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LASCIAI Caroline nella casa vuota e rifeci il giro dell’isolato. Erano tutti in cucina quando rimisi piede in casa di Eunice, riuscii quindi a rubare agilmente le chiavi della macchina di Hubert appese alla porta e a svignarmela di nuovo. Uscii dal vialetto e proseguii lungo la strada senza che nessuno mi notasse. Attraversai la cittadina con il telefono in modalità silenziosa, ignaro di qualsiasi chiamata persa o messaggio.

Si era appena fatta sera quando raggiunsi la casa di mamma all’altro capo di Vandergriff. Il sole era coperto da una fitta coltre di nubi temporalesche che annunciavano una notte prematura. La casa era più grande di quanto ricordassi, più ampia e insieme più alta, come se al pari di ogni altra cosa vivente fosse cresciuta attenendosi a una dieta regolare, mangiando quello che erano solite mangiare le case. Le finestre, simili agli occhi neri di un insetto, riflettevano la luce dei lampioni.

Non c’erano macchine della polizia parcheggiate in giardino o per strada, ma il nastro giallo sbarrava la porta d’ingresso. Passai sotto il nastro e provai le chiavi che avevo io; la serratura era la stessa, e funzionarono. Una volta dentro lasciai spente le luci. Non volevo che i vicini si accorgessero della presenza di qualcuno all’interno. Per darmi un’occhiata intorno, senza curarmi delle varie notifiche sul display, usai la torcia del cellulare.

La casa, ovviamente, era stata perlustrata in cerca di indizi e poi abbandonata. Dal divano erano stati rimossi i cuscini, e in cucina tutti gli armadietti erano spalancati, il loro contenuto era sui ripiani e sul pavimento. Mi ricordava la casa di Leannan dopo il terremoto.

Disordine a parte, di diverso c’era ben poco. Appese alle finestre le tende erano le stesse, e in sala da pranzo c’era lo stesso tavolo. C’era odore di muffa, di aria viziata, come se chi ci viveva fosse andato a male. Salii nella mia vecchia stanza. Con il letto sfatto e la biancheria sporca sparsa dappertutto sul pavimento, dava l’impressione che un Noah diciannovenne potesse rientrare da un momento all’altro. Sulle pareti c’erano gli stessi poster, e ammonticchiata sul comodino c’era la stessa pila di libri: La camera di sangue, Ghost Story, Cerimonia di sangue, Memnoch il diavolo.

Sulla scrivania trovai un pezzo di carta che era rimasto lì a prendere polvere per più di un decennio:

Noah,

stasera sono passata al Wandering Dark per avere un bis, ma mi hanno detto che è il tuo giorno libero. Mi spiace non averti rivisto. Se ne hai voglia, comunque, domani sera mi trovo con alcuni amici, potresti venire. Mi farebbe piacere parlare di nuovo.

Baci,

Megan

Sentii una fitta di rimorso. Stavo per controllare le notifiche sul cellulare, ma mi bloccai. Prima di preoccuparmi per Megan, dovevo superare quella tappa. Mi accovacciai di fronte alla scrivania e aprii il cassetto più in basso. Era zeppo di vecchi compiti del liceo, blocchi a spirale e fumetti. Affondai una mano in mezzo alle carte e rovistai alla cieca finché le mie dita non si strinsero intorno a ciò che cercavo. Lo tirai fuori e lo guardai nella camera buia: una piccola pietra nera levigata. La mia chiave per il mondo di Leannan, abbandonata lì undici anni prima, era esattamente dove l’avevo lasciata.

La strinsi nel pugno, chiusi forte l’occhio e immaginai la casa nella foresta nera, il cielo palustre, l’aria umida e densa.

Riaprii l’occhio e constatai di essere ancora accucciato nella mia vecchia stanza. Non aveva funzionato. Perché non aveva funzionato? La pietra aveva perso tutto il suo potere? Dopo anni d’inattività le si erano scaricate le batterie? Me la rigirai nel palmo. Non sembrava diversa rispetto a come la ricordavo.

L’unica bella idea che mi fosse venuta era sfumata. Non ero ancora disposto ad arrendermi, tuttavia, e a tornare da Hubert, Megan e i bambini.

Mi infilai la pietra in tasca e finii di perlustrare la stanza, ma non trovai nulla di utile. Andò allo stesso modo con la vecchia camera di Eunice e con l’«ufficio di casa» in fondo al corridoio, dove in cima allo schedario c’era ancora la foto di Sydney al liceo.

Scesi, volevo battere a tappeto il piano terra. In cucina e in soggiorno apparentemente non c’era niente fuori posto. Il letto in camera di mia madre era senza lenzuola, i vestiti e le scarpe erano tutti ammucchiati in basso nell’armadio.

Stavo per abbandonare le ricerche quando il fascio di luce del cellulare illuminò per un attimo qualcosa di piccolo e marrone, riposto in fondo. Mi inginocchiai e vidi una scatola di cartone vecchia e in alcune parti stinta. Scostai i lembi che la chiudevano. Dentro c’era solo un vetusto raccoglitore a tre anelli, gonfio di fogli ingialliti dal tempo. Nella plastica che rivestiva la copertina era infilata una pagina con il titolo, una scritta a matita leggera, con le lettere in stampatello maiuscolo come sulle vecchie copertine di Superman o degli X-Men:

LA CITTÀ SENZA NOME

DI HARRY E MARGARET TURNER

Ricordava qualcosa che potrebbe buttare giù un ragazzino per ingannare il tempo anziché studiare, e mi diceva parecchio sul conto dei miei: del padre che non avevo mai conosciuto e anche di mia madre, nella versione che era morta con lui. Giocherelloni. Gente divertente.

Appiccicata sotto il titolo c’era una foto, quella che ho descritto non so più quante pagine fa: i miei genitori rannicchiati accanto al cartello CASA INFESTATA - INGRESSO LIBERO, che sorridevano fieri della propria creazione (una foto che era e resta l’unica di mio padre in mio possesso, una reliquia ancora custodita nella sua guaina di plastica).

Tornai al letto di mia madre con il raccoglitore e lo aprii. Come dichiarava la copertina, dentro c’erano i progetti abbozzati da mamma e papà prima che lui morisse, i progetti su cui io e Sydney avremmo sempre voluto mettere le mani. Mamma aveva detto di averli buttati via. Eccoli lì, invece, i progetti per una colossale attrazione che gravitava intorno a tre alberghi: il Gilman, che nel racconto di H.P. Lovecraft si trovava nella cittadina costiera di Innsmouth, il Glitz, un hotel tipo l’Overlook di Shining con un labirinto di siepi e finiture in ottone, e il Ma’s, una locanda con una cancellata nera in ferro battuto e un cimitero alle spalle.

Fuori dal nucleo rappresentato dagli hotel si estendeva, a quanto ne capivo, una città vera e propria, con palazzoni pieni di uffici, negozi e ristoranti, tutto reso nel disegno fin nei minimi dettagli. Da una pagina all’altra, tuttavia, la struttura della città mutava. Era impossibile trovare un punto di riferimento con cui orientarsi a dovere. Scorsi le pagine avanti e indietro, ma più le guardavo più tutto mi sembrava a casaccio, era come la struttura della Città che io stesso avevo sperimentato sulla mia pelle.

Non avevo molto tempo per riflettere sulla nuova scoperta e capire come avrebbe potuto aiutarmi nell’impresa di raggiungere il mondo di Leannan. La porta di casa si aprì, e sentii un vociare indistinto all’ingresso. Era arrivato qualcuno.

«Noah, ci sei?» gridò Megan. «Vieni fuori. Siamo qui.»

La casa degli incubi
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