18
QUANDO fummo di nuovo a casa, mentre noi altri andavamo in soggiorno per toglierci scarpe e giacconi, Sydney si fermò sulla soglia. La sua sagoma si stagliava in mezzo alla porta aperta, con le braccia strette intorno alla vita.
«Cosa c’è, Sydney?» le chiese mia madre con le mani sulle stringhe delle scarpe da ginnastica.
«È tutto sbagliato», dichiarò mia sorella.
«Che vuoi dire?»
La testa di Sydney ebbe un breve tremito. «Voglio dire che mollo.»
Mamma si bloccò mentre si stava sfilando una scarpa. «Che molli cosa?»
«Il Wandering Dark. Mollo. Basta. È tutto sbagliato e non voglio averci più niente a che fare.»
«Ma apriamo dopodomani», obiettò mamma.
«Non è un problema mio», ribatté Sydney. S’incamminò nel corridoio, verso la camera che condivideva con Eunice.
«È un tuo problema eccome, signorina», disse mia madre. Si alzò in piedi per attraversare la sala e correre furiosa dietro a mia sorella, ma per via delle scarpe slacciate inciampò. Riuscì a non cadere sostenendosi con un braccio alla parete del corridoio, e con cautela proseguì balzelloni verso la stanza delle ragazze. Non richiuse la porta, così io ed Eunice sentimmo la loro conversazione.
«Tutto questo, tutto questo stupido, faticoso, sconsiderato progetto, lo abbiamo fatto tutto per te», disse mamma. «L’hai partorito tu, è la tua idea, il tuo sogno. Non puoi mollare così.»
«Tu hai ostacolato tutta la maledetta faccenda fin dall’inizio!» la accusò Sydney. «Non è colpa mia se ti sei tenuta per te i progetti di papà e hai rovinato tutto quanto.»
«Non ci sono progetti», replicò mamma. «Non ci sono mai stati! Ci sono solo le assurdità assortite che ha disegnato tuo padre mentre stava morendo per un tumore al cervello. È qualcosa che abbiamo fatto tanto per passare il tempo mentre aspettavamo la fine. Non c’è nulla.»
Fuori dalla stanza e lungo il corridoio filtrò un silenzio lungo abbastanza da permettere a me e a Eunice di scambiarci un’occhiata, anziché continuare a fissare il corridoio.
«Stai mentendo», riprese mia sorella dopo un po’, con voce sottile.
«No che non mento», replicò mamma. Regolò il proprio tono su quello di Sydney, moderandolo come sarebbe lecito aspettarsi da una madre che conforta una figlia. Una simile dolcezza mi fece avvertire una fitta di invidia sincera. Mamma quel tono non lo usava quasi mai.
«Perché li hai tenuti, allora? Perché non mostrarli a nessuno?» chiese Sydney.
«Non sono obbligata a rendere conto di niente», spiegò la mamma sempre con voce tranquilla, dietro alla quale si celava però la durezza abituale.
«E io non sono obbligata a lavorare ancora a quella merdosa casa infestata. Buon divertimento a te e al signor Ransom.»
Non sono certo di chi abbia sbattuto la porta quando mia madre lasciò la stanza. Si avviò lungo il corridoio per tornare in soggiorno e di nuovo inciampò nelle stringhe. Stavolta non riuscì a mantenersi in equilibrio, e cascò imprecando sul pavimento di linoleum. Atterrò sulle mani e sulle ginocchia, si mise seduta e si strappò via le scarpe, scagliandole in salotto. Seguì le scarpe un attimo dopo, furente. Quando il suo sguardo infuocato si posò su di me e su Eunice, rabbrividii.
«Avete per caso idea di cosa stia succedendo?» domandò.
«No», rispose Eunice, e sembrava sinceramente sorpresa. Per poco non mi lasciai andare e non le raccontai ciò che avevo visto. Desideravo sbarazzarmi di quel fardello, di scaricare su un adulto il compito di occuparsene, ma avevo fatto una promessa. Avevo perfino accettato un compenso in cambio del mio silenzio.