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MI rifiutai di unirmi alle prove fino a che non ebbi il mio costume. Mi sarei sentito stupido a cercare di acciuffare la gente vestito come tutti i giorni, e una volta che i miei colleghi avessero assistito a una scena così ridicola, come avrebbero poi potuto prendermi sul serio in costume? A quel punto non importava quanto sarebbe stato convincente il prodotto finito, alle mie vittime sarebbe sempre tornato in mente il Noah sudaticcio di sempre. Il mostro che avrebbero visto la prima volta doveva essere il mostro in tutto e per tutto.
Quindi, mentre i miei colleghi del cast imparavano le battute e le coreografie, io memorizzavo il labirinto del mostro, una serie di passaggi segreti distribuiti all’interno del Wandering Dark, che gli avrebbero permesso di rintracciare i visitatori senza essere visto, per poi spuntare all’improvviso e terrorizzare e/o trascinare via i nostri infiltrati nel pubblico, personaggi che si chiamavano sempre Brad o Katie. Giravo di corsa, facevo risuonare i piedi sul cemento e sulle scale di legno, sbatacchiavo le sottili pareti di scena. Dovevo imparare a spostarmi lì dentro con un costume pesante e una maschera che mi oscurava la visuale, e dovevo farlo al buio. Quindi non feci che correre. Nel giro di una settimana ero in grado di attraversare quel posto a occhi chiusi.
Nelle pause mi sedevo all’aperto vicino a uno degli ingressi con la saracinesca, tracannando acqua e assorbendo qualsiasi refolo d’aria la giornata avesse da offrire. A volta Kyle e Donna (che si era aggiunta al cast nel ruolo di una Katie) rimanevano con me. In quelle scenette Kyle faceva la parte dell’«amico mattacchione», scherzando di continuo e parlando bene di me davanti a Donna. Io facevo del mio meglio per incarnare «un tipo normale e partecipe».
Il nuovo costume fu pronto sul finire della seconda settimana, e lo inserimmo nelle prove quello stesso venerdì. Senza mostrarlo a nessuno prima del tempo e senza lasciar trapelare cosa stessimo facendo, mia madre annunciò agli attori che avrebbero iniziato a provare a luci spente. Ai Brad e alle Katie, riuniti a interpretare «il pubblico», venne affidata un’unica torcia per orientarsi nel magazzino.
Per la prima prova a luci spente mamma mi diede carta bianca, sarei entrato in scena quando e dove volevo. Via via che i Brad e le Katie si spostavano nel Wandering Dark, io silenziosamente stavo loro dietro. Con le luci accese si sarebbero mossi in modo sicuro, con annoiata spavalderia. In quel momento, però, con il silenzio e l’oscurità, nelle loro risate c’era sempre più ansia.
«Accidenti», disse uno dei Brad mentre io sbirciavo nello Studio del Professore. «Lo so che è tutto finto, però accidenti, no?»
Donna brandiva la torcia del gruppo agitandola avanti e indietro, ma continuai a tenermi nascosto. Li seguii nella camera mortuaria, poi nella sala da ballo, dove la banda attaccò a suonare i suoi ottoni per il grande numero musicale, mentre altre comparse danzavano qua e là bloccando il passaggio ai Brad e alle Katie, obbligandoli ad attraversare un mare di ballerini. La sala, con le sue luci soffuse e l’ampio pavimento, dopo la tensione insostenibile delle precedenti stanze piccole e buie, nelle nostre intenzioni avrebbe dovuto essere un sollievo, ma la mia preda sarebbe rimasta tesa ed esposta. Si inoltrarono nella sala strascicando i piedi, con la torcia spenta, come un nodo di febbrile energia raggiunsero all’altro capo la doppia porta con la scritta USCITA. Varcandola, sprofondarono di nuovo nell’oscurità.
«Donna», bisbigliò una Katie. «La torcia.»
Donna la accese e si ritrovò con il naso a pochi centimetri dal mio grugno.
«Bu!» feci.
Il suo urlo mi fece rallegrare di avere una maschera simile, che come una barriera smorzava i rumori. L’intero gruppo gridò terrorizzato. M’infilai in uno dei miei passaggi segreti e tornai nel labirinto.
«Noah, sei un vero stronzo!» gridò qualcuno.