10

QUALCHE sera dopo, quando insieme a Kyle passai a prenderlo per l’addio al celibato, Hubert ci stava aspettando nel portico di casa sua. Era seduto su uno scalino, come un bambino troppo cresciuto con i pantaloni color cachi e una camicia. La camicia era a quadretti minuscoli, sembrava un foglio di carta millimetrata.

«Ecco un uomo nato per fare il padre», osservò Kyle.

«Uscito fresco dal provino», concordai.

L’uomo del giorno, Hubert, portò con sé uno speciale cd misto da farci ascoltare, intitolato Musica per l’addio alla libertà, e ce lo descrisse come «una specie di mix concettuale» che tracciava il percorso emotivo della sua storia d’amore con Eunice. Durante il tragitto per il Fun Mountain, ascoltammo una serie di strazianti successi soft rock, che culminavano con Higher dei Creed. Kyle e io evitammo scrupolosamente di guardarci, sapendo che, se fosse successo, saremmo scoppiati in una risata torrenziale e fuori controllo.

Davanti alla sala giochi del Fun Mountain, un antro viola e blu pieno di ragazzini che infilavano a ripetizione gettoni nelle macchinette, ci accolsero un paio di invitati. Sembravano tutti più vecchi di Hubert, gente con la pancia da birra e il piglio cordiale che hanno gli uomini a proprio agio nel ruolo di padri, mariti e impiegati. Uomini dal nome breve, mono o bisillabico, tipo Steve, Brian o Jack, tutti con una stretta di mano decisa e volto appena distinguibile.

Li accompagnai al campo di minigolf che c’era dietro, e mi misi a segnare i punti mentre giocavano sparando cazzate. Kyle s’inserì nel flusso dei discorsi senza sforzo apparente, e io mi resi conto allora di quanto poco tempo nella vita avessi trascorso in compagnia dei maschi. Anche se avevamo in comune la stessa struttura biologica, li percepivo come una specie sconosciuta. Fanfaroni, chiassosi e turbolenti, perfino quegli uomini grassi e quasi vecchi ostentavano orgoglio e fiducia in se stessi, come se fossero i padroni del mondo. Ma da dove veniva tutta quella fiducia? E da dove sbucava quell’innato cameratismo?

Alla quarta buca, Hubert si defilò dagli altri per venire a parlarmi. «Possono anche essere un po’ rozzi», mi disse mentre Steve si chinava a sistemare la pallina sul tappeto di gomma. «Ma sono brave persone. Steve fa volontariato per i senzatetto con la sua parrocchia, e Jack ha adottato una bambina russa.»

Mi concentrai sulla sgargiante tabella viola e arancio su cui segnavo i punti. «Sono amici tuoi, Hubert. Non sei tenuto a sciorinarmi il loro curriculum.»

Mi mise un braccio sulle spalle. «Lo so. Eunice però mi ha detto che non hai molti amici maschi. Se dai loro una possibilità, penso che riuscirebbero a sorprenderti.»

La sua mano che mi toccava mi fece venire la pelle d’oca. «Sono convinto che tu abbia ragione», dichiarai.

Non bastò questo a farlo desistere. «Che tu e io diventiamo amici per me è importante. Tua sorella… lei per me è tutto.» Hubert strizzò gli occhi, umidi dietro le lenti degli occhiali. Si mise a ridere e si asciugò una guancia. «Scusa. È un periodo di grandi emozioni. Vedi, io pensavo… Mi stavo abituando all’idea di rimanere solo per tutta la vita, e quindi ritrovarmi con Eunice ha cambiato tutto… insomma…» A quel punto l’emozione lo bloccò impedendogli di continuare, e si asciugò gli occhi con il dorso della mano. Avrei voluto provare disgusto, ma contro la mia volontà mi scoprii un po’ commosso. Ecco un uomo che faceva progetti a lungo termine. Paragonato a me, che vivevo ancora a casa di mamma con un mostro da una botta e via e un lavoro che sarebbe svanito alla fine del mese, era un modello di età adulta.

«State per baciarvi voi due?» gridò Jack. Scoppiarono a ridere tutti, anche Kyle e Hubert, che finalmente lasciò la mia spalla e s’incamminò verso la buca successiva.

«Noah?»

Quella voce mi fermò prima che potessi raggiungere il gruppo. Alla mia sinistra c’era Megan, con una mazza da golf gettata su una spalla come un fucile e una palla rossa chiusa nella mano destra come una granata. Sembrava una che cerca di fare colpo, un po’ in imbarazzo ma comunque ci provava. Attrici.

«Che ci fai tu qui?» le chiesi.

«Non mi è piaciuto come ci siamo lasciati l’altra sera», rispose. «Quando ho chiamato il numero che c’era sul tuo biglietto da visita, mi ha risposto tua madre e mi ha detto dove avrei potuto trovarti.»

«Mi ha tradito così con un’estranea?»

«Le ho detto che era un’emergenza», spiegò. «Magari ha pensato che fossi incinta.» Arrossì. Anch’io mi sentivo la faccia un po’ calda, comunque.

«Così hai pensato bene di imbucarti a un addio al celibato», commentai.

«Volevo scusarmi. Non avrei mai dovuto tenderti un tranello.»

«Sei venuta fino a qui solo per scusarti?» le domandai. «Cosa c’entra la mazza?»

«La ragazza alla biglietteria non mi lasciava entrare a cercarti, a meno che non pagassi per giocare», spiegò. «Per il momento queste scuse mi sono costate sei dollari più la benzina.»

«Noah!» mi chiamò Kyle, con le mani a megafono intorno alla bocca. «Tocca a te!»

«Devo andare», dissi a Megan.

«Hai davvero intenzione di abbandonarmi così?»

«Noah!» gridò Kyle. «Che diavolo succede, amico?»

Alzando un pollice, gli feci segno che ero pronto.

«E va bene.» Megan sospirò rumorosamente dalle narici dilatate. «Noah, mi piacerebbe che non te ne andassi. Se te ne vai, però, dammi almeno il tuo numero di casa. Non tornerò a Vandergriff per un po’ e… ci terrei a spiegarti alcune cose. E senz’altro non mi dispiacerebbe se passassimo ancora un po’ di tempo insieme. Davanti a qualche waffle o a quello che ti pare.»

Che tipa. Quando sfoderava al massimo il proprio fascino sapeva che avrebbe funzionato.

«Aspetta qui.» E raggiunsi il gruppo.

«Alla buon’ora!» esclamò Steve.

«Le romanticherie non si addicono a un addio al celibato», commentò Jack.

«Gli amici vengono prima delle donne, Noah», aggiunse Hubert. Era come se quelle parole le avesse prese a prestito da un luogo comune e le stesse sperimentando per la prima volta.

Un paio di invitati si misero a ridere.

«Kyle, puoi tenerli tu i punti, un minuto?» chiesi, passandogli la tabella. «Torno subito.» Accompagnato da un coro di buuu, presi Megan per mano e la portai alla mia macchina. Non appena la accesi, partì a tutto volume Sister Christian dei Night Ranger. Megan chiuse gli occhi e fece una smorfia infastidita. Spensi subito l’autoradio.

«Non è la musica che ascolto io, se ti interessa saperlo», la informai.

Guidando senza pensare, la portai in automatico al Wandering Dark. Di notte era chiuso, ma mia madre si era scordata di chiudere il cancello del parcheggio. Arrivai con la macchina fino all’entrata dell’attrazione, incorniciata da un teschio di polistirolo scrostato e stinto.

«Salto sulla tua macchina, mi metto nelle tue mani, e con tutti i posti che ci sono mi porti qui?» rilevò Megan.

Restai con la mano sulla chiave, incerto se spegnere il motore.

«Possiamo andare da qualche altra parte», proposi, anche se non avevo idea di dove. Io passavo tutto il mio tempo lì, a casa o con Leannan. Lavoravo, scopavo e dormivo. Non avevo posti preferiti, in quel mondo rispettabile non avevo nulla da spartire che non fosse il mio lavoro. Hubert era molto migliore di me. Lui almeno aveva degli amici e qualche passatempo.

«No. Hai seguito l’istinto», disse. «Stiamo a vedere dove ci porta.»

Scendemmo dalla macchina ed entrammo nel Wandering Dark, attraversando l’ufficio spoglio e polveroso all’ingresso fino al magazzino vero e proprio. In sala relax recuperammo un po’ d’acqua e qualche barretta di cereali, dopodiché le feci fare un giro. Giunti nella sala da ballo, ci sedemmo sul bordo del palco con i piedi ciondoloni a mangiare le nostre merendine. Dopo che ebbe finito la sua barretta, Megan non faceva altro che rigirarsi la carta fra le mani. Il fruscio saturava lo spazio vuoto e immobile.

«Ti ho promesso una spiegazione», cominciò.

«Già», replicai, anche se ero tentato di lasciar perdere a quel punto, perché vedevo che era a disagio e mi sarebbe dispiaciuto incrinare la pace che avevamo raggiunto.

«Per me non è facile parlarne», continuò Megan. «Ma hai il diritto di saperlo.» Fece un profondo respiro. «Nella Compagnia dei Dispersi tutti hanno perso una persona a cui tenevano. Qualcuno che amavano è scomparso in modo assurdo. Tutti a parte me. Io so perfettamente dove si trova la mia persona. È in prigione a West Livingston, nel braccio della morte del Polunsky Unit. Il suo nome è James O’Neil.»

«Tu lo conosci?»

«È mio padre.» Dovevo aver fatto una faccia preoccupata, visto che mi mise una mano sul ginocchio. «Tranquillo, non siamo in una scena de La figlia di Dracula. Non cerco vendetta. Sto solo provando a capire, come tutti i miei amici.»

Sollevai la bottiglietta d’acqua per bere. Era vuota.

«Non è mai stato normale», mi raccontò Megan. «Ha sempre combattuto con la malattia mentale. Mia madre lo ha lasciato quando ero piccola, sono cresciuta senza averlo intorno. Mi scriveva gli auguri per il mio compleanno, quando se ne ricordava, e qualche volta è anche venuto a trovarmi. Era sempre gentile, però triste. Sapeva di non essere tagliato per fare il padre a tempo pieno, eppure gli mancavo, credo. Non sembrava pericoloso per gli altri, solo per se stesso. Quindi, quando l’hanno arrestato alcuni anni fa, non mi sembrava possibile, e quando è stato accusato di tre omicidi e condannato per due, mi è sembrato ancora più inverosimile. Sono andata a trovarlo in prigione, non faceva che ripetere che voleva ricominciare da capo.»

«È quello che ha detto anche a me la sera in cui l’ho visto», confessai. «Non è che ha avuto un crollo psicotico?»

«È quello che pensavo anch’io. Ma poi ha cominciato a spedirmi delle lettere. Lettere dettagliatissime su un certo demone che l’ha perseguitato tutta la vita, portandolo a dire e a fare cose che non avrebbe mai voluto né dire né fare. Insisteva che tua sorella non l’ha mai neppure sfiorata, Noah, ma che quel demone gli ha fatto uccidere Maria Davis e Brandon Hawthorne. Mi ha scritto anche che quel demone ormai è morto e che lui si sente molto meglio. A volte mi ha spedito dei disegni del demone.» Tirò fuori dalla tasca una serie di fogli piegati e me li passò. Li aprii e mi trovai davanti uno schizzo a carboncino della Belva Grigia, il mostro che mi aveva aggredito e strappato l’occhio sinistro. Cercai di mantenere un’espressione perplessa (per quanto solidale).

«All’inizio, ho pensato che stesse delirando e che cercasse di trovare un senso alle atrocità che aveva commesso, e non avevo quindi risposto a nessuna lettera. Ma poi, una notte, nel periodo in cui mia madre stava morendo, mi sono svegliata e ho iniziato a curiosare su internet. È stato allora che ho scoperto la Compagnia dei Dispersi. Nel loro forum c’erano immagini molto simili a quella che stai guardando. E i membri del gruppo sono gente sincera. Se guardi negli occhi Sarah, o Josh, che non sono dei cialtroni, lo capisci. Ci sono passati davvero attraverso certe cose. È tutto di pubblico dominio. Eppure, nonostante il tempo trascorso insieme, nonostante tutti i discorsi e le teorie, non abbiamo nessuna prova concreta di certi fatti», indicò il disegno, «o la minima idea del perché loro fanno ciò che fanno. Sono anni che voglio parlartene, Noah. Mia madre mi ha tenuta alla larga dal processo, e mi ha fatto promettere di lasciarti in pace. Diceva che non avresti voluto saperne delle scuse o delle bugie di mio padre su tua sorella. Ma io ho conservato una tua foto, e quando ti ho visto all’Inferno… mi è sembrato che fosse scattata una scintilla, un legame immediato, e ho pensato che…» S’interruppe di colpo, sbattendo le palpebre un paio di volte. Quell’espressione avrei imparato a conoscerla bene. Era la sua faccia di sto-cercando-di-non-piangere, e fece breccia nel mio cuore fin dalla prima volta.

Le presi la mano e, anche se stava per farlo, lei non la ritirò. «Non sono stato del tutto sincero con te», confessai. «Hai presente la sera in cui ho visto tuo padre? Ho visto anche questa cosa», e le indicai il disegno. «Ho visto questa, e ne ho visto un’altra fatta esattamente allo stesso modo. Stavano litigando, in merito a tuo padre, immagino. Sono scappato nel bel mezzo della lite, ero terrorizzato. Non ne ho mai parlato con nessuno perché credevo…»

«Credevi che la gente ti avrebbe preso per matto.» Completò lei la frase al posto mio.

Qualcosa dentro Megan sembrò alleggerirsi. Le sue spalle si rilassarono e si mise a piangere. Non so perché decisi di baciarla proprio in quel momento, ma non fece resistenza. Si sporse in avanti per ricambiare il mio bacio. Aveva un gusto un po’ dolciastro, come una barretta di cereali, e insieme salato, come le lacrime.

La casa degli incubi
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