16

IN punizione, senza una ragazza, in rotta con il mio migliore amico e con una paura mortale del mostro, passai a casa molto più tempo del solito. Eppure continuavo a vedere poco Eunice. Se ne stava nascosta nella sua stanza, oppure monopolizzava il computer di famiglia. Batteva velocissima i tasti per ore, e raramente sembrava interrompersi per riflettere. Mamma diceva che dovevamo lasciarla in pace, che mia sorella si sarebbe lasciata alle spalle il territorio della depressione con i suoi tempi, ma vivere con una persona depressa è dura. La depressione occupa uno spazio fisico, si gonfia e filtra sotto le porte chiuse, aleggia fra le stanze come un gas velenoso, avvolgendo la casa in una nebbia.

Mosso dall’istinto di sopravvivenza, decisi di provare a tirare Eunice su di morale. Era il mio terzo giorno in punizione, e bussai alla porta della sua camera dopo essere rientrato da scuola. Non ci fu nessuna risposta, ma entrai comunque. La trovai a letto, aggrovigliata in un ammasso di lenzuola. Aveva appeso una coperta alla finestra, bloccando quasi completamente la luce del sole, e la stanza puzzava di pelle umana che non vedeva il sapone da un po’. Il pavimento era disseminato di biancheria sporca, sulla scrivania erano impilati piatti incrostati di cibo.

La scrollai per una spalla, e lei si svegliò di soprassalto.

«Va tutto bene», mormorai. «Sono io.»

L’aria che aveva inalato nel panico le uscì come un lungo sospiro annoiato.

Aprì e richiuse la bocca con una specie di schiocco. Qualunque sapore avesse percepito, le sue labbra si incurvarono disgustate.

«Che ore sono?» domandò.

«Più o meno le quattro.»

Eunice emise un gemito, si stiracchiò e con un calcio spedì un libro fuori dal letto. Atterrò sul pavimento, aperto e a faccia in giù, e le pagine si spiegazzarono. The Dream Cycle of H.P. Lovecraft: Dreams of Terror and Death. Eunice sollevò la testa ma sembrò trovare la cosa troppo difficile, perché ripiombò sul cuscino.

«Stasera non lavoro», le dissi. «Sono in punizione. Però non penso che mamma avrà qualcosa in contrario se tu vai a noleggiare un film e lo guardiamo insieme.»

«Non ne ho voglia», replicò.

«E di una cena, cosa te ne pare?» le chiesi. «Ho qualche soldo, potremmo ordinare una pizza.»

«Proponilo a Donna.»

«Abbiamo rotto.»

Eunice fissava il soffitto. «Noah, ascolta e fai tesoro di quello che ti dico. Voglio starmene da sola. Non puoi aspettarti che diventi di colpo la tua migliore amica solo perché sei stato scaricato.»

«Ma non è così.»

«Lo capisco. Mamma quando eri piccolo ti trascurava, quindi nutrirti, amarti e farti i complimenti per le medagliette e i progettini artistici era compito mio. Però adesso non sei più un bambino, quindi che ne dici di lasciarmi un po’ di cazzo di tempo per me stessa?»

«In ballo non ci sono solo io», ribattei, cercando di non alzare la voce. «Ho pensato che un po’ di tempo fuori dalla tua stanza, fuori dalla tua testa, ti avrebbe fatto bene.»

«Non ho intenzione di uscire da questa stanza. Ho un cervello grande come Saturno, ma per colpa di uno squilibrio chimico sono iscritta a un’università da due soldi. Sono bloccata in un autentico e stazionario inferno, intanto marcisco dentro e devo spiegare le mie scelte a un narcisista con la media della sufficienza e un rapporto problematico con la madre. Prima di vomitare altre assurdità sul mio benessere, quindi, dammi retta: se tu ti levassi dalle palle e mi lasciassi sola, cazzo, starei da dio.»

«Eunice.»

«Vai. A fare. In culo.»

Feci per uscire dalla stanza, ma mi resi conto di essere troppo arrabbiato. Mi voltai e le dissi: «No, vaffanculo tu. Stavo solo cercando di aiutarti a dimenticare quella vacca fanatica di Gesù Cristo. Tu…» Cercai di trovare qualcosa che potesse ferirla come lei aveva ferito me, e colsi il frutto più abbietto, quello che pendeva dal ramo più basso. «Spero che Brin abbia ragione e tu marcisca all’inferno.»

Sbattei la porta, tremavo da capo a piedi. Avrei potuto uccidere qualcuno. Avrei voluto farlo. Invece mi precipitai al piano di sotto e afferrai le chiavi della sua macchina dal gancio accanto all’ingresso.

Rubai l’auto facendo meno rumore possibile. Non partii sgommando e non accesi la radio a tutto volume. L’atto di guidare, che per me era nuovo e non ancora naturale, mi calmò i nervi. Vagai per la cittadina senza una meta. Passate le ore di punta, via via che il sole tramontava, il traffico si faceva più rado. Tornai al supermercato abbandonato, dove avevo avuto l’ultimo violenta discussione con l’Amico.

Parcheggiai nello spiazzo e fissai oltre il parabrezza, cercando nuovamente di capire che cosa fosse successo. Il mostro aveva strappato la bambina dalla bicicletta e l’aveva nascosta altrove… Ma dove? E poteva averlo fatto alla luce del sole? Brandon Hawthorne era stato rapito di notte, Maria no. L’Amico era in grado di mostrarsi ovunque anche di giorno? Immaginavo che simili dubbi fossero una prova di quanto poco sapessi della creatura.

Il sole tramontò e, nonostante l’angoscia che mi portavo dentro, cominciavo ad aver fame, il che mi rendeva nervoso. Accesi il motore e puntai verso casa tenendomi appena sotto il limite di velocità, e pensai a cosa avrei potuto dire a mia sorella, a come rimediare alle parole spregevoli che le avevo urlato. Ero talmente assorto nei miei pensieri che, a meno di tre chilometri da casa, mentre svoltavo a sinistra forte del mio diritto di precedenza, non vidi nessuno arrivare finché le luci dei fanali di un altro veicolo non penetrarono dal finestrino opposto al mio, e il mondo vorticò in una chiazza indistinta d’asfalto e lampioni.

La casa degli incubi
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