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IL secondo rapimento nell’autunno del 1999 fu quello del dodicenne Brandon Hawthorne. La sera prima il ragazzino era a casa ed era andato a letto come sempre, i genitori invece avevano guardato un programma televisivo di seconda serata e si erano addormentati. Verso le tre del mattino il padre si era alzato, era andato in bagno e aveva poi deciso di dare un’occhiata al figlio. Aveva trovato la finestra della camera aperta e il letto vuoto. Gli Hawthorne avevano chiamato la polizia, ma fino a quel momento le ricerche non avevano condotto a nulla. Brandon sembrava davvero sparito.

Sarebbe stato impossibile non rilevare delle affinità fra la recente sparizione e quella di Sydney dieci anni prima. Il nome e la foto di mia sorella rispuntarono fuori nei notiziari, e i giornalisti contattarono mia madre a casa e al lavoro chiedendole una dichiarazione o un’intervista. Lei al riguardo non mi disse nulla, ma avevo sentito i messaggi sulla segreteria telefonica ed ero d’accordo con i giornalisti. Stava succedendo qualcosa di strano.

Trascorsero dieci giorni senza che il mostro mi facesse visita. Era passato un mese da quando Maria Davis era stata rapita. Nessun testimone si era fatto avanti, e se c’erano nuove piste la polizia non l’aveva comunicato alla stampa. Nei sogni che facevo, volavo sopra Vandergriff con i capelli ridotti a un groviglio inestricabile per via del vento. C’era una luce d’oro, un desiderio che emergeva e veniva pienamente soddisfatto. In alcuni Sydney urlava, urlava, urlava. Sognai anche finestre aperte, ma Donna non la sognai mai.

Al lavoro, gli attori iniziarono a fare le prove in costume. I Brad e le Katie interpretavano a turno la mia vittima. A spostarmi dentro il mio costume ero diventato bravo, mi ero adattato ai loro schemi abituali di difesa e di resa. Nessun altro si muoveva come Donna. Non appena iniziavo a trascinarla dove nessuno poteva vederci, si contorceva e si dimenava. Nel buio del labirinto mi restava incollata addosso anche dopo che l’avevo lasciata andare.

Ogni tanto provava a parlarmi: «E così questa è la tana del mostro. Devo ammettere che sono un po’ delusa. Pensavo fosse qualcosa a metà fra Buffy l’ammazzavampiri e Alien». O un’altra volta: «Hai presente il fiore che mi hai dato? Per due giorni mi sono dimenticata di metterlo nell’acqua e non è morto».

Quanto a chiacchierare, non avevo mai raccolto i suoi inviti. Se Donna considerava strano il mio comportamento, comunque non commentava la cosa in alcun modo. A scuola pranzavamo insieme e fra una lezione e l’altra ci tenevamo per mano in corridoio. Donna si univa a me e a Kyle per andare alle prove pomeridiane. Dall’esterno sembravamo probabilmente una normale coppietta di studenti, ma qualsiasi cosa lei dicesse mi sembrava provenire da molto lontano, dal fondo di una sala remota.

Avrei voluto discuterne con Eunice, ma ogni volta che mi fermavo davanti alla sua stanza sentivo che era dentro con Brin, e non mi pareva davvero il caso di interromperle di nuovo. Aspettai allora che fosse Eunice a venire da me, il che accadde una sera, l’ultimo venerdì prima dell’apertura del Wandering Dark.

Sarei dovuto andare a casa di Donna per guardare qualche film, ma l’avevo chiamata e per tirarmene fuori avevo finto di non sentirmi bene. Io ed Eunice raggiungemmo il liceo con la sua station-wagon e lì mi fece fare un po’ di pratica al volante. Dopodiché andammo in una tavola calda aperta tutta la notte per una bibita (io) e un caffè (lei).

«Quindi», mi disse, versando la panna nella tazza e mescolando il liquido scuro fino a farlo diventare marroncino, «ho sentito che hai cominciato una storia d’amore con una Katie che si chiama Donna.»

Feci un sorrisetto mordendo la cannuccia. Mi ero scordato di quanto potesse essere simpatica, quando era in vena.

«Non saprei», risposi. «Immagino che sia così.»

«Non c’è niente di male, non devi vergognartene. Sono contenta che alla buon’ora tu ti sia aperto al mondo, che frequenti qualcuno. Iniziavo a preoccuparmi che le mie tendenze antisociali ti avessero contagiato.»

«Non è che mi vergogni», le spiegai. «Certo, voglio dire, Donna è carina, ma… Ho qualche problema a concentrarmi su qualcos’altro che non sia Maria Davis o Brandon Hawthorne.»

Mia sorella smise di giocherellare con il suo caffè per osservarmi. Nel corso della serata era la prima volta che sembrava prendermi sul serio.

«È per via di Sydney?»

Feci spallucce. «Immagino di sì. Credi che sia stata la stessa persona a rapire quei bambini?»

Eunice bevve un sorso di caffè. «Non te lo so dire. Non ci ho pensato granché.»

«Davvero?»

«Lo so che è un modo di fare egoistico», disse. «Spero che trovino i bambini e che stiano bene. Spero che riusciremo a metterci il cuore in pace con Sydney, maledizione. Ma non sarò io a risolvere certi problemi. In questo momento devo badare ai fatti miei.»

«Cosa intendi con…» Esitai, preoccupato di cosa potesse significare prenderne apertamente atto. «Ti riferisci a Brin?»

Arrossì leggermente e tenne gli occhi fissi sul caffè, ma annuì.

«A proposito, lei stasera dov’è?» chiesi.

«In ritiro spirituale.»

«Mi pareva di aver capito che si stesse prendendo una pausa da quel posto.»

«Da parte sua è una specie di addio. Per anni è andata in chiesa con alcune di quelle persone, e l’hanno praticamente supplicata di esserci ancora questo fine settimana. È un’occasione per congedarsi.»

E poi, non notando la mia espressione scettica o ignorandola deliberatamente, mia sorella si spinse oltre. «Sai, non mi ero resa conto di quanto fossi sola, finché non lo sono più stata. È buffo. Lei mi capisce. E credo di capirla anch’io.»

Tenni per me la mia antipatia nei confronti di Brin. «Mi fa piacere che tu abbia un’amica.»

Eunice irradiava felicità e insieme imbarazzo, le mani strette intorno al caffè. Spinsi delicatamente il mio bicchiere lungo il tavolo fino a farlo tintinnare contro la sua tazza. «Cin cin.»

La casa degli incubi
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