Hai già i soldi e i ragazzi. Non vedo perché tu abbia bisogno del mio aiuto.»

«Abbiamo bisogno della visione della tua famiglia, altrimenti verrà fuori solo l’ennesima casa infestata», disse il signor Ransom.

«Quella ‘visione’», disse mamma facendo risaltare le virgolette, «apparteneva al mio defunto marito. Per quanto mi riguarda, ho fatto solo i costumi.»

«Anche io ed Eunice abbiamo lavorato a qualche progetto», disse Sydney. «Non ha fatto tutto papà.»

«Voi facevate dei disegni buffi e vostro padre vi assecondava», disse mamma.

«Stronzate», replicò Sydney.

«Sydney», la richiamò Sally.

«Fottiti, Sally.»

«Sydney», disse la mamma.

«Comunque stiano le cose», riprese il signor Ransom alzando la voce, «mi è sembrato di capire che Harry abbia lasciato molti progetti non utilizzati, no?»

«Quelli non si toccano», dichiarò mia madre.

«Non è che puoi tenerli per te, non sono mica tuoi», protestò Sydney.

«Lo sono eccome.»

Sydney sembrava pronta a saltarle addosso dall’altra parte del tavolo. Mamma la fissò. «Non sfidarmi o stanotte li brucerò tutti quanti.»

Mi ficcai in bocca la pizza. Non che fossi affamato, aveva un po’ di nausea, in realtà, ma avevo bisogno di fare qualcosa.

«Forse non è stata una buona idea», osservò il signor Ransom. «Non volevo causare problemi. Ti sarà sicuramente venuto in mente qualcos’altro per rimetterti in sesto.»

Mamma diede un grosso morso alla pizza. Dopo averla inghiottita, finì il vino in un solo sorso. «Se avessi un altro piano, non sarei qui. Sally, i soldi ci sono?»

Sally versò il fondo della bottiglia di vino nel bicchiere di mamma.

«Ce li faremo bastare.»

«Costerà meno di quello che credete», disse il signor Ransom. «A scuola abbiamo un laboratorio di scenografia da cui potremo attingere i materiali necessari. Gli studenti in cambio del loro lavoro guadagneranno dei crediti extra, quindi non dovrete pagarli, e possiamo vendere i biglietti a scuola, il pubblico è garantito. Potrete tenere gli scenari, le attrezzature, i costumi e metà dei guadagni, di qualsiasi cifra si tratti.»

«Credi davvero che guadagneremo qualcosa?» gli chiese mia madre.

«Lo credo eccome.»

La casa degli incubi
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