CAPITOLO XIX
Myla bussò alla porta di Larsen più volte ma senza ottenere risposta.
Digitò la combinazione ed entrò.
Il televisore a parete era acceso a basso volume.
Alcune bottiglie erano abbandonate sul divano e sul tavolino da fumo c’erano i resti di una pista di polvere.
«Quant’è idiota!» sussurrò la donna.
Non riusciva a capire come una persona potesse essersi votata all’autodistruzione come aveva fatto lui.
La porta della stanza da letto era chiusa.
Myla bussò.
Dopo qualche istante una giovane donna bionda e completamente nuda aprì.
La ragazza la guardò come fosse stata destata dal sonno.
«Ciao – disse la ragazza – sei quella del secondo turno? è già ora? mi devo essere addormentata» poi senza attendere che l’altra parlasse tornò nella stanza lasciando la porta aperta e cominciò a raccogliere le sue cose.
Si rivestì in fretta e uscì altrettanto velocemente.
«Devi svegliarlo – disse prima di chiudere la porta dell’appartamento – dorme anche lui» e sparì nel corridoio.
Myla era esterrefatta, a quel punto non era ancora arrivato da quanto erano partiti.
Osservò l’uomo steso sul letto.
Si stava svegliando.
«Myla – disse con la voce impastata dal sonno – che ci fai qui?».
«Hai tirato qualche schifezza?» lo aggredì lei.
«Un po’ di polvere ma ne ho ancora se ne vuoi».
«Questo è troppo! – sbottò la donna – Hai superato ogni limite!».
«Quando parli così mi sembri Martin».
Myla non commentò e si voltò per lasciare la stanza.
Nel frattempo entrò un’altra donna dai capelli scuri avvolta in un abito molto provocante: «Ciao – disse a Myla che si stava precipitando fuori – hai finito posso entrare io?».
«Accomodati!» strillò la donna.
«Aspetta!» stava urlando Larsen.
Si era infilato un paio di pantaloni e si stava precipitando a rincorrere Myla.
La nuova venuta li guardò stupita: «Mi sa che è un brutto momento» commentò ad alta voce.
«Non preoccuparti – disse Myla alzando ulteriormente la voce – me ne sto andando. Potete fare tutto quello che volete!».
«Si può sapere perché te la prendi tanto? – Larsen l’aveva raggiunta sulla porta – avrò diritto pure io ad un po’ di svago ogni tanto».
Myla fece un gesto con le mani come chi era intenzionato a non andare oltre nella discussione.
«Nemmeno una moglie sarebbe tanto possessiva» commentò Larsen.
«Non è una questione di possessività – si alterò Myla tornando sui suoi passi – possibile che tu sia talmente superficiale! sembra non ti rendi nemmeno conto che cosa stia succedendo, perché siamo qui. Passi il fatto che hai deciso di gettare nella spazzatura la tua vita e la tua salute ma non riesci per un momento a pensare che al mondo non esisti solamente tu, che forse potresti fare qualcosa anche per gli altri abitanti di questo pianeta? non posso credere che tu non conosca minimamente il senso della parola rispetto. Tu ne pretendi ma non sei disposto a rispettare chi ti circonda, nemmeno chi si prende cura di te. Io non ho mai conosciuto una persona tanto egoista, presuntuosa e piena di sé da essere convinta di poter calpestare tutti quelli che gli stanno intorno. Io non ho mai avuto una grande fiducia nei miei simili ma dopo aver conosciuto te mi rendo conto di essere stata anche fin troppo ottimista nel giudicare le persone».
Si bloccò di colpo.
Era diventata pallida e sentiva che la sua temperatura si era alzata improvvisamente.
L’ultima cosa che vide era l’espressione di Larsen, le labbra che si muovevano ma lei non riusciva a udire alcuna parola.
Poi tutto fu avvolto dal buio.