19
MIA madre e il signor Ransom rimpiazzarono Sydney con un’altra ragazza del corso di teatro. Mia sorella trascorse in pigiama, nella sua stanza, gran parte dei due giorni che precedettero l’apertura. Non chiese nulla del Wandering Dark, e al contempo smise di accapigliarsi con nostra madre. Quando mamma le diceva di fare qualcosa, lei eseguiva senza protestare.
E anche se a quel punto doveva farmi in pratica da baby-sitter, io e lei continuammo a evitarci. Rimanevo fuori dalla camera delle mie sorelle, ed era come se lì dentro Sydney parlasse ininterrottamente per ore da sola, a voce troppo bassa perché potessi origliare a dovere. Non capivo se parlasse al telefono o se stesse leggendo i suoi copioni preferiti, e mantenevo le distanze. Quando rispuntava fuori per guardare la tv, io mi ritiravo in camera mia. Alcune volte provai a giocare con il nuovo Batman e la nuova Batcaverna, ma quei tentativi si rivelarono frustranti, tristi. Era la prima volta che ottenevo nel modo sbagliato ciò che avevo tanto agognato, rovinando di conseguenza ciò che avevo ottenuto.
La sera della prima, mia madre ed Eunice mi abbracciarono e mi fecero promettere di comportarmi bene con Sydney, che augurò loro in bocca al lupo. Mamma per l’ennesima volta le lanciò uno strano sguardo inquisitorio, come se sapesse che qualcosa non andava, forse sospettandone addirittura il motivo, e avesse però paura a indagare oltre e trovarne conferma.
Dopo che se ne furono andate, mia sorella si sedette sul divano accanto a me, che stavo già guardando la tv. Quando mi alzai per sgomberare il campo, mi mise una mano sulla spalla e mi domandò di restare. Rimanemmo seduti in silenzio per un po’. Ero talmente concentrato sul programma che quando a un certo punto Sydney parlò, mi fece sobbalzare.
«C’è una cosa che non capisco», mi disse. «Come ci sei arrivato al magazzino?»
Non le risposi. Sydney alzò gli occhi al cielo, fece un verso esasperato e scattò in piedi. Proprio mentre stava tornando in camera, sentimmo bussare alla porta.
«Vai tu a vedere chi è?» mi domandò.
Andai ad aprire, ma il pianerottolo era deserto. Uscii per guardare meglio. Il parcheggio sembrava altrettanto deserto, sotto le luci tremolanti c’erano solo delle macchine vuote. Un silenzio simile non lo avevo mai sentito. Di solito i rumori delle macchine, o dei vicini sui loro pianerottoli, si sentivano. In quel momento invece il mondo era come una tv con il volume a zero.
«Ehilà?» risuonò chiara la mia voce in quel silenzio innaturale.
Dentro l’appartamento, Sydney gridò.
Rientrai di corsa senza richiudere. Spalancai la porta della sua stanza. Era un caos – cassetti aperti, vestiti ammucchiati alla rinfusa, i letti sfatti, libri capovolti – e, a parte me, non c’era nessuno. Le tende ondeggiavano leggermente davanti alla finestra aperta. Dava sul pianerottolo condominiale. Era già aperta quando ero andato ad aprire la porta di casa? Non riuscivo a ricordarmene, mi sembrava però che fosse chiusa.
Tornai alla porta di casa e dall’esterno guardai la finestra spalancata. Al di là del fatto che fosse aperta, sembrava perfettamente normale. Niente sangue, nessuno si era perso nulla lungo la strada e non c’erano vetri rotti.
«Sydney?» chiamai.
Alle mie spalle, tutte le luci dell’appartamento si spensero di botto. Restai immobile, in ascolto.
Dal nulla iniziai a sentire qualcosa, un rumore così flebile che riuscivo appena a percepirlo: scric-scric-scric.
Andai nella mia stanza. Quello scricchiolio leggero ed esitante proveniva dalla mia finestra. Più mi avvicinavo più il rumore aumentava, era sempre più insistente. Scostai le tende. Sul terrazzino c’era l’Amico, curvo con i palmi appiccicati al vetro. Sembrava spaventato, in un modo o nell’altro trasmetteva la sua preoccupazione attraverso gli occhi, che in quel momento erano di un arancione spento. Appoggiai la mano al vetro davanti alla sua, e attraverso quella barriera sentii il suo incredibile calore.
Tolsi la sicura alla finestra e la spalancai del tutto. Mi spostai e gli feci segno di entrare.
«Amico», dissi. «Aiuta.»