14

LA costruzione della casa infestata (battezzata Wandering Dark) terminò a metà settembre, ma il signor Ransom e i ragazzi del teatro facevano sempre più tardi con le prove rispetto all’ora in cui mi toccava andare a letto. Poiché l’arrivo di Sydney a casa (segnalato dalla luce che vedevo accendersi in soggiorno da dietro la tenda del terrazzino) era diventato il mio nuovo richiamo per coricarmi, finivo per fare sempre più tardi con il mostro. I miei voti a scuola, che non erano mai stati astronomici, iniziarono a precipitare. Sally si assicurava che finissi i compiti e che andassi a letto, ma in classe non superavo le verifiche e mi addormentavo. Non disturbavo in alcun modo, quindi la mia insegnante, la signora Column, non s’impegnava granché nel tentativo di tenermi sveglio.

Le mie giornate assunsero una connotazione onirica, distaccata, irreale, come se stessi guardando un film lungo, noioso, che si vedeva male ed era difficile da capire. Le donne di casa, quando le vedevo, erano nervose. Volevano sempre parlare del Wandering Dark, il che di fronte a me avveniva solo con giri di parole. Era distaccata perfino Eunice. Mi mancava, ed ero geloso di questo nuovo impegno che me l’aveva strappata.

Finché una sera, stufo di essere tagliato fuori, domandai al mostro: «Come riesci a venire qui tutti i giorni?»

Inclinò la testa, ma non rispose.

«Sai volare?»

Non mi capì, o si rifiutò di rispondere. Mi passai una mano fra i capelli e sospirai: «Non potresti portarmi da qualche parte?»

La creatura si chinò, raccolse un gessetto e sul pavimento scarabocchiò una domanda: DOVE?

«Voglio vedere la casa infestata. Portami al Wandering Dark.»

L’Amico si drizzò e fece un passo indietro. Gli artigli della zampa sinistra si allungarono. Sembrava più la mano di un essere umano adulto che quella di un qualche orrore inenarrabile, e non appena mi trascinò fra le sue braccia, sentii calore, vigore. Rapidamente mi strinse a sé e mi avvolse nel suo mantello. Sotto, la creatura indossava una tunica abbondante e ruvida che mi grattava la faccia.

Si accovacciò al suolo, nel mentre i muscoli delle sue gambe si contrassero, poi mi mancò il terreno sotto i piedi e al suo posto ci fu solo l’aria aperta. Colsi qualche sprazzo del mondo sottostante, interrotto a tratti dalla stoffa svolazzante del mantello: il terrazzino si fece sempre più piccolo – e vidi così i sette palazzi da cui era formato il condominio in cui vivevamo –, poi virammo, la prospettiva cambiò e allora vidi solo il nero violaceo del cielo inquinato dalle luci elettriche che sovrastava Vandergriff.

Ogni timore era distante, come un flebile segnale radio proveniente da un Paese straniero. Appiccicato alla creatura vagavo, un po’ infreddolito ma pacificato, del tutto a mio agio e lontano dal mondo. La creatura aveva un odore particolare, un profumo in cui c’era però anche un che di terroso, come nel reparto giardinaggio di un supermercato, e a invadermi la mente fu l’immagine di un immenso prato fiorito sotto un cielo cupo e minaccioso, e, al di là di quello, un vasto panorama urbano, guglie, arene e torri che sembravano materializzarsi solo in controluce.

Fui ridestato di soprassalto dalle mie fantasticherie quando atterrammo, non appena l’Amico mi lasciò andare dopo essersi gettato il mantello all’indietro. Barcollai, le mie gambe erano molli, la testa frastornata e offuscata. Crollai al suolo e mi sbucciai le mani. Il dolore mi schiarì la testa. Ci trovavamo nel parcheggio di fronte al magazzino. Il pick-up del signor Ransom era parcheggiato vicino a una delle saracinesche. Avevano messo un teschio di polistirolo a incorniciare l’ingresso principale. Rischiarato dai lampioni del parcheggio, in un suo modo sinistro risultava convincente. La creatura mi si avvicinò, e le feci segno di non preoccuparsi.

«È tutto a posto», dissi. Respirai a pieni polmoni e dopo un attimo lo stordimento passò. Mi avvicinai al teschio all’entrata. L’Amico era rimasto fermo nel punto in cui eravamo atterrati.

«Tu non vieni?»

Scosse la testa. Armeggiai con la maniglia della porta principale, ma non si mosse. Stavo per voltarmi e spiegare all’Amico che non c’era niente da fare e che potevamo tornare a casa, ma proprio in quell’istante la porta cedette. Non sentii scattare nulla, e non fu questione di magia. Un momento prima non voleva saperne di muoversi, e quello dopo era spalancata.

Varcato l’ingresso, le luci della reception erano spente, e le lasciai così. Accesi invece la mia torcia. Da quando ero stato lì l’ultima volta, la stanza era stata ripulita. Avevano tolto il banco della reception e le sedie tipo sala d’attesa, e le porte a doppio battente che conducevano nel magazzino erano occultate da una parete nera con una porta bianca al centro, il cui pomolo d’ottone era opaco e ammaccato. Lo girai senza sforzo con una mano, e la porta si aprì verso l’interno senza emettere suono. Percorsi il corridoio nero, che curvava a destra prima di sbucare in uno studio, il genere di posto in cui nei vecchi film si riuniscono a discutere medici e professori. Avevano steso sul pavimento un tappeto rosso e oro, e un divano di pelle consunto stava di fronte a un colossale scrittoio dall’aria antica. Dietro il divano c’era un caminetto finto, scuro e vuoto. Le pareti della stanza erano costellate di teste di animali imbalsamati: cervi, per lo più, a cui si alternava ogni tanto un alce o un pesce incorniciato.

Sopra il caminetto c’era un pannello vuoto con un buco in mezzo. Guardai dentro, volevo vedere cosa ci fosse dall’altra parte, ma il buio impenetrabile si estendeva fino a non so dove.

Ripensai allo spunto iniziale di Sydney: un mostro che ti inseguiva in un labirinto di tenebra, e solo una torcia a disposizione del visitatore per trovare la strada. Sapevo che era tutta una finta, un gioco, ma non mi aiutava affatto rendermene conto adesso che ero nel bel mezzo della faccenda con un mostro in carne e ossa che mi aspettava nel parcheggio. Un mostro che si era rifiutato di accompagnarmi lì dentro. Chi, a quel punto, avrebbe saputo dire come stessero davvero le cose? Proseguii, addentrandomi ancora di più nel Wandering Dark.

Dopo lo studio, fu il turno di una lunga stanza rettangolare. Contro le pareti erano allineati quelli che mi sembravano degli schedari. Il pavimento era di piastrelle blu, con alcune griglie di scolo disposte a intervalli regolari. Al centro, vicini, si stagliavano due lunghi tavoli di metallo vuoti, e sulla parete opposta c’era una porta di legno e vetro smerigliato, oltre a una scritta che non mi era chiara: UFFICIO DEL MEDICO LEGALE. Subito a destra della porta c’era un vaso con una grande pianta.

Mi avvicinai a uno dei grandi cassetti addossati alla parete destra. Giusto al centro vidi un’etichetta bianca, e stampate sull’etichetta, in caratteri minuscoli e ordinati, le parole J. Ransom. Provai a tirarlo per la fredda maniglia di metallo, ma non si aprì. Lasciai stare e iniziai a illuminare con la torcia tutti i nomi sui cassetti: Vogler, Goldman, Daniels, Price. Li scandii uno dopo l’altro, pronunciandoli il più silenziosamente possibile, godendomi il suono che facevano quando da scritti che erano diventavano orali: Sangalli, Smith, Stephens, Turner.

Fu quest’ultimo nome a interrompere ciò che sovrappensiero stavo declamando. H. Turner. Come dire Harry Turner? Afferrai la maniglia del cassetto e tirai forte. Si aprì.

Illuminai con la torcia un loculo rettangolare profondo più di due metri, che conteneva una stretta barella completa di rotelle. Sulla barella spiccava un’ampia protuberanza che alla lontana poteva ricordare una sagoma umana, coperta da un lenzuolo bianco. Feci per agguantarlo.

Un fragoroso scroscio di risate allegre e chiassose rimbombò per tutto l’edificio. Mi dimenticai in un lampo della protuberanza sotto il lenzuolo. Abbandonai subito il cassetto aperto e, lasciandomi alle spalle il vaso con la pianta, attraversai la porta dell’ufficio del medico legale, sbucando in un ampio spazio ben illuminato, considerato il posto, con il pavimento di legno e un palco ricoperto di strumenti. Un riflettore puntava su un microfono isolato; sopra c’era uno striscione rosso, bianco e blu che diceva BENTORNATI, RAGAZZI! Sparsi per terra, diversi palloncini, e in mezzo, su una sedia pieghevole, se ne stavano avvinghiate due figure umane. Anche se mi dava le spalle, riconobbi il signor Ransom. Le sue braccia robuste cingevano la ragazzina senza maglietta che teneva in braccio. Lei gli stava spingendo il volto nell’incavo del seno; aveva la testa rovesciata all’indietro, gli occhi chiusi e la bocca aperta. Riconobbi anche lei: Sydney.

«Dimmelo», gli disse.

Il signor Ransom mugolò, emettendo rumori famelici come un maiale al trogolo. Sydney gli agguantò i capelli e li tirò per obbligarlo a guardarla. In un film sconcio lei sarebbe stata sorridente, provocante. Invece sul suo viso c’era qualcosa di fragile e vulnerabile.

«Dimmelo», ripeté.

«Ti amo», replicò lui senza fiato, con la voce roca.

Sydney strinse ancora di più i capelli del signor Ransom. «Dillo ancora.» Probabilmente nelle intenzioni avrebbe dovuto suonare come un ordine, ma lei sembrava piuttosto sul punto di scoppiare in lacrime.

«Ti amo, Sydney.»

Lei si portò la mano libera dietro la schiena e si slacciò il reggiseno. Le bretelline le scivolarono giù per le spalle lungo le braccia. Lui fece un altro verso soffocato, famelico, contro il suo petto, e lei gridò come se stesse soffrendo. Quel rumore mi prese alla sprovvista, la torcia mi sfuggì dalle mani. Cadde sul pavimento con un tonfo, al che gli occhi di Sydney si spalancarono di scatto, illuminati dallo stupore e dalla paura.

Mollò la presa dalla testa del signor Ransom e puntò i suoi occhi nei miei. «Noah?»

Il signor Ransom iniziò a guardarsi intorno. Me la diedi a gambe. Mentre schizzavo a ritroso prima nel dedalo di stanze e poi nel parcheggio, li sentivo muoversi, ma per quanto fossi piccolo, impacciato dai vestiti e terrorizzato, riuscii a venirne fuori senza essere acciuffato e senza un graffio. L’Amico era ancora dove l’avevo lasciato, e io corsi fra le sue braccia.

«Riportami a casa», lo pregai. La creatura chiuse subito il mantello, i miei piedi si staccarono dal suolo e il tepore mi avvolse.

Atterrammo pochi secondi dopo, o se non altro così mi sembrò. La creatura aprì il mantello: ero di nuovo nel nostro terrazzino. Mi piegai in avanti, accorgendomi a malapena che la creatura accovacciata accanto a me si fosse messa a scarabocchiare qualcosa per terra con un gessetto. Stavo tornando lucido e allungai il braccio verso la finestra, intenzionato ad aprirla, ma una zampa si posò sulla mia spalla, e le cose in un attimo si rimescolarono di nuovo. Mi divincolai.

«Che c’è?» domandai. «Cosa succede?»

La creatura mi fece segno di guardare a terra, e aguzzai la vista per vedere quello che aveva scritto al buio: ENTRO?

«No.»

La creatura sbuffò, e prima di guardarmi nuovamente scribacchiò altre due parole:

AMICO

AIUTA

Sottolineò la seconda parola tre volte, e alla terza il gesso si spezzò. Da come la creatura si era afflosciata e dalla curva rigida del collo capii che era dispiaciuta.

«No», ribadii, scuotendo la testa con vigore. Quando aprii la finestra e mi infilai dentro casa, l’Amico non cercò di fermarmi, e quando mi voltai a richiuderla, se n’era già andato.

Quando Sydney rientrò, si presentò subito davanti alla mia stanza. Attraverso la fessura sotto la porta vedevo l’ombra dei suoi piedi; respirava in modo strano, rumorosamente e a fatica. Sembrava che avesse appena finito una maratona e che stesse assorbendo aria a più non posso, più o meno come se avesse il fiatone, espirando in modo incostante e irregolare. Ma dopo un po’ se ne andò via.

La casa degli incubi
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