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MI svegliai il mattino dopo con un’idea per riaprire il Wandering Dark, certo che i nostri dipendenti sarebbero stati al sicuro. Avremmo introdotto un sistema secondo cui i lavoratori minorenni avrebbero dovuto avvisare sia quando venivano da noi, sia quando se ne tornavano a casa. A mia madre l’idea piacque, il che significava essere di nuovo in pista. Iniziammo a prepararci per la stagione 1999 quella settimana stessa. Dal 1989 il Wandering Dark si era notevolmente ingrandito, passando da sei a quindici stanze. Quattro delle nuove stanze erano al «piano» superiore che avevamo costruito nel 1995, così anche considerando la sala relax dei dipendenti, il laboratorio costumi, gli spogliatoi, i bagni, l’ufficio della sorveglianza e il labirinto del mostro, sfruttavamo ancora solo due terzi dello spazio disponibile. Avevo già iniziato ad abbozzare qualche idea su come usare il terzo rimanente. Il titolo provvisorio del mio progetto era Festa con sega elettrica e inseguimento, ed ero entusiasta che mia madre non avesse ancora detto di no.

Io e Kyle passammo i pomeriggi e le serate prima a spazzare e spolverare l’attrazione, poi a mettere in moto le luci e le parti meccaniche (per esempio il tunnel delle vertigini), controllandole, riparandole o sostituendole se necessario.

Eunice, che era in una delle sue fasi più energiche, accettò di dare una mano, a patto che potesse venire anche Brin.

«Ha accettato di dare un’occhiata al posto, in cambio mi ha chiesto di andare in chiesa con lei ogni tanto», spiegò mia sorella.

«Perché mai dovresti andare in chiesa?» le domandai. «Specialmente in una chiesa punk rock? Tu detesti entrambe le cose.»

«Sto cercando di fare qualcosa di nuovo», rispose. «Che ne dici di provare a essere gentile?»

Non appena mise piede per la prima volta nella struttura, Brin fece un’espressione mezza raccapricciata.

«A te sta bene spillare i soldi alla gente in questo modo?» chiese.

«Nessuno ti obbliga a venire», le feci presente. «Questo l’hai afferrato, giusto?»

«Forza», intervenne Eunice, «ti faccio fare un giro.» Brin si fece accompagnare nel labirinto, lontano da occhi indiscreti. Mentre io, mamma e Kyle lavoravamo, un’eco di risate ci interrompeva di continuo. Era colpa di Brin, che una battuta via l’altra faceva strillare mia sorella come un’isterica.

«Basta, cazzo!» sbottai dopo un’ora di quell’andazzo folle.

«Modera il linguaggio», mi intimò mamma con tono neutro mentre annotava qualcosa sul suo blocco. Ci trovavamo nel cosiddetto Studio del Professore, con Kyle che abbassava o alzava la luce arancione delle lampadine nel finto caminetto. «Eunice non ha mai avuto troppe amiche. Lasciamole godere questa, fa niente se è un po’ maleducata.»

«Lo ha notato nessuno il lavoro che sto facendo con le lampadine? È notevole, no?» domandò Kyle rannicchiato di fronte al caminetto.

«Sì, davvero un ottimo lavoro», disse mamma senza neanche guardare. «Adesso però silenzio, tutti e due, devo pensare.»

Le audizioni ebbero luogo nel fine settimana, non appena terminammo le riparazioni. Mamma e io sedevamo a un tavolo approntato nella sala da ballo del Wandering Dark, mentre Kyle faceva da usciere con il consueto stuolo di aspiranti del corso di teatro. Donna Hart fu la prima a entrare. Interpretò il monologo di Abigail ne Il crogiuolo, il pezzo che faceva «Non posso più sopportare gli sguardi osceni, John», inoltre cantò una strofa di I don’t know how to love him di Jesus Christ Superstar. Le venne benissimo.

Mamma tenne gli occhi incollati al blocco, e dopo che Donna ebbe finito di cantare continuò a scarabocchiare appunti per dieci, quindici secondi buoni. Quando alzò la testa, si strofinò il naso con il dorso di una mano e disse: «Come te la cavi con le urla?»

«Bene, credo», le rispose la ragazza tormentando le pieghe della gonna.

Mia madre fece un lieve cenno. «Sentiamo, allora.»

Donna si schiarì la gola ed emise un urlo netto e cristallino.

Mamma tornò al suo blocco. «Grazie, Donna. Ci faremo sentire.»

Uscendo dalla sala, Donna mi sorrise. Le sorrisi a mia volta, mi sembrava educato farlo, e dopo aver controllato che mamma non guardasse, alzai il pollice.

Dopo le altre audizioni, io, Kyle e mia madre ci sedemmo in cerchio nella sala da ballo e confrontammo gli appunti.

«La prima cosa da stabilire», osservò mia madre, «è quale parte farete voi.»

Kyle si abbandonò all’indietro sulla sedia. «Ragazzi, era tanto che aspettavo questo momento.» Chiuse gli occhi. «Il Professore. Voglio fare il Professore. E voglio farlo a tempo indeterminato.»

«Prima vediamo come andranno le cose quest’anno», disse mamma. «E tu, Noah?»

Anch’io aspettavo quel momento. Ormai quale ruolo volessi interpretare lo sapevo da tempo, tuttavia mi sentivo strano a rivelare apertamente, ad ammettere che volevo proprio solo quello, perché ci tenevo da matti e temevo di non ottenerlo. Temevo anche la reazione che poteva avere la mia famiglia rispetto a quella richiesta.

«Il mostro», dichiarai. «Voglio interpretare il mostro.»

Kyle mi guardò comprensivo. «Povero ragazzo bruttarello. Non potrebbe fare altro.»

Non rise nessuno. Arrossii e guardai il pavimento.

«E mostro sia», replicò mamma impassibile.

La casa degli incubi
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