CAPITOLO IX
Larsen se ne stava sprofondato nella morbida poltrona della sua stanza d’albergo.
Aveva appena tirato un paio di strisce di polvere delle stelle, l’ultimo ritrovato in fatto di stupefacenti sintetici.
«Non capisco perché butti tutti quegli yero in quella schifezza!» gli stava dicendo Martin Rubens, il suo agente letterario.
La polvere delle stelle aveva un prezzo di circa quattrocentocinquanta yero al grammo e si poteva trovare solamente da alcuni spacciatori che rifornivano i personaggi di un certo livello nella società.
«Cosa faccio della mia vita e soprattutto dei miei soldi sono affari miei!» rispose bruscamente Larsen.
Martin Rubens era abituato al carattere intrattabile di Thornton Larsen.
Era il suo agente da quasi trent’anni.
Aveva subito i suoi cambi di umore quando era ubriaco fradicio o era completamente fatto.
Rubens era intimamente convinto che il talento di Larsen non ne avrebbe risentito se lui avesse smesso con la vita che conduceva, probabilmente ne avrebbe guadagnato ma l’altro era totalmente disinteressato all’opinione di chiunque.
Larsen partiva dal presupposto che chi gli stava intorno era pagato e di conseguenza costretto a sopportare il suo modo di essere.
Mentre lui, di contro, era un talento della letteratura perciò si poteva permettere ogni cosa.
Rubens gli era stato vicino quando aveva riscosso successi o quando era crollato dalle classifiche e le sue vendite avevano rasentato lo zero.
Non lo aveva abbandonato nemmeno quando aveva avuto un forte esaurimento nervoso con conseguente depressione, quando era finito in ospedale per un tentato suicidio o per disintossicarsi da qualche schifezza che aveva preso.
Era forse l’unica persona che poteva stargli accanto e, di tanto in tanto, ricordargli che esiste anche una coscienza.
«Dimmi come vanno le vendite, piuttosto!» incalzò Larsen dopo essersi versato un bicchiere di liquore.
«Prima o poi ti ucciderai – riprese l’altro – Il leone di cristallo è ancora in testa alle classifiche di vendite, nonostante sia in distribuzione da diciotto settimane».
«La cosa non mi stupisce» rispose con arroganza l’altro.
Si sciolse il nodo della cintura che chiudeva l’accappatoio che aveva indosso.
«Io vado a farmi una doccia – concluse poi – c’è una tizia nel mio letto, non ricordo come si chiama, vai a svegliarla tu e falla sloggiare. Quando ho finito non la voglio più qui».
Una ragazza, dai folti capelli biondi e il fisico minuto, all’apparenza giovanissima fece capolino, con indosso solamente un paio di slip, sulla porta della stanza da letto.
Larsen si era già chiuso in bagno.
La ragazza piantò gli occhi grigi in quelli nocciola di Martin Rubens.
L’uomo sospirò.
«Se mi dice dove deve andare la accompagno io!» disse poi gentilmente.
La ragazza annuì e sparì di nuovo nella stanza da letto.
Ne uscì dopo pochi minuti con in mano le sue cose e indosso la divisa di una scuola superiore.
Rubens scrollò in modo impercettibile il capo e fece cenno alla ragazza di precederlo.
«Grazie – disse lei con voce flautata – comunque dica a Thornton che mi chiamo Eva!».