CAPITOLO XX

 

Lyza e Raffael stavano lavorando con una serie di planimetrie davanti.

Quando Larsen aveva visto la famosa lista di Snake era riuscito a memorizzare alcuni tra gli obiettivi che avevano intenzione di colpire, era riuscito a leggere solamente i primi nomi scritti in parte perché Snake gli aveva lasciato la lista in mano per poco tempo e in parte perché era talmente fatto da non riuscire a ricordare tutto ciò che era accaduto quella sera.

Ma grazie a quei brandelli di informazioni il movimento sapeva quali sarebbero stati gli obiettivi e quando sarebbero stati colpiti.

Si erano messi a lavorare sulle piante della città per capire se gli attentati avrebbero seguito un disegno ben preciso oppure sarebbero stati casuali.

Se chi aveva architettato quel piano folle avesse deciso di seguire un disegno preciso ci sarebbe stata la possibilità non solo di evitarli ma anche di prevedere quali sarebbero potuti seguire.

Erano giorni che lavoravano sulle carte ma non ne erano ancora venuti a capo.

«Io temo che siano casuali» disse Raffael esausto.

«Se fosse così sarebbe impossibile prevenirli» commentò Lyza.

«A volte mi sembra di combattere una battaglia persa in partenza, come se fosse tutto già deciso».

Lyza guardò l’uomo, lo capiva.

A lei capitava di continuo di avere una sensazione simile ma cercava di ricacciarla indietro e puntava sulla speranza.

«Mancano pochi giorni all’attentato previsto – disse cambiando discorso – qualcuno si sta occupando del centro commerciale che dovrebbe essere preso di mira?».

«Se ne occupa Sasha con un paio di altre persone, stanno diffondendo la notizia e cercano di rendere pubblica la notizia».

«Ci sono due possibilità o abbandonano il progetto oppure si attiveranno per tutelare il maggior numero di persone possibili, non possono rischiare di creare il sospetto di essere collegati a queste stragi».

 

Quando Myla riprese i sensi era sdraiata nel letto del suo appartamento in albergo.

Non sapeva chi l’avesse riportata lì.

L’ultima cosa che ricordava era la violenta discussione con Larsen.

Larsen si avvicinò al letto dove era la donna.

«Come ti senti?».

«Meglio, grazie».

«Vuoi che chiamo il medico dell’albergo?».

«Non è necessario – disse lei sollevandosi a sedere sul letto – non è nulla di grave, sono solamente sotto pressione».

«Hai bisogno di qualcosa?».

«No, ho solo bisogno di dormire, torna pure dalla tua amica».

«Credo sia scappata, ormai».

«Mi dispiace. Sono stata troppo pesante, non ne avevo diritto».

«Non preoccuparti, con Martin le scenate sono all’ordine del giorno. Hai fatto le sue veci perfettamente. Ora è meglio che ti riposi» la aiutò a stendersi nuovamente.

Sapeva che lei aveva tutte le ragioni.

Sarebbe stato inutile giustificarsi con se stesso, stata distruggendo la sua vita e ne era cosciente, forse era giunto il momento di rendersi conto anche che non era solamente la sua vita a essere in gioco, le persone che lo circondavano non meritavano il trattamento che riservava loro.

Probabilmente lei era stata anche troppo tenera.

Lui sapeva di essere molto peggio di quanto lei avesse detto.

Nonostante tutto, però, le parole di quella donna lo avevano profondamente ferito.