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Aprì gli occhi nel tentativo disperato di guardare di traverso con le palpebre socchiuse e vide Thurman incamminarsi verso di lui. Si voltò e scorse il direttore dell’impianto sopraggiungere da una direzione diversa. Si voltò ancora e vide il gigante con la chiave inglese da un metro che gli sbarrava la strada verso il cancello.
Rimase immobile e attese battendo le palpebre, guardando di traverso, con i muscoli attorno agli occhi che gli facevano male per l’intenso sforzo. Thurman si fermò a tre metri, poi proseguì, si avvicinò, gli girò attorno e prese posizione al suo fianco, quasi spalla a spalla, come se fossero due vecchi amici che assistevano a una scena piacevole.
«Credevo che le nostre strade non si sarebbero più incrociate », esordì.
«Non posso essere responsabile di quello che pensa», replicò Reacher.
«Ha dato fuoco alla nostra stazione di polizia?»
«Avete un muro umano che circonda tutta la città. Come avrei fatto a passare?»
«Perché è di nuovo qui?»
Reacher tacque per un istante, poi disse: «Ho intenzione di lasciare lo Stato». Il che era da sempre vero. Quindi aggiunse: «Prima di partire ho pensato di passare in infermeria a rendere omaggio ai miei ex avversari, a dir loro che non porto rancore ».
«Credo che i rancori stiano tutti dall’altra parte», osservò Thurman.
«Allora potrebbero essere loro a dirmi di non averne. Fare pace è molto utile per il benessere mentale di una persona.»
«Non posso permettere visite in infermeria, non a quest’ora.»
«Non le può impedire.»
«Le chiedo di lasciare questa proprietà.»
«E io rispondo negativamente alla sua richiesta.»
«Al momento c’è solo un paziente. Adesso gli altri sono a casa a letto, a riposo.»
«Chi c’è qui?»
«Underwood.»
«Chi sarebbe Underwood?»
«L’ausiliario capo. L’ha ridotto in uno stato pietoso.»
«Stava già male.»
«Ora se ne deve andare.»
Reacher sorrise. «Dovrebbe diventare il motto della vostra città. È quello che sento ripetere continuamente. Come in New Hampshire, vivi libero o muori; a Despair dovrebbe essere: ora ve ne dovete andare.»
«Non sto scherzando.»
«Invece sì», osservò Reacher. «Lei è un uomo vecchio e grasso e mi sta dicendo di andarmene. È piuttosto buffo.»
«Non sono solo.»
Reacher si voltò e studiò il direttore. Era in piedi a tre metri di distanza con le mani lungo i fianchi e una certa tensione nelle spalle. Reacher si girò di nuovo e lanciò un’occhiata al gigante. Era a sei metri, stringeva la chiave inglese nel pugno destro e la batteva sul palmo sinistro.
«Ha un galoppino e un vecchio atleta a pezzi con una grossa chiave fissa. Non ne sono molto colpito.»
«Forse hanno una pistola.»
«No. L’avrebbero già tirata fuori. Nessuno aspetta a estrarre un’arma.»
«Potrebbero ugualmente farle molto male.»
«Ne dubito. I primi otto che ha mandato non hanno combinato molto.»
«Vuol davvero provare?»
«E lei? Se le cose andassero storte, sarebbe effettivamente solo con me e con la sua coscienza. Sono qui per visitare un ammalato e lei vuol farmi pestare? Che razza di cristiano è?»
«Dio guida la mia mano.»
«Nella direzione in cui lei vuole. È piuttosto comodo, no? Resterei più colpito se rispondesse a un messaggio che le dicesse di vendere tutto, donare i soldi ai poveri e andare a Denver ad assistere i senzatetto.»
«Non è questo il messaggio che ho ricevuto.»
«Be’, che sorpresa.»
Thurman non disse nulla. «Adesso andrò in infermeria e anche lei ci verrà. Scelga se venirci a piedi o se preferisce che la trasporti con una benna.»
Thurman incurvò le spalle sospirando, le scrollò e alzò una mano rivolgendosi ai suoi uomini, prima a uno poi all’altro, come se indicasse a dei cani di restare fermi. Infine si avviò verso la fila di casupole. Reacher si incamminò al suo fianco. Superarono l’ufficio della sorveglianza, il suo stesso ufficio e altri tre che Reacher aveva visto in precedenza durante il giro: la direzione operativa, l’ufficio acquisti e la fatturazione. Superarono la prima unità dipinta di bianco e si fermarono davanti alla seconda. Thurman si tirò su per la breve rampa di gradini e aprì la porta. Entrò e Reacher lo seguì.
Era un vero reparto degenti. Pareti bianche, pavimento di linoleum bianco, odore di disinfettante, tenui luci notturne accese. C’erano lavandini con rubinetti a leva, armadietti per i medicinali, manicotti per misurare la pressione, contenitori per aghi usati fissati ai muri. C’era un carrello con una bacinella d’acciaio in cui era arrotolato uno stetoscopio.
Dei quattro letti tre erano vuoti, uno occupato dall’ausiliario grande e grosso. Era bene avvolto nelle coperte e se ne vedeva solo la testa. Aveva un aspetto piuttosto brutto: pallido, inerte, fiacco. Sembrava più piccolo e i capelli apparivano più radi. Gli occhi erano aperti, vitrei, fissi nel nulla. Aveva il respiro irregolare. Una cartella clinica era fissata ai piedi del letto. Reacher la sollevò con il pollice e la scorse. Una bella calligrafia. Annotazioni professionali. Quell’uomo aveva un bel po’ di cose che non andavano: febbre, affaticamento, debolezza, mancanza di fiato, cefalee, eruzioni cutanee, vesciche, piaghe, nausea cronica e vomito, diarrea, disidratazione e segni di complicati problemi interni. Reacher lasciò andare la cartella e chiese: «C’è un medico qui?»
«Un infermiere specializzato», rispose Thurman.
«È sufficiente?»
«Di solito.»
«Per quest’uomo?»
«Stiamo facendo del nostro meglio.»
Reacher si accostò al letto e guardò giù. L’uomo aveva la pelle gialla. Ittero oppure la luce notturna riflessa dalle pareti. «Riesci a parlare?» gli chiese.
«Non fa discorsi molto coerenti, ma speriamo migliori», rispose Thurman.
L’ausiliario grande e grosso girò la testa da una parte all’altra, tentò di parlare, ma fu ostacolato dalla lingua secca. Schioccò le labbra, fece un respiro affannoso e ricominciò. Guardò Reacher dritto in faccia, mise a fuoco lo sguardo e i suoi occhi brillarono, dopodiché disse: «L’…» Tacque per riprendere fiato, batté le palpebre e riprese, evidentemente con un nuovo pensiero, un nuovo argomento. «… U fatto questo», pronunciò esitante.
«Non sono stato solo io», replicò Reacher.
L’uomo scosse la testa, ansimò e rispose: «No, l’…» Si bloccò faticando a respirare, con la voce ridotta a un rantolo. Thurman afferrò Reacher per il gomito e lo tirò indietro esclamando: «Adesso dobbiamo andare. Lo stiamo affaticando».
«Quest’uomo dovrebbe essere in un ospedale adeguato», dichiarò Reacher.
«Così ha deciso l’infermiere. Mi fido dei miei uomini. Assumo solo i migliori.»
«Quest’uomo ha lavorato con il TCE?»
Thurman tacque per un attimo. «Cosa sa del TCE?»
«Qualcosa. È un veleno.»
«No, è uno sgrassatore. Un prodotto industriale.»
«Comunque sia, quest’uomo ci lavorava?»
«No. E quelli che ci lavorano sono ben protetti.»
«Allora che cos’ha che non va?»
«Dovrebbe saperlo. Come ha detto, è stato lei a fargli questo. »
«Non hai sintomi del genere dopo una rissa.»
«Ne è sicuro? Ho sentito che è stata più di una rissa. Non si sofferma mai a riflettere sui danni che provoca? Forse gli ha rotto qualche organo interno, la milza per esempio.»
Reacher chiuse gli occhi. Rivide la sala del bar, la luce fioca, le persone mute e tese, l’aria densa per la polvere sollevata, l’odore della paura e dello scontro. Era avanzato, aveva colpito con violenza e lo aveva preso in basso sul fianco, sotto le costole, sopra la vita, centodieci chili di peso che, attraverso l’estremità smussata della gamba di una sedia, affondavano solo in tessuti molli. Riaprì gli occhi e disse: «Una ragione in più per sottoporlo a una visita accurata».
Thurman assentì. «Domani lo farò portare all’ospedale di Halfway. Se può servire perché se ne vada con la coscienza pulita. »
«La mia coscienza è già pulita», replicò lui. «Se gli altri mi lasciano in pace, io faccio altrettanto. Se non mi lasciano in pace, quello che succede è un problema loro.»
«Anche se ha una reazione eccessiva?»
«Rispetto a cosa? Erano in sei. Cosa avevano in mente di farmi? Di darmi un buffetto e lasciarmi andare?»
«Non conosco le loro intenzioni.»
«Invece sì», ribatté Reacher. «Le loro intenzioni sono le sue. Agivano su suo ordine.»
«E io agivo su ordine di un’autorità superiore.»
«Suppongo di doverle credere sulla parola.»
«Dovrebbe unirsi a noi. Quando si verificherà l’Estasi, non le piacerà essere lasciato indietro.»
«L’Estasi?»
«Le persone come me salgono in cielo. Le persone come lei restano qui senza di noi.»
«Per me sta bene», disse Reacher. «Faccia pure.»
A quella frase Thurman non rispose. Reacher diede un’ultima occhiata all’uomo a letto, quindi uscì dalla porta e scese i gradini tornando nell’arena splendente di luce. Il direttore e l’uomo con la chiave inglese non si erano mossi. Reacher sentì Thurman chiudere la porta dell’infermeria e scendere rumoroso i gradini alle sue spalle. Proseguì e sentì che il vecchio lo seguiva in direzione del cancello. L’uomo con la chiave inglese stava guardando Thurman, oltre la sua spalla, in attesa di un segno, forse sperando in un segno, battendosi la chiave sul palmo.
Reacher cambiò direzione.
Puntò dritto verso di lui.
Si fermò a un metro, si mise esattamente faccia a faccia, lo guardò negli occhi e disse: «Sei sulla mia strada».
L’uomo non rispose, si limitò a guardare verso Thurman e ad attendere. «Abbi un po’ di rispetto per te stesso. Non devi niente a quel vecchio idiota», proseguì Reacher.
«No?» fece il gigante.
«Niente di niente», ribadì Reacher. «Nessuno di voi gli deve niente. Lui vi possiede. Dovreste svegliarvi, tutti quanti, e assumere il comando, organizzarvi. Fare una rivoluzione. Potresti guidarla tu.»
«Non credo», replicò l’uomo.
«Adesso se ne va, signor Reacher?» esclamò Thurman.
«Sì», rispose lui.
«Ha intenzione di tornare ancora?»
«No», mentì Reacher. «Qui ho finito.»
«Ho la sua parola?»
«Mi ha sentito.»
Il gigante lanciò di nuovo un’occhiata alle spalle di Reacher con la speranza negli occhi, ma Thurman doveva aver scosso la testa o dato qualche altro ordine negativo perché rimase immobile per un istante, poi si scostò con un lungo passo laterale. Reacher proseguì tornando al furgone dell’ausiliario malato. Era là dove lo aveva lasciato con tutti i finestrini intatti.