13

STABILITA la linea da seguire, la mia famiglia e il gruppo di teatro del liceo di Vandergriff si misero a lavorare alacremente. Non mi fu più permesso andare al laboratorio, quindi non vidi nulla. Trascorsi invece quei pomeriggi nel retrobottega del Bump in the Night a fare i compiti e a giocare da solo. Sally veniva a prendermi a scuola e mi riportava a casa la sera. Controllava i miei compiti, mi metteva a letto e stava lì fino a che non tornavano mamma, Sydney ed Eunice.

Loro le vedevo solo la mattina quando, preparandosi per la giornata, si trascinavano e s’incrociavano per casa ancora mezzo addormentate. Eunice mi mancava, ma tutte le sere veniva a trovarmi l’Amico, che si presentava dopo che Sally mi aveva gentilmente ma meccanicamente augurato la buona notte, mentre già mi trovavo in quello strano spazio sospeso fra la veglia e il sonno. Grattava delicatamente sul vetro della finestra, come se mi stesse scuotendo per una spalla.

Se fossi stato più grande, o un po’ più cauto, o se gli adulti si fossero presi più cura di me da piccolo, mi sarei preoccupato che potessero sorprendermi lì fuori. Ma ero abituato a essere invisibile, e del resto era dura preoccuparsi per qualsiasi cosa una volta che arrivava l’Amico.

All’inizio giocavamo con i miei pupazzetti, ma le zampe forti e impacciate della creatura facevano saltare via le teste e le braccia. Provammo allora con i giochi da tavolo, ma a quanto pareva la creatura faceva fatica a memorizzare le regole, e vincere sempre si fece via via più noioso. Cominciammo dunque a dedicarci alla mia collezione di libri. Prima glieli leggevo, poi copiavamo le frasi e le illustrazioni. La sua scrittura non cessò di essere terribile, ma quando provammo a copiare i disegni di Danny and the Dinosaur, le riproduzioni della creatura somigliavano davvero a quelli del libro.

«A fare questo sei bravo», gli dissi, sentendomi in difetto mentre confrontavo le nostre opere sul pavimento con il libro. I miei disegni erano delle accozzaglie di colore grossolane e incomprensibili. «Mi piacerebbe saper disegnare come te.»

La creatura mi porse un tozzo gessetto blu. Si spostò dietro di me, mi mise una zampa sulla spalla destra, con l’altra cinse il mio polso sinistro, e iniziò a guidarmi la mano lungo il pavimento. Di nuovo m’invase quell’incredibile sensazione di deriva estatica, di tepore, di benessere e di appagamento. Ero solo vagamente consapevole del cemento che mi stava di fronte, allo stesso modo in cui si è consapevoli di una strada attraverso un parabrezza striato e lurido.

Quando la creatura mollò la presa, la sensazione sfumò e mi ribellai, frustrato e disorientato, con il gessetto alto nel pugno come se fossi pronto a colpire. L’Amico apparve un po’ spiazzato, la testa gli ballonzolava da una parte all’altra. Mi rivolse uno sguardo interrogativo.

«Scusa. Non volevo.»

La creatura mi fece segno di guardare dietro di me. Recuperai da terra la torcia e illuminai il punto dove, guidato, avevo fatto il mio disegno. Una vasta e tentacolare città in miniatura, come vista dall’alto di una collina, si estendeva in una serie di cerchi concentrici formati da imponenti grattacieli, e nel centro, nel nucleo di quella cellula bizzarra, c’era una torre che si allungava fino al cielo. Mi sembrò familiare, era come se ci fossi già stato.

«Questo l’ho disegnato io?» domandai.

La creatura indicò me, poi se stessa, e subito incrociò due dita di una zampa. Significava che lo avevamo fatto insieme. Si piegò in avanti e come ogni sera scarabocchiò sul pavimento la sua richiesta: ENTRO?

Come ogni sera gli diedi la mia risposta: «Oggi no».

Non raccontai della creatura a nessuno, per quanto all’epoca non mi fosse ben chiaro il motivo. Chiamiamolo istinto. A ripensarci oggi, non è che temessi di passare per pazzo, piuttosto ero felice di avere qualcosa di completamente mio, qualcosa che la mia famiglia non poteva nascondermi o portarmi via.

La casa degli incubi
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